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22 Mar , 2026|Giovanni Tonlorenzi
Qualche giorno fa La Fionda pubblicava un articolo del professor Geminello Preterossi intitolato, con una formula che merita di essere presa sul serio, “Voterò no con grande sofferenza”. Il ragionamento in esso contenuto è denso e tutt’altro che scontato.
Preterossi riconosceva senza ipocrisie che i problemi della magistratura esistono, che essi sono reali e strutturali, come peraltro evidenziato dal caso Palamara e dalle correnti ridotte ad aggregazioni autoreferenziali, fino al ripiegamento anche culturale di un ordine che non è forse più, nella sua maggioranza, un efficace presidio di attuazione costituzionale.
Ma Preterossi individuava il cuore della crisi in qualcosa di più profondo e cioè nel collasso di quel circuito virtuoso tra legittimazione, responsabilità, partecipazione politica organizzata e delega democratica che aveva sorretto le stagioni migliori della Repubblica italiana.
Infatti, in molte e significative fasi della vita repubblicana la giurisdizione fu un avamposto a difesa di aspetti del progresso sociale, dove le scelte politiche di fondo maturarono comunque sul terreno della rappresentanza democratica, in Parlamento, nei partiti strutturati e capillarmente diffusi, nel conflitto organizzato, nei grandi dibattiti intellettuali di un mondo culturale vivo.
Oggi possiamo dire che quel terreno è deserto, non esiste più. E probabilmente non per caso naturale.
Se vogliamo capire fino in fondo la portata odierna dell’attacco alla Costituzione o a quel che resta dell’anima e della filosofia che l’ha prodotta, non potremo dimenticare la storia almeno degli ultimi trentacinque anni e comunque questa non è la sede.
Dovremmo però avere il coraggio di ammettere che quella stessa sinistra che oggi si erge a custode della Costituzione, ha nel corso degli anni contribuito a svuotarla nei suoi elementi più vitali e significativi.
Per capire alcuni processi fondamentali non è possibile non ricordare quando il governo Monti, nel 2012, sostenuto con convinzione da PDL, PD e centrosinistra vario, approvò con la maggioranza dei due terzi, sottraendo al popolo persino la possibilità di un referendum confermativo, la modifica dell’articolo 81 per introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione.
Con quell’atto il “vincolo esterno” europeo fu scolpito direttamente nella Carta fondamentale, sottraendo a tempo indeterminato alla sovranità democratica le scelte di politica economica.
Perché non riconoscere che quello fu uno dei gesti più radicalmente anti-costituzionali della storia repubblicana, compiuto da chi della Costituzione si riempie ancora la bocca?
Ma nel dato attuale, il NO sofferto di Preterossi almeno ha il pregio di evitarci di assistere a certi festeggiamenti che davvero sarebbero indigesti.
Al momento in cui si scrivono queste righe, l’esito del voto di domenica 22 marzo non è noto. Tuttavia, la questione che vogliamo sollevare non è il conteggio dei voti che ci sarà. La questione è il contesto politico che sta attorno e che racconta molto della nostra realtà.
L’opinione pubblica italiana, e con essa quella occidentale nel suo complesso, si trova oggi a fronteggiare una situazione internazionale che ha superato qualsiasi soglia ragionevole di allarme.
La possibilità concreta di un conflitto che si trasformi in terza guerra mondiale, con escalation termonucleare, non è più uno scenario di fantasia. Le disastrose conseguenze economiche di quella situazione sono già una realtà, che è appena agli inizi e che durerà per i prossimi decenni.
La pressoché totalità della classe politica italiana e occidentale parla, appena può, di tutt’altro quasi per distogliere l’attenzione da quel coacervo di eventi pericolosissimi che si sta avvicinando.
La guerra israeliano-statunitense contro l’Iran non accenna a risolversi, e i segnali di queste ultime ore indicano che potremmo essere prossimi a un cambio di qualità del conflitto, non solo di intensità.
La notizia recentissima che dovrebbe destare una qualche preoccupazione è che l’Iran ha lanciato un missile sulla base militare americana di Diego Garcia, struttura che si trova nell’Oceano Indiano, a 4000 km dalle coste iraniane – e non si tratta di un episodio minore. È anzi chiaramente un messaggio strategico di straordinaria portata che dimostra che Teheran dispone di sistemi d’arma con un raggio d’azione molto superiore a quanto la comunità internazionale ritenesse.
Un avvertimento inviato a chi di dovere, con la precisione di chi sa esattamente cosa sta comunicando e a chi.
Le ricadute di quel clima sul piano economico sono già visibili, e rischiano di diventare catastrofiche. Se il conflitto dovesse aggravarsi e prolungarsi, non è affatto peregrino ipotizzare che il petrolio possa raggiungere i 200 dollari per barile nel giro di poco tempo.
Proviamo a immaginare a spanne cosa succederebbe davvero, e pensiamo che duecento dollari al barile significa bollette alle stelle, i trasporti paralizzati, un’inflazione fuori controllo, intere filiere produttive spezzate e spazzate via. Significa impoverimento rapido e massiccio di larghe fasce della popolazione europea e italiana, già provate da anni di salari stagnanti e welfare ridotto all’osso.
Significa l’esplosione di un conflitto sociale di proporzioni tali che l’Europa non ha visto da decenni, e per cui non ha né gli strumenti né, al momento, la classe dirigente capace di affrontarlo.
Ed è proprio qui che il problema della politica italiana si mostra in tutta la sua gravità.
Mandare a casa Meloni è doveroso e necessario, ma non è sufficiente, e soprattutto non pone la domanda giusta. La domanda giusta è: per quale alternativa, e con chi?
Chi ha ancora la volontà e l’onestà intellettuale di pensare a un cambiamento reale deve cominciare a fare i conti con una verità scomoda: quell’alternativa allo stato dei fatti non potrà essere il cosiddetto campo largo.
Non potrà essere la Schlein, non potrà essere il PD, non potrà essere quel centrosinistra che non è la vittima dello sfascio che abbiamo sotto gli occhi, ma ne è uno degli artefici.
E ne è artefice, non per incapacità contingente, non per aver commesso errori tattici correggibili, ma per aver optato per scelte di campo, compiute nel corso di trent’anni, consapevolmente, passo dopo passo.
Quella cultura politica ha avallato le privatizzazioni senza senso, ha firmato i trattati che hanno svuotato la sovranità democratica del Paese, ha applaudito come si diceva il pareggio di bilancio in Costituzione, ha sostenuto le guerre con le stesse parole della destra e ha gestito il declino del welfare come se fosse una legge di natura.
E mentre l’UE mette in atto azioni repressive della manifestazione di pensiero e restrizioni a consolidate libertà nei confronti dei suoi cittadini, quella sedicente opposizione, autentica componente del sistema, sventola la bandiera dell’antifascismo con una leggerezza impressionante, svilendone il suo significato profondo.
Trattarla come opposizione è un grande inganno.
C’è un documento[1] che vale la pena leggere con attenzione, perché rivela meglio di qualsiasi discorso politico quanto profonda sia l’uniformità di pensiero che attraversa tutto il sistema istituzionale italiano, al di là delle sue presunte divisioni.
Il 13 marzo scorso si è riunito il Consiglio Supremo di Difesa, presieduto dal Presidente Mattarella. Anche qui, PD, Cinque Stelle e tutto il campo largo hanno ribadito il loro pieno sostegno al ruolo di garanzia del Presidente. Molto bene, si dirà. Ma vale la pena leggere cosa dice quel documento, perché restituisce l’immagine impietosa di una realtà.
Sul conflitto in Iran, il Consiglio ha espresso preoccupazione per le “effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran”. È evidente che questa è un’affermazione presentata come dato acquisito, mentre è proprio la tesi che l’intelligence americana stessa ha smentito in più occasioni, escludendo che Teheran stesse sviluppando un programma nucleare militare[2].
Dunque il massimo organo istituzionale italiano in materia di difesa ha adottato, acriticamente, una narrazione bellica che persino la CIA non avalla[3].
Ovviamente, il documento è sollecito a condannare il regime iraniano e le sue “disumane repressioni”, senza però tenere conto di elementi ormai assodati che parlano di forti interferenze occidentali su quel sistema, di ripetute strategie di destabilizzazione, di tentativi di regime change, da tempo immemore, pianificati da CIA e Mossad.
E infine, il capolavoro, che attribuisce la responsabilità dell’attuale contesto di guerra scatenato dai governi israeliano e statunitense contro l’Iran, alla Federazione Russa. Insomma una logica degna più di un manuale di propaganda che non di un documento istituzionale della Repubblica italiana. Ma francamente, questa presidenza della Repubblica ci ha abituati a certe analisi storiche e politiche.
Per concludere, sul tema delle basi militari americane in territorio italiano, il documento ha riprodotto un esempio quasi perfetto di politichese istituzionale.
Si “prende atto favorevolmente” che il Parlamento si è espresso sulle richieste americane, e che l’utilizzo delle infrastrutture avverrà “nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti”, e si è aggiunto che eventuali richieste eccedenti quel perimetro “saranno sottoposte al Parlamento”.
Tradotto, come ha fatto il governo, non si dice no, non si dice sì, non si dice nulla. Un esercizio di ambiguità costruttiva che non impegna a niente e non garantisce niente, formulato nel momento in cui gli americani stanno bombardando un paese sovrano a poche ore di navigazione dalle coste italiane.
Ebbene, questo documento è quello che il campo largo, PD, Cinque Stelle, e compagnia ha sostenuto con grande sussiego e ha rivendicato come esempio di equilibrio istituzionale. Non ci sarebbe bisogno di aggiungere molto altro sulla natura di quella presunta aggregazione alternativa.
Come si può pensare che le persone comuni, il popolo diciamo così, possano appassionarsi a un referendum costituzionale sulla separazione delle carriere in magistratura?
Non perché la questione sia irrilevante, anzi non lo è affatto, ma si è raggiunto un grado di dissociazione tra i temi che dominano il dibattito pubblico ufficiale, e quelli che realmente invece influiscono sulla vita quotidiana e sul futuro dei cittadini, che ha raggiunto livelli smisurati.
Se una parte consistente della popolazione rimane pressoché inerte di fronte al rischio di una guerra che potrebbe cambiare volto da un giorno all’altro, come aspettarsi che si mobiliti in massa per un quesito che richiede solida conoscenza tecnica del diritto costituzionale? Vedremo cosa ci dirà l’affluenza alle urne.
A scanso di equivoci, questo referendum ha una sua importanza precisa, e va detta chiaramente: votare No è un modo, imperfetto ma concreto, per impedire che una classe politica incolta, raffazzonata e fortemente revanchista possa mettere mano alla Costituzione come se riscrivesse un regolamento condominiale. E comunque, mai dimenticare, che già nel 2001 una riforma raffazzonata la introdusse a colpi di maggioranza il centrosinistra con la sciagurata riforma del Titolo V.
Ora, da questo quadro, emerge anche un’altra riflessione, ed è il collasso della distinzione tra la nota dicotomia destra e sinistra.
Non è altro questo che la constatazione che, ad esempio, ci giunge da un’identità di narrazione della realtà che è un vero segnale rivelatore. Al di là del dibattito referendario, destra e sinistra raccontano il mondo con le stesse parole, inquadrano i problemi con le stesse cornici interpretative e si muovono all’interno delle stesse categorie ideali.
L’alternanza è il solo obiettivo in una commedia delle parti.
Prendiamo un caso concreto e recente. Solo all’inizio di una devastante crisi energetica che sta arrivando rapidamente e che peserà significativamente e in modo insostenibile sulle famiglie italiane, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, senza evidentemente porsi alcun problema, sostiene che riaprire i canali con la Russia sarebbe “un errore gravissimo che ci allontanerebbe dall’Europa” e che allentare la pressione economica sulla Russia significherebbe avvantaggiare Putin per continuare la sua invasione in Ucraina.
Tutto ciò, mentre le bollette salgono, mentre i cittadini comuni sono quelli che sosterranno la maggior parte dei costi tra aumento dei prezzi del petrolio e dei beni essenziali. Ancora una volta la logica dell’ideologia atlantista viene anteposta all’interesse materiale delle persone che quella sinistra dovrebbe rappresentare. A meno di non voler davvero credere alla storiella per gonzi che rappresenta l’Ucraina come una democrazia compiuta in lotta con una potenza imperialista.
Quella di Schlein non è più nemmeno una posizione politica, è un riflesso condizionato. Ed è lo stesso riflesso della destra.
E quel riflesso condizionato opera sempre, anche con la menzogna più sfacciata, confidando che le persone abbiano la memoria corta. Poche sere fa, in una trasmissione televisiva la stessa Rosy Bindi – nel criticare l’aggressione all’Iran, dunque apparentemente sul fronte giusto – ha sostenuto che i bombardamenti sulla Serbia degli anni Novanta fossero cosa diversa dalla vicenda attuale in quanto coperti da risoluzioni ONU, che è colossale falso storico, e comunque, a detta sua, avevano il marchio NATO quindi erano, in qualche modo, più presentabili, e il tutto veniva avallato dai due giornalisti Lilli Gruber e Massimo Giannini che la intervistavano[4]. Quella scena da sola, vale più di mille analisi.
E però dovremmo avere l’onestà intellettuale e politica di non dire che il problema è Trump.
Trump è un alibi comodo, e come tutti gli alibi serve a non vedere. Certo, la sua presidenza pone problemi oggettivi, insieme ai toni che utilizza, ai metodi che impiega, alla brutalità esplicita con cui vengono prese decisioni che coinvolgono la vita di milioni di persone.
Ma la differenza con le amministrazioni democratiche che lo hanno preceduto non sta in ciò che fanno, sta nel modo in cui lo fanno. I vari Clinton, Obama, Biden hanno bombardato, chi più chi meno, destabilizzato intere aree geografiche, sostenuto regimi, alimentato conflitti e protetto gli interessi delle oligarchie finanziarie e militari americane e israeliane esattamente come Trump, solo con più garbo diplomatico, con il lessico dei diritti umani e civili sulle labbra, con quella dose di retorica che rendeva tutto più digeribile e quella sinistra europea più disponibile ad applaudire.
Trump fa le stesse cose a volto scoperto, senza il filtro dell’ipocrisia liberal. È certamente più volgare, ma forse non è più pericoloso. Probabilmente una classe dirigente, se esiste, che voglia rappresentare qualcosa, dovrebbe cominciare a porsi l’idea che il problema non è in chi occupa la Casa Bianca, ma è la stessa Casa Bianca.
La dicotomia destra-sinistra, così come è congegnata oggi, non è soltanto fuorviante, ormai è diventata pericolosa. Pericolosa perché assorbe le energie politiche in una lotta di posizione che non riguarda nulla di essenziale, mentre le questioni davvero decisive – la guerra, la pace, la sovranità energetica, la redistribuzione della ricchezza, la democrazia reale – rimangono fuori dal perimetro del contendibile. Il perno attorno a cui destra e sinistra girano consapevolmente a vuoto è il sistema di potere neoliberale e atlantista, e nessuno dei due schieramenti ha intenzione di toccarlo minimamente.
D’altronde, il livello del nostro dibattito pubblico è rappresentato dal fatto che pochi giorni prima del referendum, l’evento comunicativo che ha fatto più discutere era la partecipazione della presidente del Consiglio al Pulp Podcast di Fedez e Mr. Marra. Né la scelta del mezzo né la qualità delle domande, ovviamente inesistente il contraddittorio, rappresentano la vera notizia, e così fan tutti, politici e giornalisti. La Schlein, che aveva declinato l’invito, con ogni probabilità vi avrebbe partecipato se le contingenze fossero state diverse, esattamente come Renzi, Tajani, Fratoianni, Calenda e Di Pietro, tutti passati da quel format.
La polemica sull’intervista è l’ennesimo esempio di opposizione di facciata, infatti si contesta il mezzo, non la sostanza profonda. Il problema non è Fedez che intervista Meloni, il problema è che un paese con più guerre alle porte e una crisi economica ed energetica che si annuncia devastante misura il successo della comunicazione politica in visualizzazioni social, e che l’opinione pubblica sia ormai plasmata più da vacui influencer che da qualsiasi forma di elaborazione critica e collettiva.
Questa è solo una parte della fotografia della dissoluzione di ciò che un tempo era la vita politica del Paese che, nel corso del tempo, ha costruito cittadini e non plebe indistinta.
Dall’inizio degli anni Novanta a oggi, intere generazioni sono state plasmate all’interno di un processo sistematico che ha demolito quella sfera pubblica e le strutture democratiche che la Costituzione del 1948 aveva affermato con fatica.
È stata imposta l’idea che lo Stato dovesse sparire, che il welfare fosse un lusso del passato, che la sovranità fosse un concetto di destra e il populismo una bestemmia.
I partiti si sono dissolti in comitati elettorali e in entità liquide, il pensiero forte in pensiero debole e rarefatto, la rappresentanza in gestione del consenso. Nel frattempo si è consolidata un’informazione mainstream che al massimo narra i finti conflitti tra le finte diversità delle fazioni politiche che si contendono la scena, ordinariamente copiano e incollano le veline dei decisori veri.
Gran parte di questa demolizione l’ha compiuta proprio quella sinistra che in un trentennio si è consegnata all’ideologia neoliberista. E si badi bene, questa non è un’accusa, ma solo una constatazione storica, e ignorarla non fa che prolungare il danno.
Eppure qualcosa si muove, come fenomeno carsico. Il collasso del mondo che abbiamo conosciuto ha prodotto anche contributi di analisi preziosi per chi voglia capire davvero. Opere come quelle di Emmanuel Todd, Gabriele Guzzi, Alessandro Volpi e Hauke Ritz[5] – su declino occidentale, sull’euro-suicidio, sulla finanziarizzazione, e sulle radici culturali profonde e geopolitiche del conflitto con la Russia – convergono su un punto e cioè che le categorie con cui le élite continuano a interpretare il mondo sono obsolete, quando non pericolosamente fuorvianti.
Non sarà certo questa sinistra ad essere all’altezza di ciò che si sta profilando all’orizzonte. Sarà però nel mezzo dei conflitti sociali, che le guerre in corso stanno già preparando, che qualcosa di nuovo potrà e dovrà trovare la forza di nascere.
La storia ci ha insegnato che i grandi rinnovamenti hanno bisogno di grandi rotture e noi tuttavia non sappiamo come essi si presenteranno. Possiamo solo sperare di avere già da ora la lucidità politica e storica che ci consenta di limitarne il prezzo che dovremo pagare. I grandi temi sono ormai tutti sul tavolo. Adesso serve un movimento reale che abbia il coraggio di affrontarli davvero.
[1] https://www.difesa.it/primopiano/consiglio-supremo-di-difesa/92841.html
[2] Rafael Grossi, il direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha dichiarato il 2 marzo che l’agenzia non aveva evidenza di alcun programma strutturato iraniano per la produzione di armi nucleari, https://www.congress.gov/crs-product/IN12665
[3] Joseph Kent, dimissionario dal National Counterterrorism Center, si è dimesso in opposizione alla guerra contro l’Iran, affermando che Teheran non rappresentava alcuna minaccia imminente per gli Stati Uniti, https://www.aljazeera.com/news/2026/3/18/us-intel-chief-gabbard-says-iran-was-not-rebuilding-enrichment-prior-to-war
[4] https://www.la7.it/otto-e-mezzo/rivedila7/otto-e-mezzo-11-03-2026-636643
[5] Todd, E, La sconfitta dell’Occidente, Fazi Editore, 2024; Guzzi, G., Eurosuicidio, Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci, Fazi Editore, 2025; Volpi, A., I padroni del mondo, Laterza, 2024, Ritz, H., Perché l’Occidente odia la Russia, Fazi Editore, 2025. Di: Giovanni Tonlorenzi