Quali radici per l’Europa?

Dal blog https://www.lafionda.org

23 Mar , 2026|Daniele Iezzi

L’uso strumentale delle radici giudaico-cristiane dell’Europa. Rileggere Marcione oggi

Il problema
Alla luce delle tragiche vicende che continuano a sconvolgere il Medio Oriente, molti leader europei hanno giustificato le proprie scelte geopolitiche richiamandosi alle presunte radici culturali comuni che unirebbero Europa e Israele. L’espressione ricorrente risuona ormai familiare: “le radici giudaico-cristiane dell’Europa”.

Non si tratta soltanto di una formula retorica. In più occasioni esponenti politici europei hanno apertamente sostenuto che l’identità dell’Unione sarebbe radicata proprio in questa matrice religiosa e culturale condivisa. Dichiarazioni come quella del nostro Ministro degli Esteri, secondo cui la bandiera europea rappresenterebbe le «radici giudaico-cristiane dell’Europa», o quella della Presidente della Commissione Europea secondo la quale «l’UE si fonda sui valori del Talmud», riportano in primo piano una questione che dal secondo dopoguerra raramente è stata affrontata in termini storici.

Esiste davvero una tradizione “giudaico-cristiana” originaria dell’Europa? Oppure si tratta di una categoria relativamente recente, nata per descrivere – o forse per costruire ex novo – una certa immagine dell’Occidente?

Per capire quanto sia complessa questa domanda può essere utile tornare indietro di quasi duemila anni, a uno dei dibattiti più radicali della storia del cristianesimo.

Un dibattito antico

Sin dalle sue origini in età imperiale la neonata Europa cristiana dei Padri della Chiesa si è trovata a definire il proprio rapporto con il giudaismo. I cristiani delle prime comunità erano ebrei ed erano i testi che oggi chiamiamo “Antico Testamento” a costituire il fondamento dottrinale della religione.

Tuttavia, già nel II secolo d.C. la giovane Chiesa si trovò a interrogarsi su quale fosse il significato di questa eredità. I grandi Padri della Chiesa – da Giustino a Ireneo, da Origene a Gregorio di Nissa sino ad Agostino –, attraverso il ricorso alle categorie filosofiche della metafisica greca, difesero strenuamente la continuità tra le due tradizioni: il Dio di Israele e il Dio annunciato da Gesù erano lo stesso Dio, e le Scritture ebraiche prefiguravano la rivelazione cristiana. Bisogna tuttavia precisare che l’accoglimento dei testi dell’Antico Testamento da parte dei Padri cristiani avvenne soprattutto attraverso la mediazione della traduzione in lingua greca dei “Settanta” con la naturale introduzione di categorie mutuate dalla tradizione filosofica greca, le quali in molti punti cruciali cambiarono radicalmente il messaggio del testo ebraico. La continuità, vera o presunta, si svolse dunque sul terreno della lingua e dei concetti ellenici. In ogni caso va detto che questa posizione diventerà la dottrina ufficiale della Chiesa.

Ma il fatto stesso che i Padri abbiano dovuto difenderla mostra che la questione era tutt’altro che pacifica. Nei primi secoli del cristianesimo esistevano infatti correnti di pensiero che proponevano una soluzione molto diversa e assai più drastica, correnti che è bene riportare in auge.

Marcione: Cristianesimo versus Giudaismo

La più celebre e radicale di queste posizioni è quella di un teologo del II secolo d.C. di lingua greca giunto a Roma dalla regione del Ponto, Marcione, ancora ricordato nel Novecento come uno dei più grandi geni della storia religiosa[1], il credente moderno e primo riformatore della Chiesa[2]. La tesi era tanto semplice quanto dirompente: il Dio dell’Antico Testamento e quello annunciato da Gesù non potevano essere lo stesso Dio. Pertanto, il cristianesimo doveva abbandonare completamente il giudaismo.

Il principio della teologia di Marcione, che ci viene fornita soprattutto dai racconti polemici dei suoi avversari[3], si basava sull’enfatizzazione della discontinuità o dell’antitesi tra il Dio della Legge Mosaica il quale era un dio della legge, della punizione, caratterizzato da brutalità e gelosia, e il Dio del Vangelo rivelato da Cristo, dio della misericordia, della compassione e della salvezza. Questo avvenne probabilmente sulla base di un’interpretazione radicale della concezione paolina del Cristianesimo quale novitas assoluta rispetto alla Legge giudaica, oggetto di severe invettive nelle Lettere.

Dunque, le due istanze erano inconciliabili, sicché il Cristianesimo che apparteneva al dio buono non poteva affatto porsi in continuità con il giudaismo che si riconosceva nel primo. L’Antico Testamento e la componente giudaica erano elementi di cui il Cristianesimo doveva liberarsi.

La Chiesa non tardò a reagire di fronte alle posizioni di Marcione, il quale venne scomunicato e la sua dottrina dichiarata eretica. Proprio la necessità di rispondere a questa sfida contribuì a definire in modo più preciso il canone delle Scritture cristiane e la teologia della continuità tra Giudaismo e Cristianesimo.

Eppure, il fatto stesso che una figura come Marcione abbia potuto proporre una simile interpretazione mostra quanto fosse tutt’altro che ovvia l’idea di una tradizione “giudaico-cristiana” armoniosa e lineare.

Da Hegel a oggi

La questione non è rimasta sepolta nel II secolo con la condanna di Marcione ma è prepotentemente riemersa nel pensiero moderno.

In particolare, l’idealismo tedesco e, su tutti, Hegel, hanno interpretato il rapporto tra giudaismo e cristianesimo come un momento decisivo nello sviluppo della coscienza culturale europea. Per gli idealisti il Cristianesimo rappresenta il superamento della religione della mera legge astratta imposta da Dio propria di Israele, e dunque l’avvento della religione della libertà dello spirito e della conciliazione fra legge divina e legge umana nel Cristo. La «maggior parte delle sciagure» per la storia dell’Europa cristiana, scrive il giovane Hegel, nasce proprio dal «legame dei primi testi cristiani con quelli ebraici»[4].

Le risonanze marcionite di idee come questa non sono solo suggestioni. In un carteggio tra Hegel e Schelling il quale poco prima aveva discusso la sua dissertazione teologica De Marcione paullinarum epistolarum emendatione, il primo scrive all’amico che «sarebbe tornato forse più onorevole per noi e per l’umanità se qualche eresia, condannata da concili e simboli […] fosse prosperata fino a diventare un sistema di fede pubblico, invece di vedere il sistema ortodosso conservare ancora il suo predominio»[5].

Se l’origine del Cristianesimo viene certamente riconosciuta storicamente all’interno del mondo ebraico, l’elaborazione teologica e dottrinale per la quale viene diffusa in Europa una nuova concezione della libertà, del soggetto e del rapporto con il mondo impone piuttosto di constatare la presenza di un’insanabile rottura con il giudaismo che impedisce di conciliare con formule retoriche le due religioni.

Una formula recente e problematica

Alla luce di questa storia, l’espressione “radici giudaico-cristiane” è meno antica di quanto si creda. La formula si diffonde soprattutto nel secondo dopoguerra, in un contesto segnato dalla necessità di ricostruire il rapporto tra cristianesimo ed ebraismo dopo la tragedia della Shoah e, allo stesso tempo, di definire l’identità culturale dell’Occidente acuendo il distacco culturale con altre civiltà specialmente islamiche.

In questo senso, più che una descrizione neutrale delle origini europee, la nozione di civiltà “giudaico-cristiana” è soprattutto una costruzione culturale e politica non priva di profondissimi problemi, nata per sottolineare un terreno comune tra tradizioni diverse, addirittura spiritualmente inconciliabili, e per definire un certo spazio di appartenenza.

Ricordare figure più o meno dimenticate come Marcione può servire a ricordarci che la storia delle idee religiose e culturali è molto più complessa delle formule identitarie ed ideologiche che oggi circolano nel dibattito pubblico.

In questo cruciale momento storico, è necessario ripensare il rapporto tra giudaismo e cristianesimo già percepito per secoli come un problema aperto, non come una fusione naturale e pacifica.

Nel contesto di una Kulturkampf che accompagna le infami campagne militari in Medio Oriente – prima in Palestina e ora in Iran – la cultura deve smascherare il pericolosissimo tasso ideologico di certe affermazioni con cui si tenta di giustificare la complicità dei paesi europei e, quando conviene, “cristiani”, con la crudeltà di una religione secolare che predica sotto il vessillo delle stelle e strisce e combatte all’ombra della stella a sei punte.


[1] P.L. Couchoud, The Creation of Christ: An Outline of the Beginning of Christianity, ed. by C. Bradlaugh Bonner. 2 vols, Watts & Co., London 1939, I, p. 224.

[2] Cfr. A. von Harnack, Marcion. Der Moderne Glaübige des 2. Jahrhunderts, der erste Reformator, Die Dorpater Preisschrift (1870), ed. by F. Steck. Texte und Untersuchungen zur Geschichte der altchristlichen Literatur 149, Walter de Gruyter, Berlin-New York 2003.

[3] Il più aggiornato profilo storico e teorico di Marcione è trattato da J.M. Lieu, Marcion and the Making of a Heretic, Cambridge University Press, Cambridge 2015.

[4] G.W.F. Hegel, «Appendice», in Scritti teologici giovanili, ed. E. Mirri, Guida, Napoli 1972, p. 12, n. 363; cfr. Id., Hegels theologische Jugendschriften, hrsg. H. Nohl, J. C. B. Mohr (Paul Siebeck), Tübingen 1907.

[5] G.W.F. Hegel, Epistolario, vol. I: 1785–1808, a cura di P. Manganaro, Guida, Napoli 1983, p. 127; cfr. Id., Briefe von und an Hegel, Bd. 1: 1785–1812, hrsg. von J. Hoffmeister, Felix Meiner, Hamburg 1969. Di: Daniele Iezzi

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