Dal blog https://alessandramaffilippi.substack.com/
M. Alessandra Maf Filippi mar 22, 2026
Tulipa Persica, Tulipa Candia, tavola 27 di Hortus Floridus, pubblicato per la prima volta a Utrecht, 1614
Istanbul, 21 marzo 2026
Piove, anche oggi, come quasi sempre in questo periodo nella Seconda Roma. E tira un vento gelido. È il Poyraz, il vento del nord-est che soffia sul Mar di Marmara e taglia la città con la sua lama fredda. Volevo uscire, curiosare per tutta la città, vedere come si festeggia la fine del Ramadan, passare di moschea in moschea, di parco in parco, intrufolarmi con garbo fra la gente e collezionare nella mente scorci e frammenti di sacra quotidianità, come sto facendo da mesi. Ma questo freddo ha scoraggiato il mio passo. E sono rimasta alla finestra.
Siamo nel pieno dei tre giorni del Bayram. Dopo i mesi vissuti a Istanbul, l’ultimo attraversato dal Ramadan, porto con me soprattutto questo: l’idea che il sacro, quando attraversa davvero una città, non resta chiuso nei luoghi di culto. Entra nel ritmo delle strade, nell’attesa del tramonto, nelle tavole condivise, nei gesti quotidiani.
In un tempo che consuma tutto in fretta, vivere qui il Ramadan è stato anche fare esperienza di una sospensione: dei corpi, della fame, della fretta, del rumore. E capire che certe atmosfere non si descrivono, si attraversano. Ed è tutto un İyi Bayramlar che risuona fra le case e nelle strade.
Ieri è stato anche il giorno dell’equinozio. Quasi non me ne sono accorta, tanto glaciale era il vento. E mentre la primavera germoglia tra i fiori, il popolo iraniano celebra il suo Capodanno, il Nowruz, festa più importante della Persia, che dura da almeno sei millenni. In questo giorno di rinascita, luce e memoria, è imperativo ricordare quanto sia preziosa la storia dei popoli e quanto sia fragile di fronte alla furia cieca di due nazioni senza storia e senza passato, responsabili di crimini continui, compreso l’ultimo illegale e proditorio attacco all’Iran. Nessuno vuole condannarlo per quello che è: una violazione del diritto internazionale, un atto illegale che si profila come terroristico, e che porta con sé il principio perverso che chiunque abbia la forza può attaccare una nazione a piacimento. È la Dottrina Gaza che s’impone su tutte le regole d’ingaggio. E parlo di Dottrina Gaza perché l’attacco della Russia all’Ucraina è stato stigmatizzato, mentre quello di Israele a Gaza, Siria, Libano, Iran, Yemen e ora di nuovo all’Iran non solo non è stato condannato, ma si è arrivati alla surreale manipolazione di condannare la reazione invece della violazione. Sono questi atti che ci stanno portando sul baratro, cancellando millenni di storia, mentre il mondo vigliaccamente tace o resta impotente.
Ma in questo orrore, quello che è ancora prodigioso è la forza della natura. Mentre un manipolo di perversi porta alla deriva l’umanità, la natura ci dimostra che la bellezza e la vita sono più forti dell’orrore e della morte.
E così, in mezzo alle macerie di quello che è stato il mondo nel quale sono cresciuta, voglio raccontarvi una storia. Come faceva mio nonno quando, da piccola, dormivo da lui e mi metteva a letto.
C’era una volta un fiore che viaggiava attraverso il tempo e lo spazio, portando con sé la memoria di terre lontane e imperi scomparsi. Originario della Persia, il tulipano racconta una storia di aromi, colori e desideri che si intrecciano lungo i secoli. Molti lo associano all’Olanda, ai mercati folli del tardo Rinascimento, dove un bulbo poteva valere quanto una casa e sfoggiare la sua bellezza al collo di una dama come un gioiello prezioso. Ma la sua vera patria è più orientale di quanto si immagini: i suoi petali ricordano i turbanti di Costantinopoli e le linee sinuose dei bicchieri di çay, da cui gli abitanti sorseggiano il tè dalla prima luce dell’alba fino a notte fonda.
Fu sotto il sultano Ahmet III, nella prima metà del 1700, che il tulipano divenne il simbolo di un’epoca di pace e arti fiorenti: le pareti del suo palazzo erano adornate con immagini di questo fiore, mentre i bulbi viaggiavano verso tutta Europa, portando con sé un pezzo di quella magia ottomana. Nei tessuti ricamati, nei tappeti, nelle maioliche e nelle miniature, il tulipano danzava tra le mani degli artigiani, trasformando l’arte in un linguaggio condiviso tra Oriente e Occidente.
Oggi, Istanbul continua a celebrare questa eredità. Ogni primavera, i parchi e le aiuole della città si trasformano in un caleidoscopio di colori, grazie ai milioni di bulbi provenienti dai piccoli paesi intorno a Istanbul. Passeggiare tra i tulipani del Parco di Emirgan, ammirare il Gülhane Parki ai piedi del Topkapi Palace o respirare l’aria fresca del Beykoz Korusu significa ritrovarsi immersi in un mosaico di profumi e sfumature che parlano di antiche rotte, di commerci e di corti orientali.
Ma Istanbul non è solo tulipani: è luce e pietra, mercati e moschee, acqua e vento. È la Moschea Blu che si riflette nel Bosforo, il Gran Bazaar che satura l’aria di spezie e racconti, l’Aya Sofya che testimonia il passaggio di culture diverse. È un invito a sedersi in un caffè di Beyoğlu, a lasciarsi avvolgere dal vapore di un hammam storico, e a capire che ogni petalo di tulipano custodisce un frammento di Oriente, un eco della Persia e un respiro di Istanbul.
Se venite da queste parti, al termine del viaggio, comprate qualche bulbo da riportare a casa. Non è solo un souvenir: è un gesto di memoria e bellezza, un modo per portare con sé, anche lontano, la primavera di una città che ha imparato a fiorire tra due mondi e due continenti. E nel contemplare il tulipano, fiore che arriva dall’Oriente e che in Olanda ha solo trovato una seconda casa, auguriamoci che la vita, la storia e la cultura possano sempre rinascere, anche di fronte alla furia della cieca distruzione.
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