Un seme buono nel vento

Dal blog https://www.remocontro.it/

  • 21 Marzo 2026 Antonio Cipriani

La cultura profonda giunge lieve al cuore. Sette parole che risuonano nella mia testa dopo aver ascoltato a Pitigliano il classicista e scrittore Maurizio Bettini smontare con gentilezza la parola “identità”, approfondendo il tempo antico e quindi ignorando la furia totalitaria del tempo contemporaneo che prevede fisicamente e metaforicamente lo schermo piatto come sistema di valori: uno spazio virtuale senza storia e senza visione.

Parole di lentezza e ironia, quelle di Bettini, espresse con sorriso e con una dolcezza dei modi che fa bene al cuore (per come l’ho vissuta, anche se avesse semplicemente letto in greco i versi di Callimaco a un uditorio che non conosce il greco antico sarebbe stato balsamo per lenire gli affanni del presente e del suo linguaggio mediatico rutilante). Il suo ultimo libro si intitola “Arrogante umanità”; parte dal mito di Fetonte che racconta la nostra superbia antropocentrica, la cecità di fronte alla distruzione dei nostri saperi e dell’ambiente in cui viviamo. Un testo notevole che ci ricorda il valore del “restare umani”, smettendola di saccheggiare risorse a vantaggio di pochissimi, provocando la violazione dei diritti più elementari di tutti gli altri.

Con un minimo di buon senso verrebbe da chiedersi: come saremo ricordati dai nostri figli e dai figli dei nostri figli a cui stiamo devastando il pianeta? Come giudicheranno gli storici del futuro il nostro subire supinamente la perversione di un capitalismo comunicativo fatto di ottuse certezze assolute, di sorveglianza e repressione della libertà e di efferatezze accettate come semplici dati di fatto? I nostri discendenti si interrogheranno: come potete aver rinunciato ad interpretare la realtà che vi circonda, subendola e dimenticando ciò che hanno invece fatto i vostri padri per voi?

Come dice Cicerone, citato da Bettini: “Tale fu la virtù e la saggezza dei nostri antenati che nello scrivere le leggi non ebbero nessun altro scopo se non il benessere e il vantaggio dello Stato”.  Una frase significativa che ci giunge dalla storia della cultura e che si riconnette ai padri costituenti che scrissero la nostra meravigliosa Costituzione, guardando avanti, per il bene comune, per i diritti e i doveri della libertà.

Già, la nostra Costituzione. Ma scorrono davanti ai nostri occhi le immagini della mediocrità scintillante e piena di arroganza dell’epoca in cui viviamo, del presentismo dominante. Viene da piangere. Perché il problema non riguarda solamente la devastazione costante delle regole civili e della natura, la brutalità luccicante dell’ingiustizia sociale. Riguarda il concetto filosofico di un presente che divora tutto, storia e futuro, imprigionandoci in una vita in cui conta solo la forza immediata e la soddisfazione di bisogni individuali. Scrive Bettini: “Il passato tramonta dunque all’orizzonte del presente, che al contrario diviene sempre più poderoso e ingombrante. Per conoscere ciò che è avvenuto prima di noi, infatti, per prenderci confidenza, dovremmo accettare di compiere anche una necessaria opera di ricostruzione, di interpretazione. Per entrare in contatto con la storia non bastano un clic o un like, occorre tempo, concentrazione, impegno, e soprattutto pazienza. E questo contrasta con il nostro orientamento presentista”.

L’incantesimo di un presente senza storia e senza futuro ci toglie il respiro. La resa incondizionata di fronte alla perfidia di una modernità che si finge favolosa, ma è piena di avveniristici sistemi di obbedienza vestiti a festa, sembra la scelta naturale. Sembra un percorso tracciato. Ma non è così, non deve essere così.

Concludo con sette parole, che contengono speranza e desiderio di non accettare passivamente la bruttezza che ci viene proposta su piatti d’argento e con tanto di moine.

Sono dedicate a chi non si arrende al destino di infelicità: Un seme nel vento, ascoltare lo sguardo.

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