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| mar 23 di Elisabetta Burba |
«La conquista di Gerusalemme da parte dell’imperatore Tito», dipinto di Nicolas Poussin nel 1625. Wikimedia Commons. Licenza: Public Domain.
Dalla Bibbia come «atto di proprietà» evocato da Ben Gurion al suo utilizzo come guida metafisica da parte di Netanyahu, il sionismo israeliano ha attraversato una profonda metamorfosi. Nato come progetto laico e politico con Herzl, il movimento si è progressivamente intrecciato con correnti religiose e messianiche, soprattutto dopo il 1967. Oggi il richiamo alle Scritture non appare più solo come un elemento identitario, ma contribuisce a ridefinire il conflitto in termini messianici, rendendo più difficile ogni prospettiva di compromesso.
Seconda puntata della serie Da Israele agli Usa, come la Bibbia è stata trasformata in manuale militare.
IN BREVE
Metamorfosi del sionismo Nato come progetto laico e politico con Herzl, il movimento si è trasformato dopo il 1967 in un’ideologia messianica che usa i testi sacri come guida operativa.
Uso politico dei testi sacri Se per i padri fondatori la Bibbia era un «Kushan», ovvero un atto di proprietà storico, per la leadership attuale è un manuale bellico che detta le coordinate del futuro.
Radici del radicalismo Figure come il rabbino Kook hanno fornito legittimazione teologica al movimento dei coloni, spostando il baricentro politico verso visioni escatologiche e dogmatiche.
Archetipi e guerra totale Invocando Amalek contro l’Iran, Netanyahu ha trasformato la strategia in imperativo religioso: lo scopo non è più la deterrenza, ma l’eradicazione metafisica del nemico.
Tramonto della diplomazia L’invasione del sacro nella vita dello Stato rende il compromesso impraticabile, inquadrando i conflitti come lotte assolute e rendendo l’escalation inevitabile.
«Duemilacinquecento anni fa, nell’antica Persia, un tiranno si levò contro di noi con lo scopo di distruggere il nostro popolo […] Oggi, a Purim, il destino è stato segnato e la fine del regime malvagio arriverà». Alla vigilia della festa religiosa ebraica, il 28 febbraio 2026, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato l’inizio dei bombardamenti congiunti Israele-Usa contro l’Iran: l’operazione Roaring Lion / Epic Fury.
Gran parte dei media si è concentrata sulle implicazioni militari e diplomatiche degli attacchi, non prestando attenzione alla cornice simbolica usata da Netanyahu per presentarli. In realtà, la citazione offre un indizio sulla chiave attraverso cui il primo ministro interpreta il conflitto in Medio Oriente. Una chiave incentrata sulle Sacre Scritture.
Purim è la festa che celebra la salvezza miracolosa del popolo ebraico da un tentativo di sterminio nell’antica Persia, come narrato nel Libro di Ester della Bibbia. Anche il nome dell’operazione ha un chiaro riferimento biblico: Roaring Lion, Leone ruggente. Il nome, che sarebbe stato scelto da Netanyahu, si basa principalmente su un versetto del Libro dei Numeri (23:24): «Ecco, un popolo si alza come una leonessa e si erge come un leone; non si corica finché non ha divorato la preda e bevuto il sangue degli uccisi».
Non si tratta di semplice retorica bellica o di omaggio alla tradizione. Le parole di Netanyahu sono la dimostrazione plastica della profonda metamorfosi che ha sperimentato una parte rilevante del sionismo. Nato come movimento laico e pragmatico, con la nascita dello Stato di Israele e in particolare dopo la Guerra dei sei giorni, il movimento nazionalista ebraico è finito sotto la crescente influenza di correnti religiose e messianiche. Come risultato, oggi la percezione della Bibbia ha valicato i confini del sacro, diventando sempre più di frequente un manuale operativo che detta le coordinate geografiche e tattiche del futuro.
E pensare che i padri fondatori del sionismo erano laici, se non atei. Il movimento non nacque da un impeto religioso, ma da una necessità politica. Dopo aver seguito l’affaire Dreyfus in Francia, il giornalista ungherese Theodor Herzl si convinse che il progetto di integrazione degli ebrei in Europa era di fatto naufragato. Nel febbraio del 1896, pubblicò a Vienna Lo Stato ebraico, un pamphlet in cui sosteneva che l’antisemitismo non era un pregiudizio passeggero, ma un problema strutturale.
«Cresce di giorno in giorno, di ora in ora tra i popoli» denunciava Herzl. E concludeva: «Non considero la questione ebraica né una questione sociale né religiosa, per quanto possa di volta in volta assumere l’una o l’altra sfumatura. Essa è una questione nazionale e, per risolverla, dobbiamo prima di tutto trasformarla in una questione politica mondiale, che dovrà essere regolata nel consesso dei popoli civili».
Per il giornalista, la «soluzione moderna della questione ebraica» consisteva dunque nell’auto-emancipazione politica degli ebrei verso un proprio territorio sovrano. Subito dopo, iniziò a girare l’Europa alla ricerca dell’appoggio economico e politico per il suo progetto di creare una «dimora sicura» per gli ebrei. L’anno successivo organizzò a Basilea il Primo congresso sionista, dove in seguito dichiarò di aver «fondato lo Stato ebraico».
Per i sionisti della prima ora, la Bibbia non era né un riferimento culturale centrale, né una guida strategica. In quella fase, gran parte dei pionieri sbarcati in Palestina venivano da ambienti socialisti, atei e anti-clericali. Volevano «trasformare il deserto» e creare un uomo nuovo, lavoratore e combattente, che rompesse con la figura dell’ebreo religioso della diaspora dedito solo allo studio dei testi sacri.
Lo stesso Herzl era stato esplicito su questo punto. Nel capitolo del suo pamphlet intitolato Teocrazia, aveva scritto una dichiarazione d’intenti diametralmente opposta alla deriva messianica che osserviamo oggi. «Avremo dunque, alla fine, una teocrazia? No! La fede ci tiene uniti, la scienza ci rende liberi» scriveva Herzl. «Non permetteremo quindi che sorgano velleità teocratiche da parte dei nostri religiosi. Sapremo come confinarli nei loro templi, così come sapremo confinare il nostro esercito professionale nelle caserme. Esercito e clero devono essere onorati tanto quanto le loro belle funzioni richiedono e meritano. Ma essi non hanno nulla da dire nello Stato che li onora, poiché finirebbero per creare difficoltà esterne e interne».
Riletto oggi, quell’avvertimento appare profetico… Eppure, già nella seconda metà degli anni Trenta iniziarono a comparire i primi riferimenti politici al linguaggio biblico. Ai tempi del Mandato britannico, il presidente della Commissione reale sulla Palestina, Lord Peel, chiese a David Ben Gurion se il popolo ebraico possedesse un documento che provava il suo diritto su quella terra. Ben Gurion, che all’epoca era a capo dell’Agenzia ebraica, sollevò il Tanakh, la Bibbia ebraica, e dichiarò: «Questo è il nostro Kushan».
Il futuro primo ministro di Israele aveva citato il termine turco con cui l’Impero ottomano, che aveva governato la Palestina fino alla fine della Prima guerra mondiale, definiva l’atto di proprietà. Il Kushan era il documento ufficiale rilasciato dal catasto imperiale di Istanbul per certificare il possesso di un terreno. Ben Gurion usò questa analogia per sostenere che la Bibbia era il titolo di proprietà storico e religioso fondamentale che giustificava il ritorno degli ebrei nella loro patria ancestrale.
Ma fu la nascita dello Stato di Israele ad accelerare la trasformazione della Bibbia da testo di preghiera in strumento politico.Una battuta sarcastica che circola fra gli storici di Gerusalemme cattura il paradosso: «I nostri padri fondatori amavano dire: “Dio non esiste, ma ci ha dato uno Stato”». In Dieci miti su Israele, lo storico Ilan Pappé scrive: «In altre parole, sebbene non credessero in Dio, Egli aveva ciò nonostante promesso loro la Palestina». Il paradosso è ribadito anche da un celebre aneddoto attribuito allo stesso David Ben Gurion, che con lucido cinismo avrebbe detto: «Io non credo in Dio, ma ci ha promesso la Terra di Israele».
Ben Gurion, che si definiva non credente, andò oltre. Verso il 1958, il primo ministro israeliano istituì un circolo di studi biblici. A casa sua. Non per pregare, ma per analizzare la Sacra scrittura come fonte storica, politica e culturale. Nelle sue letture bibliche, il primo ministro di Israele non pareva cercare Dio, ma una legittimazione. Peraltro, mostrava particolare interesse per le strategie militari narrate nel Libro di Giosuè.
Come scrive Tom Segev nel libro A State at Any Cost, The Life of Ben Gurion, il leader sionista leggeva la Bibbia come un «documento politico», quasi come «una guida per governanti». In una nota lo storico riferisce che durante una riunione di Gabinetto Ben Gurion disse: «Secondo la Bibbia, noi abbiamo diritto anche al Sinai, ma la guerra non va sempre secondo la Bibbia». Lo storico aggiunge che il primo ministro «a volte paragonava il sionismo a una religione, parlando di “fede sionista” e una volta arrivò persino a riferirsi ai “comandamenti sionisti”. Vedeva il sionismo come “la luce nascosta nell’anima“ del popolo ebraico». Ben Gurion fu quindi la figura che sdoganò la Bibbia, portandola a valicare i confini del sacro, traghettandola cioè da un contesto puramente religioso a quello politico.
Nella metamorfosi del sionismo, lo spartiacque però fu il 1967. A partire dalla Guerra dei sei giorni, correnti religiose e messianiche iniziarono a permeare quello che era nato come un movimento laico e nazionalista. Mentre in precedenza il linguaggio biblico era servito principalmente come legittimazione storica e politica, dopo il conflitto iniziò a essere letto come una profezia in tempo reale. La conquista di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e di altri siti dal profondo significato biblico portò a un cambiamento di prospettiva che i padri fondatori non avevano previsto. Per molti sionisti religiosi, la vittoria fulminea non appariva come un successo militare laico, ma come la conferma che le «coordinate geografiche» della Bibbia erano un destino ineluttabile.
Una figura chiave di questa svolta fu il rabbino Zvi Yehuda Kook. Nato nel 1891 nella città di Jelgava, nell’attuale Lituania, al tempo parte dell’Impero Russo, era figlio di Abraham Isaac Kook, uno dei più importanti pensatori religiosi del XX secolo. Iniziò a studiare il Talmud, la Torah e la halakhah, la legge ebraica nell’attuale Lettonia, dove la famiglia si era trasferita. Nel 1904 emigrò ancora adolescente in Palestina, dove continuò a studiare per lo più sotto la guida del padre. Nel 1924, il padre fondò la yeshivà (scuola religiosa ebraica, ndr) Merkaz HaRav di Gerusalemme.
L’idea era rivoluzionaria: creare un’istituzione dove lo studio dei testi sacri servisse a formare una nuova classe di leader religiosi capaci di dialogare con il nascente movimento sionista. In sostanza, si trattava di integrare la Torah con il risveglio nazionale ebraico. In gran parte grazie a tale yeshivà, prese piede il «sionismo religioso». Come ha scritto lo storico Ilan Pappé, uno dei più forti critici del fenomeno, «questa corrente ideologica messianica, razzista e fondamentalista sta crescendo in termini di presenza e di influenza tra le élite politiche israeliane, che seguono gli insegnamenti e le visioni del rabbino Kook e di suo figlio».
Kook padre divenne la più importante autorità rabbinica in grado di sfidare le visioni ebraiche ortodosse, secondo le quali il sionismo è un tentativo di manomettere la volontà di Dio e che, pertanto, non dovrebbe essere appoggiato. «In qualità di rabbino capo della comunità sionista nella Palestina mandataria, all’epoca del colonialismo britannico in Palestina, dal 1918 al 1948» spiega Pappé, «Kook aveva dato la sua benedizione al progetto sionista». In sostanza, sosteneva che il diritto del popolo ebraico alla Palestina fosse volontà di Dio.
Poco prima dello scoppio della Guerra dei sei giorni, il 15 maggio 1967, Kook figlio tenne un discorso in cui esprimeva dolore per il fatto che Israele non controllasse ancora luoghi biblici centrali come Hebron, Nablus e Gerusalemme Est, fondamentali per la redenzione del popolo ebraico. «Dov’è la nostra Hebron?» invocò a gran voce.
Quando nel giugno 1967 Israele catturò la Cisgiordania, Gerusalemme Est, il Sinai e le Alture del Golan, Kook interpretò l’evento come un segno divino. A suo avviso, il ritorno a questi territori aveva un significato religioso, non solo politico, per cui c’era un dovere spirituale di stabilirvi degli insediamenti ebraici. Questa interpretazione contribuì a fornire legittimità teologica al movimento dei coloni nato dopo il 1967.
«Zvi Kook è stato il vero padre ideologico del movimento messianico Gush Emunim, che ha portato avanti la giudaizzazione della Cisgiordania occupata, e della Striscia di Gaza, dopo la guerra del ‘67» spiega Pappé. «Negli anni, questo movimento si è spostato dai margini del sistema politico israeliano, al centro. Alcuni dei membri, infatti, sono diventati importanti ministri in vari governi israeliani».
A onor del vero, dopo la guerra dei Sei giorni, i laburisti promossero gli insediamenti ebraici e il controllo israeliano nei Territori occupati, ma sulla base del sionismo laico-socialista. Il sionismo religioso di Kook sarebbe invece diventato politicamente molto più rilevante dopo la vittoria del Likud nel 1977. Intanto, il rabbino sionista si era trasformato nel leader spirituale dei coloni che si stavano espandendo in gran parte della Cisgiordania, anche in aree palestinesi densamente popolate.
La scuola religiosa fondata da Kook padre e i circoli da essa influenzati divennero spazi formativi per una parte del movimento dei coloni, incluse alcune delle sue frange più militanti. Questi ambienti venivano guidati dalle sentenze rabbiniche di Kook figlio. Pronunciamenti dottrinali che, spiega Pappé, «impedivano a qualsiasi governo di “cedere” anche solo un centimetro quadrato del cosiddetto “Eretz Israel”». Come precisa Pappé, per Zvi Kook e i suoi discepoli, «Eretz Israel» (la Terra d’Israele, termine biblico che indica il territorio geografico legato a Israele, ndr) include anche la Giordania.
Secondo lo storico, la manifestazione più estrema del Kookismo è il gruppo messianico Noar Ha-Gevaot, la Gioventù delle colline. Il gruppo è collegato a un’ideologia estremista che propone la totale giudaizzazione della Cisgiordania, che persegue attraverso attacchi feroci ai palestinesi e alle loro proprietà, inclusi roghi dolosi contro moschee e chiese. «Negli ultimi anni, i Giovani delle Colline hanno aggiunto al loro repertorio violento, l’incursione ad Al-Haram Al-Sharif, il luogo musulmano palestinese più sacro» spiega Pappé. «Lo scopo è quello di istigare una reazione che, a loro avviso, faciliterebbe la costruzione del cosiddetto Terzo tempio sulle rovine della moschea di Al-Aqsa, con la speranza di accelerare l’avvento del Messia ebraico».
Alle elezioni nel novembre 2022, i due partiti legati al milieu dei coloni, Ozma Yehudit (Potere ebraico) e Haziyonut Hadatit (Sionismo religioso), hanno ottenuto un significativo aumento della loro rappresentanza alla Knesset. Tali consensi sono stati cruciali per permettere a Netanyahu di formare una coalizione di governo. «I rappresentanti estremisti sono ora ministri nell’attuale gabinetto» osserva Pappé, «con Bezalel Smotrich come Ministro delle Finanze e Itamar Ben Gvir, un tempo avvocato difensore dei vigilantes, come Ministro della Sicurezza Nazionale».
Quelle che un tempo erano le visioni escatologiche di una frangia marginale sono diventate parte integrante della retorica del governo. Durante una visita a un sito colpito da un missile iraniano, lo scorso 3 marzo, il primo ministro ha dichiarato: «Abbiamo letto nella porzione della Torah di questa settimana: “Ricorda ciò che Amalek ti ha fatto”. Ricordiamo, e agiamo». Netanyahu ha fatto riferimento al passo biblico di Deuteronomio 25:17, evocando il comando di «cancellare il ricordo di Amalek»).
Secondo il Libro dell’Esodo e il Deuteronomio, gli Amalechiti furono i primi ad attaccare gli israeliti dopo l’uscita dall’Egitto. Nella tradizione ebraica, Amalek è molto più che un avversario politico. Rappresenta il nemico eterno che cerca di annientare Israele alla radice. Invocando questo archetipo biblico in relazione all’Iran, come già avvenuto per Gaza, il Primo ministro Netanyahu compie un salto di registro: la guerra non viene solo inquadrata come una questione di strategia, ma come un imperativo religioso. Se il nemico è Amalek, l’obiettivo non è più la deterrenza, ma l’eradicazione metafisica.
In altre parole, mentre il sionismo laico delle origini cercava una «dimora sicura» per un popolo perseguitato, l’attuale sionismo religioso cerca una «redenzione attraverso la guerra». Se per Herzl la Bibbia rappresentava il pericolo di un’intrusione clericale e per Ben Gurion una fonte di legittimazione storica, per Netanyahu è una sorta di manuale operativo.
La retorica messianica del primo ministro israeliano richiama il timore di Herzl che l’invasione del sacro nella vita dello Stato avrebbe generato «difficoltà esterne e interne». La posta in gioco è il rischio crescente che i conflitti regionali vengano inquadrati come lotte metafisiche. In un mondo in cui il dogma prende il posto della diplomazia, il compromesso diventa più difficile. E l’escalation appare l’unica via d’uscita.
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Elisabetta Burba Fondatrice e direttrice responsabile di Krisis, è una giornalista d’inchiesta e docente a contratto all’Università Statale di Milano. È stata capo della sezione Esteri di Panorama, ha collaborato con media internazionali, partecipato a missioni di osservazione elettorale per l’OSCE, scritto libri e insegnato all’Università dell’Insubria e alla Summer School del Marlborough College (UK). Dopo la laurea in Lettere alla Statale di Milano, ha fatto un Master al Politecnico e seguito corsi all’Università del Wisconsin, alla Scuola Sant’Anna di Pisa e alla London School of Economics. Vincitrice del premio Saint-Vincent.