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Giulio Calella 24/03/26
I media e i sondaggi sopravvalutano i leader di turno, ma la fase politica è profondamente fragile. La vittoria dei No mostra che Meloni non è egemone, ma per batterla non serve un «campo largo» ma la capacità di ritracciare in modo netto il «campo di battaglia»
«Se l’affluenza dovesse salire, superando il 50% degli aventi diritto, allora vincerebbero i Sì», sentenziavano all’unisono i sondaggisti alla vigilia del voto. Una previsione talmente convinta da aver influenzato anche le scommesse sulla vittoria del Sì su Polymarket che hanno avuto un picco enorme dopo il primo dato dell’affluenza di domenica alle 12. Nella realtà l’affluenza ha sfiorato il 60% dei votanti portando il No a una vittoria netta con poco meno di 10 punti percentuali di vantaggio.
Visione statica e realtà dinamica
La crisi economica del 2008 – con la conseguente crisi di consenso per il liberismo, pur in assenza di progetti politici compiutamente alternativi – ha ormai cambiato da anni profondamente la fase politica. Eppure la visione di politici, commentatori e sondaggisti sembra rimanere statica, attardata di una quindicina d’anni. Noi da tempo ripetiamo che con gli attuali livelli di astensionismo, nessuna analisi dei risultati elettorali seria può prescindere dal conteggio dei voti assoluti: se si guardano solo le percentuali dei partiti non si riescono a capire i reali rapporti di forza nella società. Al contrario le analisi mainstream tendono a rimuovere le enormi tensioni e i conflitti sociali da cui è attraversata l’attuale fase politica, con una visione statica che produce errori sempre simili, e agevola la megalomania e la sopravvalutazione di sé stessi dei politici di turno al potere.
I sondaggi e le analisi pre-voto si basavano sui risultati elettorali delle elezioni del 2022, con la seguente ipotesi: chi ha votato partiti di Centrosinistra era molto mobilitato a votare No, mentre chi ha votato partiti di destra era meno motivato ad andare a votare, per cui il No avrebbe vinto «a meno che» non si fosse recato alle urne più del 50% degli aventi diritto, dando per scontato che l’alta affluenza avrebbe portato al voto elettori di destra. Di fatto, i 16 milioni e cinquecentomila cittadini e cittadine astenuti alle ultime elezioni politiche erano considerati sostanzialmente «morti».
Ecco il primo dato: coloro che non votano alle elezioni politiche in realtà sono vivi, sono tanti, e sono arrabbiati perché rappresentano la parte che subisce di più le diseguaglianze sociali. Sono quindi poco prevedibili, e se si muovono possono scompaginare gli attuali rapporti di forza.
A guardar bene, in fondo, non era così difficile supporre che almeno una parte dei milioni di astenuti nel 2022 si sarebbe stavolta recata alle urne, visto che dalle elezioni del 2018 a quelle del 2022 si era registrato il calo di affluenza record di 4.582.636 persone, quasi tutte votanti nel 2018 del Movimento Cinque Stelle. E questo stesso elettorato era stato quello decisivo nel fermare la riforma di Renzi del 2016.
Ecco il secondo dato: se le persone vanno a votare non sono in maggioranza di destra, anzi sono per esempio determinate a difendere la Costituzione antifascista. Quando non vanno a votare è perché l’alternativa politica alle destre è semplicemente impresentabile.
Veniamo al terzo dato: la grande sconfitta del referendum è senza dubbio Giorgia Meloni. E la sconfitta è netta anche in termini di voti assoluti, considerando che l’intera coalizione di Centrodestra nel 2022 raccolse 12 milioni di voti mentre oggi i No sono 15 milioni.
Diceva di non voler «politicizzare» la riforma della Giustizia ma con la sua presenza su qualsiasi media prima del voto lo ha fatto eccome, registrando la sua prima grande sconfitta politica dopo il 2022. Non voleva fare la fine di Matteo Renzi, «in caso di vittoria dei No non mi dimetterò» ha ripetuto più volte. Ma la sua netta sconfitta ricorda proprio quella subita da Renzi dieci anni fa.
Giorgia Meloni ha commesso infatti lo stesso errore compiuto prima di lei da Renzi e Salvini: sopravvalutare la propria empatia con il popolo, il proprio fiuto politico e la propria egemonia nella società. Come scritto su queste pagine, da alcune settimane l’incantesimo della narrazione meloniana sembrava inceppato, la sua macchina narrativa sembrava girare a vuoto.
Ecco allora il quarto dato: Giorgia Meloni ha perso il «tocco magico», il suo discorso vittimistico, da opposizione pur stando al governo ormai da tre anni e mezzo, ha ormai stancato. E inizia a pagare una politica economica immobile di fronte alla sempre più feroce diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza, e la propria ostentata subalternità alle politiche di Trump, non ultima la guerra in Iran scatenata da Donald Trump e accolta col famigerato «non condivido e non condanno».
Tra i motivi della sconfitta c’è però anche aver scelto (dimostrando davvero poco fiuto politico) di ingaggiare una battaglia politica campale su un tema – la giustizia – quantomeno contraddittorio per le corde dell’elettorato meloniano. Se da un lato infatti la riforma coltivava senza dubbio il sogno fascista di sottomettere il potere giudiziario all’esecutivo con l’indebolimento del Csm, dall’altro portava avanti un discorso presuntamente garantista (in realtà garantista con il sottosegretario alla giustizia Andrea Del Mastro ma non certo, per fare un esempio, con Abderrahim Mansouri, la vittima della stazione di Rogoredo), cosa non proprio nelle corde del discorso aggressivo giustizialista dell’estrema destra. E ha portato avanti una campagna elettorale sguaiata su un tema difficile da rendere «populista», con trovate quasi comiche nel tentativo di legare la riforma ai più controversi casi giudiziari del paese (da Enzo Tortora alla «famiglia nel bosco») o evocando il rischio che con la vittoria del No i magistrati avrebbero rimesso a piede libero tutti i pedofili e gli stupratori. O ancora sostenendo la vicinanza tra i magistrati e nientemeno che i militanti del centro sociale Askatasuna (come se non fossero alcuni magistrati ad aver costruito il teorema giudiziario che accusava i militanti del centro sociale torinese di «associazione a delinquere»).
«Come i cicli brevi dei mercati finanziari e dei nuovi media, la sfera pubblica odierna si agita e si contrae, senza mai cristallizzarsi in un’infrastruttura organizzativa duratura», scrive Anton Jäger in Iperpolitica. Lo abbiamo già visto più volte negli ultimi quindici anni: in questa fase storica i soggetti e i personaggi politici si gonfiano e si sgonfiano alla velocità della luce perché nessuno ha una risposta credibile da fornire di fronte alla crisi verticale del capitalismo. E nessuno ha un progetto profondo e duraturo di ricomposizione di un blocco sociale. Per questo nessuno può dormire sonni tranquilli perché i rapporti tra elettori e governi sono estremamente instabili, e l’opinione pubblica è sempre in bilico tra il riflusso e la protesta. È inutile quindi provare a nascondersi nel bosco.
Non serve un «campo largo» ma un «campo di battaglia»
L’unica speranza di Giorgia Meloni è la debolezza dell’alternativa politica. Per rimobilitare il proprio blocco sociale servirebbe un Socialism for future, invece l’opposizione non è ancora nemmeno in grado di esprimere una leadership condivisa, figuriamoci un’idea di società alternativa. La sconfitta della destra avviene infatti su un voto tra Sì e No in difesa della Costituzione, ma che queste stesse persone vadano a votare per Elly Schlein – o chi per lei – contro Meloni è tutto da dimostrare.
Se è vero che in questa vittoria è stata decisiva buona parte dell’elettorato che aveva difeso la Costituzione dall’attacco di Matteo Renzi, è difficile pensare che questo stesso elettorato vada a votare per un cosiddetto «campo largo» che va da Nicola Fratoianni proprio a Renzi. Del resto il referendum è stato sostenuto da un «campo stretto», con Italia Viva che si è astenuta sulla riforma e Azione di Carlo Calenda schierata per il Sì insieme a una serie di esponenti cosiddetti «riformisti» del Partito democratico.
La vittoria del No ha invece beneficiato in modo decisivo della spinta delle nuove generazioni scese massicciamente in piazza lo scorso autunno per Gaza e contro la guerra, e simbolicamente rappresentate dal diciottenne che ha dichiarato il No alla premier durante un selfie alla vigilia del voto. Le prime analisi parlano di No al 61% tra coloro che hanno tra 18 e 34 anni, percentuale nettamente superiore alle fasce di età superiori. Così come è stata decisiva la mobilitazione per il No di tanti movimenti e conflitti sociali che attraversano il paese, pur spesso invisibili ai grandi media, e che possono spostare a sinistra il risultato.
Ecco quindi il quinto dato: la forza per vincere e cambiare la società non sta nella formula dell’opposizione, che non fa che riproporre una visione statica della società, frutto della sommatoria matematica delle sue forze politiche alle ultime elezioni. La forza non sta nel «campo largo» ma nel saper ritracciare in modo netto e radicale il «campo di battaglia».
La difesa della Costituzione antifascista è stata una scelta di campo radicale, per questo ha vinto e riportato al voto molte persone che nel 2022 non avevano trovato ragioni sufficienti per andare alle urne. Il campo può essere «largo» quanto si vuole, ma se è rinunciatario e contraddittorio produce astensione e quindi sconfitta. Non si vince senza affrontare la crisi radicale del sistema, con obiettivi praticabili ma mai rinunciatari.
Il sesto e ultimo dato è questo: i movimenti devono cogliere l’occasione della prima sconfitta del governo per provare a interrompere l’inerzia di questa lunga fase politica.
La destra postfascista vince se riesce a fare leva sulla smobilitazione, solo in questo modo diventa mainstream. La destra deve in fondo garantire lo status quo, gli attuali rapporti di classe e di proprietà, e per farlo servono l’inerzia e la rassegnazione non la mobilitazione. Per questo una fase storica priva di forte militanza sociale e politica come quella che viviamo favorisce la destra. Ma quando si produce mobilitazione e conflitto, si cambiano i rapporti di forza e si creano risultati inattesi.
I movimenti sociali possono cogliere questa prima sconfitta del governo per allargare gli spazi di mobilitazione, a partire dalla manifestazione del 28 marzo a Roma lanciata dalla rete No Kings in collegamento con le mobilitazioni contro Donald Trump negli Usa, e poi con mobilitazioni le più ampie e radicali possibili in occasione del 25 aprile.
E si può rilanciare l’onda oceanica del movimento per la Palestina dello scorso autunno – interrottasi troppo presto anche a causa delle incomprensibili divisioni identitarie di alcune organizzazioni – con le nuove Flottille in partenza per Cuba e per la Palestina.
Costruire reti e convergenze, dar vita a un’ecosistema politico radicale in grado di ricomporre, nella diversità, l’attuale variegata composizione della working class, può incidere in modo decisivo nella prossima evoluzione dello scenario politico, se non scade in scelte elettoralistiche ma costruisce il conflitto e il protagonismo sociale. Facendo emergere, come nell’occasione del referendum, l’irruzione diretta sulla scena politica di milioni di persone inattese.
*Giulio Calella, cofondatore e presidente della cooperativa Edizioni Alegre, è editor di Jacobin Italia.