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- 24 Marzo 2026 Valerio Sale
“The Final Battle” è il titolo di una lunga analisi di Ray Dalio sulle sorti della potenza globale degli Stati Uniti. Dalio è il fondatore di Bridgewaters uno dei più grandi fondi d’investimento di Wall Street e con le crisi globali ci vede lungo. Fu tra i pochi a prevedere quella del 2008 e oggi individua nella guerra in Iran il possibile punto di caduta dell’impero economico e finanziario americano.
‘Bridgewaters’
L’andamento dell’attuale ciclo economico partendo da una prospettiva storica. Perdere l’influenza sullo stretto di Hormuz potrebbe significare per gli Stati Uniti quello che nel 1956 fu per la Gran Bretagna la perdita del canale di Suez. La sterlina era ancora moneta di riserva mondiale e la grande marina britannica era temuta nei mari di tutto il mondo. Poi l’Egitto nazionalizzò Suez e la Gran Bretagna perse, non militarmene, ma sul piano della credibilità del suo impero. Fu l’inizio della fine, gli alleati ridussero i legami con Londra e soprattutto i creditori persero la fiducia nella sterlina che nell’ultimo decennio aveva progressivamente perso valore nei confronti della nuova divisa emergente, il dollaro.
La crisi dell’Impero americano
Che adesso possa essere arrivato il momento degli Stati Uniti ce lo indicherebbe quindi la storia. Il grande ciclo economico che si ripete da qualche secolo è composto da cinque forze, spiega Dalio. Il ciclo del debito, il ciclo politico interno del conflitto tra chi ha e chi non ha, il ciclo geopolitico con lo scontro tra le super potenze, le crisi dovute alle catastrofi naturali, l’innovazione tecnica e tecnologica. Ogni ciclo ha una durata media di 80 anni al termine del quale l’ordine finanziario si rompe e ne nasce un altro. Prendendo come data di partenza gli accordi di Bretton Woods del 1944 in cui si stabilì di fatto l’egemonia del dollaro, ci troviamo proprio alla fine del ciclo.
Il dollaro dopo l’oro
Nel 1971 quando dollaro si sganciò dall’oro, divenne una moneta fiat, ovvero scambiata unicamente sulla fiducia nel valore di chi la stampa. Un valore fondato sulla propria potenza economica, ma non solo. La fiducia si ripone anche nelle capacità di difendere e controllare il proprio ruolo nel mondo mediante la potenza militare. La storia ha insegnato che l’economia e l’esercito più potente del mondo garantiscono la moneta più sicura del mondo. Ma ecco che nel corso di questi ultimi 80 anni entra in gioco una delle cinque forze che muove il grande ciclo economico: il debito.
L’impero del debito
Oggi il debito americano ha raggiunto una dimensione tale (39mila miliardi di dollari) da richiedere un importo per gli interessi, 1000 miliardi, che corrisponde al medesimo costo di mantenimento della sua forza militare. Un evidente segno di debolezza che si è trasformato in un calo di fiducia e in aperta preoccupazione da parte di investitori e risparmiatori. La conferma viene dall’aumento dei tassi sui Titoli di Stato, i Treasury, così come nel progressivo allontanamento dal dollaro come rifugio sicuro degli investitori che si sono diretti verso beni ‘solidi’ come l’oro.
Dollaro come la credibilità di Trump
Per coloro che interpretano analisi così approfondite come quella di Ray Dalio saltando alla conclusione che fine del dollaro è questione di giorni, i maggiori studi economici confermano che il potere di una valuta di riserva non crolla mai in un giorno. I mercati osservano gli andamenti, ma continuano a commerciare. Il dollaro rappresenta oltre il 60% delle transazioni commerciali e la moneta Usa resta la valuta di riserva mondiale. Ma perché una sconfitta, non militare, ma strategica, nello stretto di Hormuz segnerebbe la fine del ciclo della potenza Usa? Il fondatore di Bridgewater lo spiega elencando ancora una volta una serie di evidenze e di parametri misurabili.
Sempre guerre commerciali
Le guerre tra le superpotenze iniziano sempre con le restrizioni commerciali per danneggiare le finanze altrui, in questo caso con i dazi di Trump. Le guerre tecnologiche si combattono con i blocchi delle catene di fornitura, come sta accadendo con i chip Cina tra e Usa. La guerra dei capitali, le sanzioni, si applicano alle forme dei pagamenti, come nel sistema Swift, così come congelando gli asset finanziari, come con le riserve russe. Le guerre militari tra le super potenze sono solo l’ultimo livello dello scontro, ma i precedenti quattro livelli sono già stati superati dagli Stati Uniti.
Lo Stretto del ciclo storico Usa
Sono dinamiche che anche l’Iran conosce bene, cercando di accelerare le contraddizioni interne americane e quindi la loro durata mediante questa guerra. La tesi di Ray Dalio che Hormuz sia lo snodo del nuovo ordine mondiale risulta plausibile perché le ripercussioni globali possono incidere sulle forze che possono muovere o arrestare il grande ciclo storico degli Usa: debito, equilibrio politico interno, ruolo nel M.O. e rapporto con la Cina, bolla dell’Intelligenza Artificiale, crisi energetica globale. L’altalena dei mercati a cui stiamo assistendo non è che la scenografia della commedia di un ordine mondiale il cui copione rimane lo stesso da secoli con il nuovo che sostituisce il vecchio.