Dalla rete nazionale NORIGASS NOGNL, GUERRA
di Margherita Furlan | 23 marzo 2026
A margine del vertice consultivo dei ministri degli Esteri di un gruppo di paesi arabi e islamici, quattro uomini si siedono intorno a un tavolo e la foto che ne esce è già un fatto geopolitico. Da sinistra: Badr Abdelatty, ministro degli Esteri egiziano. Hakan Fidan, capo della diplomazia turca ed ex capo dell’intelligence. Faisal bin Farhan Al Saud, ministro degli Esteri saudita. Mohammad Ishaq Dar, omologo pakistano. Non è un incontro protocollare. È la prima riunione congiunta a quattro tra i rappresentanti di Turchia, Arabia Saudita, Egitto e Pakistan per discutere una piattaforma di sicurezza comune.
Il comunicato ufficiale dell’Agenzia di Stampa Saudita è asciutto: i quattro ministri hanno discusso “l’escalation iraniana nella regione e l’importanza di continuare le consultazioni e coordinare gli sforzi congiunti per raggiungere sicurezza e stabilità”. Ma dietro la formula diplomatica si muove qualcosa di molto più profondo: la costruzione di un nuovo asse di difesa che potrebbe ridisegnare l’architettura di sicurezza dal Mediterraneo orientale all’Oceano Indiano.
Fidan: “O risolviamo noi, o lo farà un egemone esterno”
Le parole più significative sono arrivate due giorni dopo, il 21 marzo, dalla bocca dell’uomo che sta pilotando l’intera operazione diplomatica: Hakan Fidan. Il ministro degli Esteri turco ha confermato che i quattro paesi stanno esplorando come combinare le rispettive forze per affrontare le sfide regionali. Ma è la cornice concettuale che merita attenzione.
“O ci uniamo e impariamo a risolvere i nostri problemi da soli, o un egemone esterno verrà a imporre soluzioni che servono i suoi interessi, oppure non farà nulla impedendo ad altri di agire.” Questa frase, riportata da Middle East Eye, non è un’osservazione generica. È una dichiarazione programmatica che esplicita il fallimento della garanzia di sicurezza americana nella regione. E Fidan lo sa bene: è stato per tredici anni a capo del MIT, i servizi segreti turchi. Conosce la differenza tra un’alleanza e un paravento.
“Dobbiamo imparare a fidarci gli uni degli altri. Dobbiamo agire insieme su certe questioni. Dobbiamo essere in grado di adottare una posizione comune.” Fidan ha aggiunto che Ankara possiede una vasta esperienza nel portare avanti iniziative istituzionali e collettive a livello internazionale; un riferimento implicito alla NATO, di cui la Turchia è membro dal 1952, ma anche un segnale: Ankara sa costruire alleanze. E ora vuole costruirne una nuova.
Le fondamenta: il patto Arabia Saudita-Pakistan del settembre 2025
Per comprendere cosa si sta muovendo a Riyadh, bisogna tornare indietro di sei mesi. Il 17 settembre 2025, al Palazzo di Al Yamamah, il principe ereditario Mohammed bin Salman e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif firmano lo Strategic Mutual Defence Agreement (SMDA). È il primo patto di difesa reciproca tra uno Stato arabo del Golfo e una potenza nucleare. La clausola centrale ricalca l’Articolo 5 della NATO: ogni aggressione contro una delle parti sarà considerata un’aggressione contro entrambe.
Il contesto della firma è determinante. L’SMDA arriva dopo due episodi che hanno eroso la credibilità della garanzia americana nella regione: gli attacchi droni iraniani contro l’Arabia Saudita nel 2019, accolti con una condanna blanda da Washington, e gli attacchi israeliani contro il Qatar nel 2025, cui gli Stati Uniti hanno risposto con un rimprovero tiepido. Per Riyadh il messaggio è chiaro: quando serve davvero, l’ombrello americano ha dei buchi. Meglio averne un secondo.
Un alto funzionario saudita della sicurezza ha sintetizzato la logica con una formula netta: “Speriamo che questo accordo rafforzi la nostra deterrenza, un’aggressione contro uno è un’aggressione contro l’altro.” Ma la domanda che tutti si sono posti riguarda l’elefante nella stanza: l’arsenale nucleare pakistano.
Il ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif ha inizialmente lasciato intendere che il patto includesse un ombrello nucleare esteso all’Arabia Saudita, per poi ritrattare. Un alto funzionario saudita ha dichiarato a Reuters che l’accordo “comprende tutti i mezzi militari” senza menzionare esplicitamente la condivisione nucleare. L’ambiguità è deliberata: funziona come deterrenza senza provocare una reazione formale del regime di non-proliferazione.
La geometria del nuovo asse: cosa porta ciascuno al tavolo
L’incontro di Riyad ha aggiunto l’Egitto all’equazione, trasformando un asse trilaterale in un quadrilatero. La geometria non è casuale: ciascun paese porta al tavolo un asset strategico specifico e complementare.
Turchia: l’industria della difesa più avanzata e verticalmente integrata del mondo islamico. Droni Bayraktar, missili balistici e da crociera, il caccia di quinta generazione KAAN, sistemi di difesa aerea, navi militari. L’esperienza di combattimento recente in Siria, Libia e Iraq. E la posizione geopolitica unica: membro NATO, porta del Mediterraneo orientale, controllore degli Stretti.
Arabia Saudita: la potenza finanziaria del Golfo, il più grande importatore di armi al mondo, un progetto di localizzazione della produzione militare, Vision 2030, che prevede di portare al 50% la quota di procurement difensivo interno. La Saudi Arabian Military Industries ha firmato accordi di trasferimento tecnologico con le principali aziende turche della difesa. E il World Defense Show di Riyad è diventato la vetrina di questo nuovo corso.
Pakistan: la potenza nucleare del mondo islamico. Un esercito da seicentomila effettivi con decenni di esperienza operativa. Capacità missilistica avanzata. E un complesso militare-industriale che produce, tra gli altri, il caccia leggero Karakorum-8 e sistemi di difesa aerea. Islamabad è vicina a un accordo da 1,5 miliardi di dollari per la vendita di armamenti al Sudan, un segnale della sua crescente proiezione in Africa.
Egitto: la nazione araba più popolosa, con l’esercito più grande del mondo arabo e il controllo del Canale di Suez, il collo di bottiglia marittimo più importante del pianeta dopo Hormuz. A febbraio 2026, durante la visita di Erdoğan al Cairo, la turca MKE ha firmato un accordo da 350 milioni di dollari con il Ministero della Difesa egiziano per la vendita di munizioni e l’installazione di linee produttive in Egitto.
La combinazione di queste quattro potenze crea un arco strategico che si estende dal Mediterraneo orientale attraverso il Mar Rosso fino all’Oceano Indiano. È una continuità geografica senza precedenti tra potenze a maggioranza musulmana.
Non una NATO islamica: qualcosa di più flessibile e forse più efficace
Le fonti turche citate da Middle East Eye sono state precise nel definire i confini dell’iniziativa: l’accordo non replicherà le garanzie e gli impegni della NATO. Sarà piuttosto una piattaforma di sicurezza per consentire una maggiore cooperazione nell’industria della difesa e nelle questioni difensive più ampie. Lo stesso ministro pakistano della Produzione per la Difesa, Raza Hayat Harraj, ha chiarito che l’accordo trilaterale Turchia-Saudi-Pakistan è separato dall’SMDA bilaterale tra Riyadh e Islamabad. Un’architettura a strati, non un blocco monolitico.
Questa distinzione è cruciale. Ciò che sta emergendo non è un’alleanza militare con obbligo di intervento automatico, ma una piattaforma adattiva: coproduzione di armamenti, fusione di intelligence, pianificazione di contingenza, segnalazione politica coordinata. La flessibilità è il punto di forza: può essere attivata o ridimensionata a seconda delle circostanze, senza i vincoli istituzionali di un trattato in stile NATO.
Chatham House, il think tank britannico della politica estera, inquadra la mossa turca nella strategia di Ankara: coprirsi su più fronti strategici contemporaneamente. La Turchia resta nella NATO, ma costruisce una rete di sicurezza parallela con partner che condividono una percezione crescente di inaffidabilità della garanzia americana.
Per l’Arabia Saudita, la logica è ancora più esplicita, dato che ha elevato i suoi legami militari storici con il Pakistan nel 2025 per complementare la deterrenza americana in declino nel Golfo e contenere la crescente assertività militare di Israele in Medio Oriente.
Il convitato di pietra: l’Iran
C’è però un’ambiguità deliberata al centro del nuovo asse, e riguarda l’Iran. Il comunicato congiunto dei quattro paesi a Riyad ha criticato duramente Teheran per i suoi attacchi contro i paesi del Golfo, menzionando Israele solo brevemente con un riferimento alla sua politica “espansionista” in Libano. Per Riyad l’urgenza immediata è lo Stretto di Hormuz bloccato.
Ma Ankara ha una lettura diversa. Fidan ha ripetutamente indicato Israele come il principale istigatore della guerra con l’Iran. La Turchia non è disposta a schierarsi in un blocco anti-iraniano: il suo interesse è la deterrenza regionale complessiva, inclusa la deterrenza contro l’espansionismo israeliano in Siria e nel Mediterraneo orientale.
Anche l’Iran ha giocato le sue carte con abilità. Quando il patto Arabia Saudita-Pakistan fu firmato nel settembre 2025, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian lo accolse all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite come l’inizio di un “sistema di sicurezza regionale complessivo” in opposizione all’espansione militare israeliana. Un messaggio chiaro: Teheran preferisce che i suoi vicini sunniti costruiscano le proprie capacità difensive piuttosto che dipendano da Washington, purché quelle capacità non vengano rivolte contro l’Iran.
Questa è la linea di faglia su cui cammina il nuovo asse: abbastanza anti-iraniano da soddisfare le esigenze di sicurezza saudite, ma non abbastanza da alienare Ankara, che importa gas iraniano e non vuole un secondo fronte ai suoi confini. E abbastanza anti-israeliano da giustificare la narrativa di “sovranità regionale”, ma non abbastanza da provocare Washington.
La variabile nucleare
L’elemento che trasforma questo patto da un accordo di cooperazione industriale in un fatto di portata strategica globale è la questione nucleare. Il Pakistan è l’unico Stato islamico dotato di armi nucleari. L’SMDA con l’Arabia Saudita è il primo patto di difesa reciproca che lega una potenza nucleare a uno Stato arabo del Golfo.
L’ambiguità sulla condivisione nucleare è stata mantenuta da entrambe le parti con cura quasi artistica. L’ex diplomatico pakistano Hussein Haqqani ha osservato che il trattato copre probabilmente anche la difesa missilistica. Il patto potrebbe alterare il calcolo di sicurezza dell’India, un segnale che le implicazioni di questa nuova architettura si estendono ben oltre il Medio Oriente.
E se l’Arabia Saudita dovesse un giorno decidere che l’ombrello nucleare pakistano non è sufficiente? I rapporti sulla collaborazione saudita con la Cina nella produzione di missili balistici (Riyad ha acquistato missili a raggio intermedio DF-3 da Pechino e sarebbe in procinto di ottenere infrastrutture per la produzione domestica di missili) suggeriscono che la diversificazione strategica di MBS non ha limiti ideologici. L’Arabia Saudita compra dove conviene: dalla Turchia i droni, dal Pakistan la deterrenza nucleare, dalla Cina i missili, dagli Stati Uniti i caccia. E costruisce un’architettura di sicurezza che non dipende da nessuno singolarmente.
Cosa cambia nella mappa del potere
Guardiamo la mappa. Un asse Turchia-Arabia Saudita-Egitto-Pakistan controlla: gli Stretti turchi (Bosforo e Dardanelli), il Canale di Suez, lo sbocco sul Mar Rosso e il Golfo di Aden, una posizione dominante nel Golfo Persico, e una proiezione nell’Oceano Indiano attraverso il Pakistan. Sono le arterie del commercio globale. Chi controlla queste linee di comunicazione marittima ha una leva su chiunque le attraversi.
In termini militari, la combinazione delle quattro forze armate, droni e caccia turchi, testate nucleari pakistane, risorse finanziarie saudite, massa critica egiziana, crea un potenziale di deterrenza che nessun paese della regione può generare da solo. Non è la NATO. Ma non è nemmeno un forum di dialogo. È qualcosa nel mezzo: una piattaforma di sicurezza modulare, attivabile a geometria variabile, costruita per un mondo in cui le garanzie esterne si stanno evaporando.
Per Israele, questa è la peggiore notizia strategica possibile. Come osserva il Times of Israel in un’analisi preoccupata, un asse di questo tipo unirebbe “capacità nucleare, controllo di vie d’acqua strategiche, forze di spedizione e influenza ideologica”. Il pericolo non starebbe tanto nel linguaggio formale del trattato quanto nella “convergenza di capacità, ambizioni e rivendicazioni”.
Per gli Stati Uniti è un segnale di erosione strutturale: tre dei quattro paesi dell’asse sono partner di sicurezza americani (la Turchia è alleato NATO, il Pakistan un alleato storico, l’Arabia Saudita è il maggiore cliente di armamenti). Il fatto che tutti e tre stiano costruendo una rete alternativa è la misura più eloquente della perdita di credibilità della garanzia americana nella regione.
C’è una parola che ricorre nelle dichiarazioni di tutti gli attori coinvolti: sovranità regionale. Fidan la pronuncia esplicitamente. È la stessa parola che sentiamo dal lessico BRICS, dallo Shanghai Cooperation Organisation, dal corridoio Nord-Sud. È il vocabolario del mondo multipolare che si sta costruendo, in cui la sicurezza non viene importata da Washington ma prodotta localmente, con i propri mezzi, secondo i propri interessi.
Che questo nuovo asse sia diretto contro l’Iran, contro Israele, o contro la dipendenza da un egemone lontano, è una questione che i suoi stessi membri stanno deliberatamente lasciando aperta. L’ambiguità è la strategia. La flessibilità è l’arma. E il fatto che quattro paesi islamici con capacità militari di primo livello si siedano allo stesso tavolo per discutere di difesa collettiva nel mezzo di una guerra che nessuno di loro ha voluto è già, di per sé, un fatto compiuto che ridisegna la mappa del potere.
Margherita Furlan