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Matteo Suanno 21/03/26
Gli iraniani festeggiano il Nowruz durante la guerraMajid Saeedi/Getty Images
tra blocchi di internet e analisi geopolitiche che ci fanno dimenticare il volto (dis)umano della guerra
Il Capodanno persiano è simbolo di rinascita. Ma quest’anno è coinciso con il peggior momento da decenni, con il blocco di internet più lungo di sempre che ha separato famiglie, privandole delle emozioni. La testimonianza di una emigrante
In Iran sono ore di festa. È il Nowruz. Ma da tre settimane, cioè da quando Israele e Stati Uniti hanno ucciso l’ayatollah Ali Khamenei scatenando una nuova guerra, il paese è disconnesso dal resto del mondo. Il blocco di internet imposto dal regime alla sua popolazione è diventato un muro impenetrabile, che ha avuto effetti anche sul racconto della guerra stessa. Una guerra da subito spersonalizzata, complice la propaganda che hanno contribuito a diffondere i profili social della Casa Bianca e quelli dell’Israeli defence force. Nel corso dei giorni si sono affastellate letture di carattere politico-militare e commerciale, queste ultime acuite dopo il blocco dello stretto di Hormuz e i suoi effetti sul commercio e il costo dei carburanti a livello mondiale. Quasi nulla è uscito dall’Iran sulle condizioni in cui versa la popolazione, che ieri avrebbe dovuto festeggiare il Nowruz, l’antichissima festa persiana che segna l’inizio del nuovo anno, senza la possibilità di comunicare con i propri cari e in condizioni economiche precarie. Oltre, naturalmente, al pericolo dei bombardamenti e a quello della repressione interna.
L’Iran tagliato fuori dal mondo
“Nelle ultime tre settimane ho parlato con mia madre solo per 30 minuti”, ci racconta Ava (nome di fantasia), ragazza iraniana che vive e lavora a Londra e che prosegue: “È successo circa dieci giorni dopo l’inizio del conflitto, quando i miei genitori hanno deciso di spostarsi da Teheran per andare più a nord, non distante dalla Turchia, dove hanno trovato qualcuno in grado di metterci in contatto”.
La voce di chi è all’interno dell’Iran è ridotta a zero almeno quanto le rotte commerciali di Hormuz, con la differenza che, di loro, i mezzi d’informazione internazionali non parlano. Un po’ per mancanza di informazioni, un po’ perché l’attenzione è rivolta verso un altro tipo di racconto. Intanto, il viaggio di una famiglia lontano dalla capitale, solo per una breve seppur preziosa telefonata, misura la profondità del blackout alla connettività imposto dal regime alla popolazione dell’Iran, il più lungo mai registrato nel paese. Con l’avanzare dei giorni la rete è stata ridotta a un’infrastruttura residuale: secondo i dati di NetBlocks, il traffico internazionale è crollato a livelli prossimi all’1% rispetto alla media, segnando “il blackout più esteso mai osservato in una società altamente connessa”.
Le Guardie della rivoluzione parlano di sicurezza e contrasto alla disinformazione; nella pratica, il risultato è una frattura netta e ad oggi difficile da colmare tra chi è dentro e chi è fuori dal paese: “So che hanno dovuto pagare molto, non mi hanno detto quanto, ma so che la cifra riguardava ogni persona che volesse parlare, anche all’interno della stessa chiamata. Alla fine, ho parlato con mia madre: mi ha detto che lei e la mia famiglia stanno bene, si sentono più al sicuro lontani da Teheran. Non sento la voce di mio padre da settimane”.
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Le chiamate internazionali non funzionano, molte app sono inutilizzabili, e anche i tentativi più ingegnosi di aggirare i blocchi — sono stati riportati casi di Vpn dai costi proibitivi, o connessioni satellitari come Starlink, oltre a reti ibride operanti ai confini e talvolta in grado di aprire un varco nelle comunicazioni – restano instabili, intermittenti, quasi sempre pericolosi, come sottolineato dallo stesso direttore di NetBlocks, Alp Toker, parlando con Middle East Monitor.
In alcune zone, comunicare significa affidarsi a intermediari informali che tengono due telefoni connessi a reti diverse, collegando per pochi minuti famiglie divise dalla guerra e dalla censura. Il prezzo è alto, non solo economicamente: ogni interruzione delle comunicazioni alimenta un vuoto che viene riempito da ipotesi e paure. Chi riesce a raggiungere per un attimo i propri cari diventa così beneficiario un privilegio fragile, riservato a poche migliaia di persone con accesso autorizzato tramite whitelist statali o abile a destreggiarsi tra questi provider informali. Per tutti gli altri, resta una sensazione diffusa e destabilizzante: quella di vivere una guerra che non si può raccontare, nemmeno ai propri cari.
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L’arrivo del Nowruz, una festa di rinascita sotto le bombe
Questa cesura delle relazioni e del quotidiano avviene mentre in Iran è iniziato il Nowruz, il capodanno persiano che coincide con l’equinozio di primavera e che da millenni segna un tempo di rinnovamento, memoria e comunità.
In anni normali, hanno raccontato residenti e commercianti contattati da Iran International, media operante dal Regno Unito, le città si riempiono di mercati affollati, tavole imbandite e rituali condivisi. Oggi, invece, sembrano prevalere quiete e disillusione. I mercati sono vuoti, i consumi in calo, e l’inflazione — già elevata — si intreccia con gli effetti immediati della guerra: meno lavoro, più incertezza, meno mobilità. Le testimonianze raccolte da fonti locali descrivono piccoli imprenditori incapaci di coprire l’affitto e famiglie che rinunciano anche agli acquisti minimi legati alla festa.
Anche laddove la volontà di celebrare resiste, spesso manca la possibilità materiale di farlo: “Il riverbero economico della guerra, in particolare quello sulle condizioni materiali degli iraniani che vivono nel paese, resta un aspetto di cui si parla pochissimo nonostante sia proprio quello ad aver sollevato le proteste di inizio anno e che hanno rappresentato forse il momento più basso per il regime negli ultimi anni”, ha detto Tara Kangarlou, giornalista statunitense nata in Iran raggiunta da Wired Italia nel corso di un evento a Londra.
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Il Nowruz, festa di origine zoroastriana sopravvissuta, benché privata della sua dimensione religiosa, all’avvento della Repubblica islamica, resta una delle pratiche culturali più profonde della società iraniana. Oggi, però, si trova così a fare i conti con una disconnessione che ne altera la dimensione più essenziale, quella collettiva: “Le famiglie non riescono a riunirsi, né fisicamente né virtualmente; i legami con la diaspora, tradizionalmente intensi in questo periodo, si indeboliscono”, prosegue Kangagrlou.
Le poche informazioni che trapelano dal paese raccontano che i bazar non sono presi d’assalto come succede solitamente durante i festeggiamenti, che durano quasi due settimane. Luoghi che, così come il Nowruz, hanno attraversato i secoli e sono divenuti patrimonio culturale dell’Iran, come il Palazzo del Golestān a Teheran, sono stati danneggiati dai bombardamenti israelo-statunitensi. Quest’anno il messaggio di rinascita incarnato dal Nowruz rischia di restare invisibile, oscurato da una narrazione del conflitto che privilegia obiettivi militari, infrastrutture energetiche e strategie geopolitiche, lasciando sullo sfondo la vita quotidiana di milioni di persone.
La disconnessione peggiora le condizioni di sicurezza della popolazione
Giornalisti, ricercatori e organizzazioni per i diritti umani si muovono in un paesaggio informativo frammentato, dove verificare anche i fatti più elementari diventa difficile.
La disconnessione non limita soltanto la circolazione delle notizie: compromette la sicurezza stessa dei civili. Nei giorni scorsi organizzazioni come Kentik hanno constatato che gran parte della popolazione resta tagliata fuori da informazioni essenziali, mentre gruppi come Human Rights Activists News Agency (Hrana) avvertono che il blackout ostacola sia l’accesso alle informazioni di sicurezza sia il coordinamento degli aiuti umanitari.
Senza accesso a internet, molti iraniani non ricevono avvisi tempestivi sui bombardamenti imminenti; gli ordini di evacuazione diffusi online dalle forze attaccanti, come quelli pubblicati dall’esercito israeliano sui social media, restano nella maggior parte dei casi invisibili. Anche le informazioni di base — quali aree siano state colpite, quali strutture mediche siano ancora operative — circolano lentamente o in modo contraddittorio, spesso filtrate dai media statali.
Il risultato è una condizione di incertezza permanente:“L’idea che l’Iran sia un blocco monolitico non riguarda la condotta militare solo Stati Uniti e Israele, di cui ad oggi sappiamo ancora poco. Ma si riflette spesso nel trattamento che i media destinano a questo conflitto,” continua Kangarlou, che conclude “Raccontare la guerra in Iran significa esporsi a una situazione in cui molte letture, da qualunque parte provengano, possono essere vere allo stesso momento”.
Allo stesso tempo, la raccolta di dati sul costo umano della guerra procede a rilento: Hrana ha già documentato migliaia di vittime civili, ma sottolinea come il blackout renda estremamente difficile verificare numeri e responsabilità. In questo vuoto, la guerra tende a essere raccontata altrove e in altri termini, mentre ciò che si perde è la dimensione umana, non per mancanza di storie, ma per l’impossibilità crescente di ascoltarle senza esporre chi le vive a rischi ulteriori.