Il mago di Oz e l’eccezionalismo americano

Dal blog https://www.lafionda.org/

25 Mar , 2026 |Stefano Dumontet

Gli sconvolgenti avvenimenti, che vediamo dipanarsi quotidianamente sotto i nostri occhi, sono costantemente accompagnati da dichiarazioni, apparentemente farneticanti, espresse da coloro che esplicitamene si dichiarano artefici della trasformazione del nostro mondo in un serraglio di disperati, per usare le parole di Giacomo Leopardi. Malauguratamente, non sono una novità né gli avvenimenti, né le dichiarazioni.

Chi si chiede se siano gli USA a controllare Israele, oppure sia Israele a controllare gli USA, nel progettare, decidere e attuare le azioni terroristiche e genocidarie che si stanno susseguendo a ritmo incessante, potrebbe essere vittima di un errore di parallasse. Forse la dicotomia tra USA e Israele semplicemente non esiste, perché entrambi gli stati sono un’unica entità, separata solo dalla geografia. Sia negli USA che in Israele si fa esplicito riferimento a un destino manifesto delle due nazioni, ma non di tutti popoli che le abitano, ed a un eccezionalismo messianico che salda l’aristocrazia WASP (White Anglo Saxon Protestant) a quella cosiddetta “sionista”.

Procediamo con ordine. Nel 1845, John Luis O’Sullivan, fondatore e direttore della Democratic Review, fa per la prima volta esplicito riferimento al “destino manifesto” degli americani, un concetto che aveva cominciato ad abbozzare già nel 1839: L’America è destinata a compiere imprese migliori. È nostra gloria senza pari non avere ricordi di campi di battaglia, se non in difesa dell’umanità, degli oppressi di tutte le nazioni, dei diritti di coscienza, dei diritti di emancipazione personale. I nostri annali non descrivono scene di orribili carneficine, dove centinaia di migliaia di uomini furono indotti a uccidersi a vicenda, vittime e zimbelli di imperatori, re, nobili, demoni in forma umana chiamati eroi. Il futuro di vasta portata e sconfinato sarà l’era della grandezza americana. Nel suo magnifico dominio di spazio e tempo, la nazione delle molte nazioni è destinata a manifestare all’umanità l’eccellenza dei principi divini; a stabilire sulla terra il tempio più nobile mai dedicato al culto dell’Altissimo, il Sacro e il Vero. L’eccezionalismo americano, immediatamente divenuto estremamente popolare, trova un altro dei suoi profeti in Josiah Strong, autore del saggio Our Country del 1885, nel quale egli scrive: Mi sembra che Dio, con infinita saggezza e abilità, stia addestrando la razza anglosassone per un’ora che sicuramente arriverà nel futuro del mondo. […] Si avvicina il momento in cui il mondo entrerà in una nuova fase della sua storia: la competizione razziale finale, per la quale gli anglosassoni vengono istruiti. Molto prima che miliardi di persone siano qui, la potente tendenza centrifuga, insita in questa stirpe e rafforzata negli Stati Uniti, si affermerà. Allora questa razza di ineguagliabile energia, con tutta la maestosità dei numeri e la potenza della ricchezza alle spalle – la rappresentante, speriamo, della più grande libertà, del più puro cristianesimo, della più alta civiltà – avendo sviluppato tratti peculiarmente aggressivi calcolati per imprimere le sue istituzioni all’umanità, si diffonderà sulla terra. […] E può qualcuno dubitare che il risultato di questa competizione razziale sarà la “sopravvivenza del più adatto?”. Strong individuava negli anglosassoni una razza invincibile dotata di tratti aggressivi, di energia ineguagliabile e di indomita perseveranza. Una razza potente in termini di risorse demografiche e di ricchezza, di rara vitalità perché esprimeva una civiltà basata sul “cristianesimo spirituale” e sulla libertà civile, la cui missione era quella di impadronirsi del mondo. Gli anglosassoni, attraverso i loro missionari, commercianti, avventurieri e coloni, avrebbero esportato la loro civiltà verso altri popoli, rendendola civiltà del mondo.

Qui si legge chiaramente la fusione dell’eccezionalismo americano con la teoria del darwinismo sociale, sviluppata sin dalla fine del XIX secolo in America da William Graham Sumner e in Inghilterra da Herbert Spencer. L’imposizione ad altri popoli della civiltà e del progresso era percepita come un compito affidato da Dio a un popolo scelto per essere “il più adatto”, sia perché prescelto da Dio, sia per le sue intrinseche caratteristiche che lo rendevano “migliore” e, come tale, destinato a prevalere nella lotta per la sopravvivenza, una caratteristica dell’evoluzione biologica vista come fondamentale.

L’eccezionalismo americano è profondamente radicato nel substrato culturale di quel Paese, talvolta in modo sorprendente. Herman Melville, nella sua novella del 1850 Giacca bianca fa dire al suo protagonista: E noi americani siamo il popolo peculiare ed eletto, l’Israele del nostro tempo; portiamo l’arca delle libertà del mondo. Settant’anni fa siamo sfuggiti alla schiavitù e, oltre al nostro primo diritto di nascita che abbraccia un solo continente della terra, Dio ci ha dato, come futura eredità, i vasti domini dei pagani politici, che ancora verranno a giacere all’ombra della nostra arca, senza che mani sanguinarie vengano alzate. Dio ha predestinato, l’umanità si aspetta, grandi cose dalla nostra razza, e grandi cose sentiamo nelle nostre anime. Il resto delle nazioni dovrà presto essere alle nostre spalle. Siamo i pionieri del mondo; l’avanguardia, mandata attraverso il deserto di cose inesplorate, per aprire una nuova strada nel Nuovo Mondo che è nostro. Nella nostra giovinezza sta la nostra forza; nella nostra inesperienza, la nostra saggezza. In un periodo in cui altre nazioni hanno solo balbettato, la nostra voce profonda si è udita da lontano. Per troppo tempo siamo stati scettici riguardo a noi stessi e abbiamo dubitato che il Messia politico fosse davvero venuto. Ma egli è venuto in noi, se solo dessimo voce ai suoi suggerimenti. E ricordiamo sempre che per noi, quasi per la prima volta nella storia della terra, l’egoismo nazionale è filantropia senza limiti; perché non possiamo fare del bene all’America se non facciamo elemosina al mondo. L’avversione di Melville per l’ipocrisia della superiorità razziale e culturale anglosassone, presa di posizione rara tra gli scrittori angloamericani del suo periodo, è ben nota. Tuttavia, nelle parole di Giacca bianca risuonano le note di un eccezionalismo a tinte fortemente improntate a una sorta di mistura tra messianesimo laico (il Messia politico) e millenarista (il possesso delle terre altrui come concessione divina), già esplicitato nelle dichiarazioni di O’Sullivan.

Prima dell’ascesa delle pseudoscienze biologiche e zoologiche, che costituirono le fondamenta del “razzismo ideologico” nel XIX e XX secolo, in America era già consolidata una diffusa, sistematica e ideologicamente giustificata sorta di declassamento di intere categorie di persone, facilmente identificabili in base a caratteristiche comunemente associate alla “razza”. Gli “indiani” sono stati i primi a scontare i malefici effetti di quest’ideologia, dalla fondazione della Massachusetts Bay Colony nel 1628 sino e ben oltre la chiusura ufficiale della frontiera dell’ovest, nel 1890. La guerra genocidiaria contro gli indiani, “razza inferiore” per ogni buon colono americano, è ricordata in molti testi, ignorata da moltissimi altri e declassata ad “azioni deplorevoli” da altri ancora. Il direttore dell’Aberdeen Saturday Pioneer del South Dakota, Frank Baum, che in seguito divenne famoso come autore del Mago di Oz, pochi giorni prima del massacro di Wounded knee – uno dei più violenti nella lunga lista di massacri delle popolazioni indigene americane -, si espresse a favore dello sterminio totale di tutti i popoli nativi: La nobiltà dei pellerossa è estinta, e i pochi rimasti sono un branco di cani piagnucolosi che leccano la mano che li colpisce. I bianchi, per legge di conquista, per giustizia di civiltà, sono i padroni del continente americano, e la migliore sicurezza degli insediamenti di frontiera sarà garantita dal totale annientamento dei pochi indiani rimasti. Perché non annientarli? La loro gloria è svanita, il loro spirito è spezzato, la loro virilità è cancellata; meglio che muoiano piuttosto che vivere come i miserabili disgraziati che sono. Ecco servito, e da chi meno ce lo aspettavamo, quello che il politologo statunitense Roger Smith definisce come ascriptive americanism, ovvero una concezione dell’identità americana definita in termini razziali, etnici e di genere, che sembra aver avuto, ed aver ancora, un forte appeal negli USA.

La visione, palesemente razzista del colonialismo è testimoniata, tra l’altro, dalla poesia di Ruyard Kipling Il fardello dell’uomo bianco, un inno alla superiorità della razza bianca di origine anglosassone. La poesia, scritta nel 1897 per celebrare il Giubileo della regina Vittoria, fu rivista nel 1899 per esortare il popolo americano a conquistare e governare le Filippine, dopo la guerra ispano-americana. Il messaggio veicolato dalla poesia è giustamente ricordato come una giustificazione razzista della conquista occidentale. Secondo Kipling, attraverso la conquista si ottengono ricchezza e potere solo come effetti secondari, perché la spinta primaria è costituita dall’impegno che la razza bianca deve assumersi per aiutare le razze non bianche a svilupparsi. L’imperialismo e il colonialismo sono dunque giustificati, in termini morali, come un “fardello”, una pesante responsabilità di cui gravarsi per il bene e il progresso del mondo e dei popoli indigeni, visti da Kipling come soggetti su cui applicare un paternalistico “darwinismo razziale”. Kipling interpretava l’imperialismo come vettore di civiltà, in grado di elevare i popoli “non civilizzati” attraverso la colonizzazione bianca. Il colonizzatore bianco è visto come un benefattore dell’umanità in grado di sostenere il peso delle sue responsabilità storiche, votato alla generosa elargizione del progresso. Infelicemente, questi viene ripagato con la moneta dell’ingratitudine e della ribellione, che egli accetta, con stoicismo, come inevitabile contropartita all’espletamento del suo ruolo nel mondo. Anche qui si nota un certo messianesimo laico, che attribuisce alla “razza” anglosassone il ruolo di avamposto della civiltà.

In un articolo, non firmato, dal titolo The Biological Origins of Our Foreign Policy, pubblicato il primo febbraio 1896 sulla londinese Saturday Review of Politics, Literature, Science and Art e ripubblicato integralmente nel dicembre del 1914 sulla rivista statunitense The Open Court, sempre anonimo, con il titolo The Biological Origins of British Foreign Policy, l’autore scrive: Le razze deboli vengono spazzate via dalla faccia della terra e poche grandi specie nascenti si armano l’una contro l’altra. L’Inghilterra, la più grande di queste – la più grande per distribuzione geografica, la più grande per forza espansionistica, la più grande per orgoglio razziale – ha evitato per secoli l’unico tipo di guerra pericolosa. Ora, con l’intera terra occupata e i movimenti di espansione che continuano, dovrà combattere fino alla morte contro rivali successivi. Quest’articolo mette in evidenza due assi portanti del moderno imperialismo, così ben difeso da Kipling. Il primo riguarda la presunta superiorità della “razza anglosassone” e la seconda l’inevitabile guerra totale e permanente che questa “razza” è costretta a sostenere per difendere le meravigliose sorti e progressive del mondo a guida anglosassone. Dunque, non solo gli anglosassoni sono una “razza” scelta da Dio e, come tale, destinata alla grandezza che le spetta, visto che perfino la biologia afferma e conferma la sua superiorità, ma il suo destino la chiama ad entrare in guerra con il mondo. Alla luce dei recenti avvenimenti internazionali, non sembra che le attuali dottrine politiche statunitensi differiscano molto da quanto riportato da tale articolo.

Nel farsi della consapevolezza nazionale americana, la razza ha sempre avuto un’importanza maggiore della classe, che pur è stata la pietra angolare della politica europea basata sulla proprietà. Da questa declinazione razziale dei popoli, in cui i bianchi assumevano una leadership incontrastata, discende la definizione dei nativi come “non persone” inserite all’interno della “cultura della colonizzazione”. Probabilmente quest’esperienza nazionale ha facilitato l’ascesa dell’impero americano, un’esperienza che fu permeata di odio per gli indiani, identificati, in funzione della loro alterità razziale, come ciò che i coloni bianchi non erano e non dovevano diventare in nessun caso.

In sintonia con tutto questo, Donald Trump, in occasione di un suo discorso del dicembre 2025. definì la Somalia “sporca” e “disgustosa”, denigrò l’Afghanistan e si chiese perché gli immigrati negli Stati Uniti non potessero provenire tutti dalla Norvegia, dalla Svezia o dalla Danimarca. In più, Trump, durante il suo primo mandato presidenziale, definì testualmente alcune nazioni come “paesi di merda” e usò espressioni profondamente offensive nei confronti di Haiti. Anche Marco Rubio fece dell’eccezionalismo il tema centrale della sua campagna per il Senato della Florida nel 2010, tanto da definire l’America come nazione senza eguali nella storia dell’umanità. Sulla stessa falsariga ideologica troviamo, tra i tanti, altri due influenti politici statunitensi come Newt Gingrich, autore di un libro intitolato A Nation Like No Other: Why American Exceptionalism Matter e Mitt Romney, che ha affermato: L’America deve guidare il mondo. Credo che siamo un Paese eccezionale, con un destino unico e un ruolo nel mondo. Questo è il momento dell’America. Non chiederò mai scusa per l’America. Le dichiarazioni di Marco Rubio, in occasione della conferenza sulla sicurezza di Monaco del febbraio 2026, sembrano confermare la ferma aderenza americana ai concetti di destino manifesto, eccezionalismo e supremazia della razza bianca. Ecco alcuni dei passaggi più significativi di quel discorso: Per cinque secoli, prima della fine della Seconda guerra mondiale, l’Occidente era stato in espansione: i suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare gli oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il mondo. […] Ma nel 1945, per la prima volta dall’epoca di Colombo, si è entrati in una fase di contrazione. L’Europa era in rovina. Metà di essa viveva dietro una cortina di ferro e il resto sembrava destinato a seguirla presto. I grandi imperi occidentali erano entrati in un declino irreversibile, accelerato dalle rivoluzioni comuniste atee e dalle rivolte anticoloniali che avrebbero trasformato il mondo e drappeggiato la falce e il martello rossi su vaste aree della mappa negli anni a venire. […] Facciamo parte di un’unica civiltà: la civiltà occidentale. Siamo legati gli uni agli altri dai legami più profondi che le nazioni possano condividere, forgiati da secoli di storia comune, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, origini e dai sacrifici che i nostri antenati hanno compiuto insieme per la civiltà comune di cui siamo eredi. È necessaria una buona dose di ignoranza o di cinismo, o di entrambi, per guardare con commozione a cinque secoli di colonialismo e imperialismo occidentale fatto di genocidi estesi su interi continenti, tratta di schiavi, sottomissione violenta e schiavitù di intere popolazioni. Ricordiamo che gli USA, sino ad ora, sono stati l’unica nazione al mondo ad usare l’arma atomica, perdipiù su obiettivi civili e quando la guerra poteva considerarsi terminata. Senza contare la barbarie che la cosiddetta “civiltà occidentale” sta perpetrando ai giorni nostri nella striscia di Gaza, in cis-Giordania e in Iran, una civiltà che non può esistere senza guerre, sfruttamento e saccheggi costanti. Per inciso, notiamo che Rubio cita gli stessi missionari, commercianti, e coloni di cui parlava Strong nel 1885.

In più, la menzione all’equivalenza tra Israele dei tempi biblici e l’America, preconizzata dalle parole di Giacca bianca, dice molto sui tempi attuali e sull’allineamento USA agli interessi israeliani, allineamento dovuto a comuni interessi economici e cementato dall’ideologia dell’eccezionalismo e del destino manifesto garantiti da Dio ai due popoli. Illuminante in questo senso l’intervista al senatore USA Ted Cruz da parte del giornalista Tucker Carlson nell’estate del 2025. Ted Cruz, rispondendo alle incalzanti domande del giornalista, affermò testualmente: La Bibbia mi ha insegnato che chi benedice Israele sarà benedetto e chi maledice Israele sarà maledetto. E dal mio punto di vista, voglio stare dalla parte di chi benedice.

Questi sono i componenti chiave della “teologia nazionale” anglo-israelo-americana, i cui capisaldi sono solidamente connessi, seppur forse inconsapevolmente, in un inconscio nutrito dalla “nuova Israele” di Giacca bianca, dal “destino manifesto” di O’Sullivan, dal “fardello dell’uomo bianco” di Kipling, dal messianesimo implicito consustanziale all’eccezionalismo, dall’ascriptive americanism, dal darwinismo sociale e dalla necessità di sterminare i meno adatti, come preconizzava Frank Baum, l’autore del Mago di Oz, testo che forse andrebbe riletto alla luce delle considerazioni genocidarie del suo autore. Una miscela esplosiva, intrisa contemporaneamente di messianesimo millenarista e di approccio laico, destinata ad alimentare per molto tempo ancora il male nel mondo. Di: Stefano Dumontet

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.