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Salvatore Cannavò 27/03/26
In Italia e Francia gli pseudo-riformisti contribuiscono alla debolezza di un fronte alternativo, perdendo o facendo perdere le coalizioni di sinistra. Ma si afferma sempre di più uno spazio politico per idee di trasformazione trainate dai giovani
I cosiddetti «riformisti per il Sì» si sono volatilizzati. Il risultato del referendum ha spiazzato certamente la maggioranza di governo – alle prese con una fase di convulsioni interne che non sarà breve – ma anche il fronte opposto, quel «campo largo» di Centrosinistra che ora pensa e spera di vincere le elezioni. In tutto questo non si sente più l’eco del pigolìo social-mediatico dei tanti e tante Picierno, Ceccanti, Parisi, Calenda, Renzi (più defilato), degli sconosciuti ai più come Marattin, dei finti progressisti come Claudio Cerasa o dei patetici Marco Rizzo, insomma la presunta «sinistra» per il Sì. E pour cause. La sconfitta del Sì è una manata in pieno volto per Giorgia Meloni, ma anche per questa pattuglia destrorsa e finto-sinistra non è uno scherzo. Si tratta della conclamazione, ancora una volta, che di spazi politici centristi, pseudo-riformisti, e in fin dei conti aderenti alle esigenze delle élites mondiali capitalistiche e militari, non c’è traccia nelle urne.
Le analisi sul voto sono ancora in divenire – si può segnalare quella dell’Istituto Cattaneo e quello di Ipsos sulle varie categorie e fasce sociali al voto – ma guardando semplicemente allo spoglio dei dati si osservano almeno tre cose su cui c’è ampia convergenza.
Il No ha beneficiato del voto giovanile, della generazione Z che si è politicizzata o ha assunto una coscienza civile anche nelle grandi mobilitazioni pro-Gaza dello scorso anno e che ha avvertito il voto come una chiamata alle armi. E che, aggiungiamo, è probabilmente quella più segnata dall’esperienza del Covid, colpita dall’impatto che le misure contro la pandemia avevano avuto sulla socialità e che, unitamente alla crisi ecologica, hanno avuto l’effetto di una presa di consapevolezza complessiva.
L’altro effetto significativo è il voto del Sud. Dei due milioni di voti che hanno consentito ai No di superare i Sì, circa 1,5 vengono dalle regioni meridionali in cui pure si è votato meno, ma in misura molto maggiore rispetto, ad esempio, alle ultime elezioni Europee.
E poi c’è il voto di classe. Prendendo a misura alcune analisi dei giorni scorsi a cura del ricercatore Gabriele Pinto, il referendum ribalta la narrazione della «sinistra Ztl» mostrando i risultati più ampi per il No nelle periferie rispetto ai centri storici. A Roma, dove il No ha ottenuto il 60%, il Sì vince solo nel centro storico e nella benestante Roma Nord; a Milano nel centro storico, a Napoli a Mergellina, a Firenze nel centro storico e nell’area collinare, zona in cui prevale anche a Bologna.
Questo tipo di No costituisce quindi una sorpresa politica che conferma, certamente facilitata da una contesa secca, la tendenza polarizzatrice della politica occidentale. A cui la sinistra riformista non riesce ad acconciarsi del tutto, immaginando ipotetici approdi moderati che poi altro non sono che accomodamenti alle lobby militari e ai potentati economici.
Riformisti di Francia
Una riprova di un atteggiamento duro a morire viene dalle recenti elezioni municipali in Francia. Elezioni particolari, sulla carta fortemente influenzate dagli aspetti locali, in Francia ancora più marcati che in Italia – un’elezione a Tolosa non ha in genere nulla a che vedere con una a Parigi – e stavolta, anche per la prossimità con le prossime presidenziali del 2027, fortemente nazionali.
La tendenza di fondo è stata la stessa degli ultimi anni: un’avanzata costante della destra estrema rappresentata dal Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella, uno sfarinamento dell’area di centro macroniana, una crisi strisciante della destra tradizionale gollista (che però continua a tenere alcune postazioni territoriali), mentre a sinistra si è assistito a una presenza incontournable della France Insoumise (Lfi) di Jean Luc Melenchon e a una capacità del Partito socialista di conquistare postazioni importanti, a partire da Parigi e Marsiglia, e di presentarsi come un attore della sfida politica.
Il prezzo di questo protagonismo è stato però quell’unità a sinistra che aveva saputo fermare l’avanzata della destra alle ultime legislative grazie all’invenzione del Nuovo fronte popolare, in grado di arrivare in testa al primo turno elettorale.
Quell’ispirazione, che aveva portato i socialisti a trovare punti di azione unitaria con Lfi, redigendo un programma piuttosto avanzato, è svanita nelle convulse giornate della campagna elettorale contrassegnate da nuove accuse di «antisemitismo» nei confronti di Melenchon e offuscate dalla grave vicenda del militante di estrema destra ucciso nel corso di un’azione di contestazione del comizio della parlamentare Lfi Rima Hassan.
Questi fatti, controversi, complessi e certamente da non banalizzare, hanno costituito il pretesto perché settori crescenti del Partito socialista mettessero al bando politico la prospettiva di un’alleanza con la principale forza politica alla loro sinistra, invitando gli elettori a rimanere «fedeli ai propri principi». E questo anche a costo di perdere le elezioni come poi è avvenuto a Tolosa, Clermont Ferrand, Brest, Limoges e altre città importanti. Non è successo a Marsiglia, ma solo grazie alla responsabilità degli insoumis che hanno ritirato la candidatura tra un turno e l’altro, mentre a Parigi la proposta di «fusione tecnica» tra le due liste di sinistra è stata respinta dal candidato socialista Emmanuel Grégoire che pure è riuscito a vincere al secondo turno.
Ancora una volta, una certa sinistra riformista – ma più che riformista, liberale – non esita ad accettare l’ipotesi di una vittoria della destra piuttosto che costruire un compromesso con istanze più radicali. Non stupisce, ovviamente, questo posizionamento.
Quella stessa sinistra, ad esempio al Parlamento europeo, lontana dal controllo di un’opinione più pressante, non esista ad avallare l’attuale distruttiva fase dell’Unione europea basata sul rigetto della transizione ecologica e l’abbraccio esasperato a un nuovo militarismo. Non esita a mantenere in piedi l’apparato dell’austerità europea, anche in un periodo di grandi sconvolgimenti internazionali che potrebbero essere affrontati e superati solo grazie a un’autonomia basata sull’intervento pubblico e a una rigenerazione ecologica in grado di staccare la spina alla dipendenza dai fossili. Si potrebbero fare altri esempi, ma il punto resta quello delle scelte di fondo, degli orientamenti strategici e valoriali. Discussione a sinistra puntualmente rimandata in nome di formule algebriche, costruzione di «campi» e tecnicalità elettorale.
Il riformismo radicale
In questo senso non sorprende nemmeno, ma comunque non fa piacere, che in Italia il giorno dopo una vittoria molto importante al referendum sulla giustizia – importante non solo per il merito del quesito, come abbiamo ampiamente sostenuto, ma per la valenza politica del voto in tempi di autoritarismo crescente e di nuovo militarismo – il dibattito a sinistra sia monopolizzato dal tema tutto politicista delle «primarie».
Come se per rimotivare al voto politico la generazione Z che si è distinta nelle urne del 22 e 23 marzo, e prima nelle piazze d’Italia, bastasse o servisse semplicemente una modalità organizzativa e non invece un’idea generale, una motivazione, un obiettivo concreto per cui valga la pena mobilitarsi. Ancora una volta a sinistra il tema delle idee – non certo un generico o generale programma che spesso serve ad affogare ipotesi chiare –, delle proposte cardinali, viene rinviato all’infinito senza imparare nulla dai successi della destra.
Viviamo sicuramente in tempi in cui la leadership condiziona la partecipazione e viene spesso invocata dall’elettorato. Ma il berlusconismo, il grillismo e oggi il melonismo, avrebbero dovuto insegnare che la leadership non è stata mai disgiunta dai contenuti. L’Italia senza le tasse di Berlusconi, il reddito di cittadinanza di Beppe Grillo o lo stop violento alle migrazioni di Giorgia Meloni hanno costituito la spina dorsale della loro presa mediatica e dei loro successi politici. Altrimenti sarebbero stati dei Rutelli o dei Renzi qualsiasi (del quale comunque non va dimenticato il successo elettorale del 2014 alle elezioni Europee grazie anche ai famosi «80 euro» in busta paga).
Sul piano delle idee, delle proposte ficcanti, la sinistra riformista non ha molto da dire perché si limita a lucidare l’esistente rilanciando ipotesi fiacche o pericolose di riarmo europeo, fedeltà atlantica, rigore nei conti pubblici, moderazione ecologica spacciandole per buon senso progressista. Esattamente la morte di qualsiasi idea di progresso.
E invece è proprio con idee dirompenti, strutturali, di modifica dell’esistente che si può giocare una partita politica vincente, senza per forza spacciarsi per rivoluzionari.
Il tema di una transizione ecologica rigorosa che preveda una modifica profonda dell’assetto economico, impattando su una strategia suicida di crescita a tutti i costi e riqualificando gli interventi pubblici, allargandosi a una vera partecipazione democratica, costituirebbe un nodo decisivo per attrarre il voto giovanile.
Il tema del salario, di fronte a un’inflazione che non smette di aumentare alimentata da una voracità padronale e finanziaria di cui si sono visti picchi inimmaginabili nel Novecento, non può essere aggirato.
Così come il rifiuto della guerra, a norma dell’articolo 11 della Costituzione da applicare con serietà e rigore rifiutando qualsiasi partecipazione bellica e riducendo le spese militari.
E, infine, un impegno cristallino e profondo per l’eliminazione del gender gap e una lotta senza quartiere alla violenza maschile contro le donne.
Sarebbero quattro punti più che sufficienti per ingaggiare una prima battaglia per la trasformazione.
Per agire in questa direzione, probabilmente, servirebbero soggetti politici nuovi dato che quelli attuali sono troppo inquinati con il passato, troppo legati a una dimensione autocentrata della politica o troppo esitanti a mettere in atto processi seri di rinnovamento e di apertura. Sarebbe facile per una rivista come Jacobin dire che «ci vorrebbe un, o una Mamdani anche in Italia». Ma sarebbe vero nella sostanza.
L’attuale offerta politica è ancora figlia di un’epoca passata.
Il voto al referendum dice che stiamo entrando in un’altra stagione in cui la radicalità, la novità delle proposte, la loro praticabilità sono elementi di mobilitazione. Servirebbero forze diverse per interpretare questa stagione, non tanto sul piano elettorale quanto su un inedito mix di sociale e politico.
Forze in grado di rappresentare direttamente l’impegno delle generazioni giovani, non di “parlare ai giovani”, di praticare la politica in forme nuove, di privilegiare la socialità oltre al dibattito, di operare un’apertura internazionale finalmente sgombra da vecchi schemi campisti e di dare rappresentanza sostanziale a tutti i generi.
Ci sarebbe insomma bisogno davvero di una nuova sinistra radicale in grado di fare i conti anche con la teoria – come abbiamo cercato di fare con il numero di Jacobin Italia sul Socialismo – ma per il momento possiamo solo augurarci che altri e altre, oltre a noi, comincino a pensarci.
*Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidianoe direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).