GIORNALISTI, MA…

Da una email di alessandramaffilippi@substack.com

M. Alessandra Maf Filippi mar 29

Dal Libano a Gaza, nella mattanza di giornalisti palestinesi e libanesi condotta da Israele, i loro colleghi italiani li marchiano prima ancora di contarli: “vicini a Hezbollah”, quindi sacrificabili

28 marzo 2026, ore 22.00, RAI GR 1, in studio Vanessa Giovagnoli:
“Israele prosegue raid sul Libano, tre giornalisti vicini a Hezbollah uccisi. L’MS denuncia anche la morte di 9 paramedici.”

In questa frase c’è già tutto: il fatto, tre giornalisti uccisi, e la sua interpretazione preventiva: “vicini a Hezbollah.” Un’etichetta che arriva prima ancora della morte.

Se i due giornalisti, Fatima Ftuni e Mohammad Ftuni, sorella e fratello, e l’operatore Ali Shuaib, uccisi dall’esercito israeliano a Jezzine mentre erano in servizio per al-Mayadeen e al-Manar — emittenti nazionali considerate vicine a Hezbollah — fossero stati dell’Orient-Le Jour, Giovagnoli avrebbe detto: “giornalisti vicini ai maroniti”?
No. E non perché in Libano non esista un ecosistema politico, religioso e culturale al quale ogni testata fa riferimento, ma perché non tutte le appartenenze pesano allo stesso modo quando si tratta di morire.

Lo abbiamo imparato negli anni di Gaza. Quattro missili di precisione hanno colpito la loro vettura, chiaramente identificata dalla scritta “press”. E quando i soccorritori sono arrivati, sono stati a loro volta presi di mira: è la tecnica ormai nota del double tap, il secondo colpo che uccide chi prova a salvare.

Ultimo rapporto sulla situazione nel Libano meridionale della giornalista Fatima Ftouni

Quello della Giovagnoli non è un errore: è grammatica della propaganda che agisce all’interno di una macchina comunicativa — italiana e occidentale — in cui certe parole sopravvivono, altre vengono scartate, oppure attivate solo in presenza di determinati soggetti. E guarda caso, sopravvivono quelle che attenuano le responsabilità degli “amici”.

Nel frattempo, il dato vero resta sullo sfondo: secondo il Committee to Protect Journalists, citato anche da The Guardian, dal 7 ottobre 2023 Israele ha assassinato miratamente circa 252 giornalisti. Duecentocinquantadue. Non una cifra simbolica. Eppure, anche di fronte a numeri di questa portata la Giovagnoli non dice “giornalisti”, dice: giornalisti, ma…

È qui è necessario addentrarsi in un altro livello, meno visibile ma fondamentale. Organizzazioni come The Israel Project hanno prodotto, fin dall’inizio di questo secolo, manuali di comunicazione destinati a diplomatici, portavoce e operatori dei media. Sono stati distribuiti in tutte le redazioni, in tutti i luoghi dove si fa informazione. Non sono ordini vincolanti quanto piuttosto “cornici linguistiche”: istruzioni su come parlare, cosa dire e cosa non dire quando l’argomento è Israele, quali parole usare, quali evitare, come associare determinati attori a determinati significati e sopratutto come veicolare il discorso quando inizia a farsi scomodo o tocca tasti sensibili.

Oggi, dopo decenni di manipolazione attuata attraverso formazioni mirate, quelle cornici non hanno più bisogno di manuali, vanno in automatico. Prova ne è la frase “giornalisti vicini a Hezbollah uccisi”. In poche parole, qualificandoli, la Giovagnoli ha condannato i suoi colleghi attenuando la responsabilità di Israele e condizionando l’empatia degli ascoltatori.

Un manifestante a Beirut, il 28 marzo 2026, tiene in mano i ritratti di Ali Choeib e Fatima Ftouni, giornalisti di Al-Manar e Al-Mayadeen, assassinati quello stesso giorno da un raid aereo israeliano contro il loro veicolo a Jezzine, nel Libano meridionale. Foto di Matthieu Karam/L’Orient-Le Jour

Non serve dimostrare che qualcuno abbia imposto quella frase. La realtà parla da sola.
E il punto non è chi scrive. Nel racconto di questo conflitto, che si è allargato a dismisura, alcune morti restano nude, altre arrivano già vestite di sospetto. Per oltre due anni e mezzo, molti giornalisti italiani – e non solo – hanno ripetuto proni e senza anima che le notizie che arrivavano da Gaza non potevano essere verificate perché “nella Striscia non ci sono giornalisti”. Come se i colleghi uccisi fossero improvvisati blogger da strapazzo.

Invece erano giornalisti, che con coraggio hanno documentato l’orrore seminato da Israele, un oltraggio intollerabile per lo stato ebraico, una colpa, quella di raccontare il genocidio in corso, che può solo essere lavata nel sangue. Da oltre due anni e mezzo alla stampa internazionale è vietato l’ingresso a Gaza. Operatori dei media stile Giovagnoli si guardano bene dal dirlo e stigmatizzarlo. Preferiscono optare per un collaudato “giornalisti affiliati a”…, “vicini a”…, quasi mai semplicemente giornalisti. Senza mai una prova: basta la parola di Israele.

Quando muore un reporter occidentale, è un giornalista. Punto. Quando muore un palestinese o un libanese, è un giornalista, ma… Così la parola si svuota. Non più testimoni, ma sospetti; non più vittime, ma casi da qualificare. È così che il linguaggio smette di raccontare e inizia a selezionare, senza che chi ascolta se ne accorga.
Un livello tanto basso il giornalismo credo non l’abbia mai raggiunto. Fatta salva qualche rara eccezione che non fa primavera si potrebbe arrivare a decretarne la fine.

Perché il vero giornalismo dovrebbe spogliare i fatti, non rivestirli. Quando fa il contrario, con costanza, regolarità e apparente naturalezza, non siamo più nel campo dell’informazione. Siamo in quello della selezione arbitraria e immorale delle vite, della manipolazione dei fatti, della loro edulcorazione.

Viviamo in una dimensione sempre più scivolosa, nella quale il linguaggio non racconta la guerra: la rende possibile. Chi tace, chi piega le parole per nascondere la verità, chi definisce “vicini a Hezbollah” dei giornalisti assassinati miratamente con due missili è complice della guerra e di chi la sta sostenendo e armando.

Un giornalismo che non racconta i morti, seleziona le vittime e giustifica i carnefici, non è giornalismo, è propaganda di regime, indifferenza armata. Andrebbe stigmatizzato e combattuto. E forse andrebbe pure abolito l’ordine, perché i veri giornalisti sono quelli che, senza tesserino e senza sicurezze, da anni sfidano la censura raccontando quello che i tesserati nascondono.


Per approfondire la manipolazione dell’informazione e il doppio standard selettivo dell’ecosistema mediatico occidentale rimando al mio articolo su Striscia Rossa: https://www.strisciarossa.it/combattere-con-le-parole-quando-la-manipolazione-dei-media-e-unarma-di-guerra/

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