I nostri No contano

Dal blog https://jacobinitalia.it

Giulio Calella 29/03/26

La piazza No Kings sfrutta il vento della vittoria referendaria e dimostra che l’onda del movimento per Gaza non è ancora dispersa. La sfida è non reiterare le divisioni di movimento e non farsi risucchiare dall’elettoralismo, provando a cambiare i rapporti di forza sociali

Vincere è contagioso. E dopo le urne arriva la piazza. Sabato 28 marzo per le strade di Roma si è respirata l’aria diversa che promana dalla vittoria dei No al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo: la sensazione che il governo Meloni, e la sua portata di autoritarismo, arroganza e sudditanza al clima di guerra mondiale lanciato da Donald Trump, non sia per nulla invincibile. Che l’ondata di estrema destra non sia inarrestabile e che la narrazione di Giorgia Meloni possa essere sconfitta. Non solo elettoralmente, ma anche nella società, nelle lotte dei movimenti che sono stati i protagonisti indiscussi di queste due giornate promosse dalla rete No Kings Italia.

«I nostri No contano», ha urlato la cantante siciliana Giulia Mei all’inizio dell’enorme ed entusiasmante concerto autorganizzato venerdì alla Città dell’Altra Economia di Roma con decine di artisti. E questa nuova contagiosa fiducia nel protagonismo dell’opposizione diretta si è riversata in piazza sabato con un No più radicale e complessivo. Un No a un’epoca fatta di guerra, genocidio, catastrofe climatica, autoritarismo e diseguaglianza crescente. I Re non sono altro che l’oligarchia che governa quest’epoca cupa, in cui sempre meno persone accumulano potere e ricchezza. 

«È finita l’era dei Re inizia quella della libertà», hanno urlato invece gli organizzatori alla fine dell’enorme corteo. Manifestazione che ha stracciato le previsioni della Questura che annunciava 15mila persone (per gli organizzatori i partecipanti sono stati invece addirittura 300mila), con un serpentone fitto che ci è passato davanti agli occhi per quasi due ore senza praticamente mai spazi vuoti tra i manifestanti.

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Un corteo con alcuni spezzoni significativi di organizzazioni sociali e sindacali, come quello dell’Arci e della Cgil, ma composto soprattutto da una marea di persone prive di grossi riferimenti organizzati, addensata nell’immenso spezzone dietro il camion di apertura animato dai Centri sociali. E, nonostante le poche strutture studentesche visibili, con tantissimi e tantissime giovani, a conferma della nuova voglia di partecipazione della cosiddetta Generazione Z, rivelatasi decisiva per la stessa vittoria dei No al Referendum. 

Una composizione molto variegata, con tutte le istanze che hanno caratterizzato i movimenti sociali degli ultimi anni, da quelle femministe – con lo slogan «il consenso è sexy» a proposito del Ddl Bongiorno – alla lotta contro il cambiamento climatico fino alla lotta per la casa. La convergenza, quel metodo di unità nelle differenze su cui tanto ha insistito negli ultimi anni il Collettivo di fabbrica dell’ex Gkn – anche loro in piazza con il solito tambureggiante spezzone – ha funzionato. Così come si è rivelato efficace il richiamo agli Stati uniti dove il movimento No Kings è nato e dove, insieme a Londra, è tornato sabato a manifestare in oltre tremila città. Grande mobilitazione, anche quella statunitense, su cui ha influito il dissenso crescente alla guerra in Iran ma anche quanto avvenuto a Minneapolis, dove il progetto repressivo di Donald Trump, basato sul ruolo paramilitare dell’Ice, è fallito proprio grazie alla mobilitazione popolare. 

Un altro filo conduttore della mobilitazione è stato proprio il volto autoritario e repressivo del governo Meloni. Il «controllo» operato nei confronti dell’europarlamentare Ilaria Salis proprio la mattina del 28 marzo, inquietante anche per la modalità oscura con cui è avvenuto con presunta segnalazione da parte del governo tedesco, rappresenta plasticamente la situazione. Così come i controlli preventivi operati nei confronti dei pullman dei manifestanti: è l’allegra determinazione a restringere le garanzie giuridiche e a violare i diritti della persona da parte dei governi sovranisti e liberisti dell’Occidente.

L’onda del movimento per Gaza non è finita

Arrivato a piazza San Giovanni il corteo ha deciso di continuare per bloccare la Tangenziale, arrivando fino a Piazzale del Verano. È la voglia di tornare a «bloccare tutto» con la stessa pratica già vista a settembre e ottobre durante gli scioperi unitari per fermare il genocidio in Palestina.

Queste due giornate sono in effetti il frutto del tentativo di riorganizzazione dei movimenti sociali successiva a quelle grandi mobilitazioni. L’onda enorme del movimento per Gaza dello scorso autunno, vista durante le settimane della traversata in mare della Global Sumud Flotilla, non si è ancora dispersa come si era temuto dopo le poco comprensibili divisioni di novembre e dicembre con le scellerate date di sciopero separate di Usb e Cgil.

È vero che in tempi recenti ci siamo abituati a vedere mobilitazioni che divampano e si spengono con la stessa facilità, e che la difficoltà di durata e radicamento sociale è un dato strutturale di questa frammentata fase storica. Ma l’ampiezza e la forza del movimento dello scorso autunno ha seminato un sentire comune profondo che, come si vede, può tornare all’azione non appena gli si offra l’occasione giusta ed efficace per farlo.  

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Dopo la vittoria del No al Referendum e la serie di dimissioni che ha provocato, il corteo ha chiesto direttamente le dimissioni a Giorgia Meloni. Ma il sentire comune più forte, come dimostrano le tante bandiere della pace e della Palestina, è certamente l’opposizione netta, viscerale, etica e morale alla guerra globale. A quella voluta dagli Usa di Trump, appoggiata dal governo Meloni, non contrastata dall’Unione europea e che sembra un destino ineluttabile del pianeta. Anche in questo senso la manifestazione del 28 marzo è stata la naturale e spontanea prosecuzione delle mobilitazioni di settembre e ottobre in cui ha fatto irruzione sulla scena politica un dato nuovo. Quel rifiuto categorico del massacro di Gaza è stato il prodotto di un’opposizione «umanitaria» alla guerra e alla violazione del diritto internazionale che non fa sconti e che trova nei governi di Giorgia Meloni e ovviamente di Trump, gli avversari naturali. 

Quel dato politico è rimasto a disseminare la società italiana a prescindere dalla sua ricaduta politica o mediatica. Ha votato No al referendum, costituendo probabilmente proprio quella fetta supplementare di votanti, ha partecipato a queste due giornate No Kings e può tornare in azione da qui in avanti se attratto da un’azione politico-sociale inedita e intelligente.

Classe dirigente dal basso

Per vincere la sfida e tornare a dare forza a questa potenziale energia di movimento, bisogna però innanzitutto evitare due possibili derive.

Da un lato c’è il rischio di continuare ad alimentare la competizione tra movimenti vista negli ultimi mesi, che invece sarebbe necessario ricomporre. Vanno definitivamente dismessi i vecchi modi di fare politica, i settarismi e le presunzioni di autosufficienza e, per usare le parole di Rodrigo Nunes, bisogna «fare i conti con la pluralità ed eterogeneità politica e sociale strutturale del nostro tempo, mettendo da parte l’ambizione di essere un’organizzazione complessiva e la conseguente frustrazione di non riuscirci». Per questo servono nuove date e pratiche unitarie, che uniscano le diverse forze e le differenti specificità su degli obiettivi condivisi da raggiungere, senza per questo pensare di poter comporre le differenze ma consapevoli della necessità di dover spostare un po’ più avanti per tutti e tutte i rapporti di forza complessivi.

Dall’altro occorre evitare il rischio di farsi risucchiare dall’attesa del presunto momento salvifico delle elezioni, trasformandosi così nella presunta base sociale della coalizione di Centrosinistra. Nel corteo ha sfilato certamente il cuore di chi ha votato No al referendum, la sua parte attiva e fortemente orientata a una battaglia che metta il governo in minoranza, ma è una parte che non ha alcun interesse a entrare nei giochi politicisti del Centrosinistra, siano essi l’organizzazione delle primarie o la discussione del perimetro del «campo largo». Chi è sceso in piazza vuole piuttosto organizzare il «campo di battaglia», non vuole Re e quindi nemmeno incoronare il nuovo leader a cui delegare la risoluzione dei propri problemi. Anche perché non ci sarà nessun salvifico momento elettorale senza cambiare i rapporti di forza nella società. E i rapporti di forza si cambiano provando a impedire materialmente che qualcosa accada, ossia ottenendo alcune vittorie come successo con il Referendum. 

«E allora qual era lo scopo di oggi se non riconoscersi? Riconoscere quel complesso di pratiche che già oggi preparano la classe dirigente dal basso – ha scritto a fine corteo il Collettivo di fabbrica ex Gkn – Il nostro piccolo contributo? Non perdere alla ex Gkn: la fabbrica socialmente integrata come esempio di quello che potrebbe essere, riconversione ecologica che puoi toccare contro la riconversione bellica». Per valorizzare la convergenza e dare voce a questa disponibilità complessiva al cambiamento c’è bisogno infatti di articolare obiettivi concreti, vertenze praticabili. Uno dei passaggi sarà ancora una volta la vertenza degli operai ex Gkn, con il Festival di letteratura working class che si svolgerà a Campi Bisenzio dal 10 al 12 aprile e che sarà sia uno strumento per far rientrare il conflitto di classe nell’immaginario collettivo sia un concreto momento di lotta per la reindustrializzazione della fabbrica, che culminerà con il corteo dell’11 aprile. 

Sulla scia del Referendum e della due giorni No Kings si può aprire nelle prossime settimane una nuova fase di movimentazione sociale. Ad aprile partirà anche la nuova Flotilla per Gaza, dopo quella già partita per Cuba, azione di mutualismo conflittuale che ha già dimostrato la propria efficacia politica e che può iniziare a ricomporre anche le recenti spaccature di movimento. 

Serviranno poi ulteriori ricadute sui territori e nelle varie tematiche. La sfida di questa nuova rete di movimenti è organizzare una prospettiva di opposizione sociale al governo a partire dai temi concreti e dall’organizzazione di una resistenza diffusa nei territori che sappia darsi degli obiettivi radicali, e praticabili, da provare a raggiungere. Non sarà facile vista la diversità dei soggetti in campo. Ma la sfida per cambiare realmente i rapporti di forza nella società passa necessariamente da qui.

*Giulio Calella, cofondatore e presidente della cooperativa Edizioni Alegre, è editor di Jacobin Italia.

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