Caso Epstein: nuove rivelazioni sulla connessione con Israele

Dal blog https://www.lindipendente.online

30 Marzo 2026 Enrica Perrucchietti

«Sarebbe una risorsa preziosa per qualsiasi unità». Il 29 giugno 2011, Jeffrey Epstein scrive ad Anat Barak, figlia dell’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, per raccomandare personalmente una giovane newyorkese di 18 anni, “Tali”, proponendola per l’ingresso in «una delle unità d’élite delle Forze di Difesa Israeliane». Nella mail, il finanziere ne sottolinea il profilo: «molto estroversa», dotata di «naturale leadership», già ammessa al Barnard College della Columbia University e con numerosi soggiorni in Israele alle spalle. Dietro quel nome si cela Talia Lefkowitz, figlia dell’avvocato Jay Lefkowitz, tra i protagonisti della trattativa che nel 2008 portò al controverso accordo di patteggiamento tra Epstein e il procuratore federale Alex Acosta.

Le e-mail mostrano come Epstein si rivolgesse direttamente a figure legate ai vertici politici israeliani per “sponsorizzare” la figlia del suo avvocato, descritta come perfetta per diventare «ambasciatrice di Israele in uno dei campus universitari più importanti del Paese, la Columbia». Qualche ora dopo il primo messaggio, Anat Barak risponde dicendo che Tali «sembra una ragazza fantastica» e promette al finanziere: «La contatterò e ci occuperemo di lei». Successivamente, la figlia dell’ex premier israeliano contatta direttamente Tali, spiegando che «Jeffrey Epstein mi ha parlato di te e dei tuoi piani di arruolarti nelle Forze di Difesa Israeliane quest’estate».

Lo scambio di messaggi evidenzia un passaggio di mano tra élite, che trasforma una carriera militare in un dossier gestito dall’alto. Si tratta dell’ennesimo tassello che suggerisce l’esistenza di circuiti paralleli, in cui influenze private e interessi geopolitici si sovrappongono, lontano da ogni controllo democratico. Il caso evidenzia anche come Epstein fosse impegnato nelle attività di lobbying sionista negli Stati Uniti. In questo schema, la mobilità sociale non è più frutto di merito, ma di intercessioni invisibili, di reti relazionali che scavalcano le procedure ufficiali e che riguardano Tel Aviv. Più che il destino di una singola giovane, ciò che emerge è la normalizzazione di un meccanismo: l’accesso privilegiato come strumento geopolitico.

Interpellata dalla redazione di Greyzone, Talia Lefkowitz non ha risposto alle richieste di chiarimento sul suo rapporto con Jeffrey Epstein, ma il suo percorso evidenzia una traiettoria significativa: dopo aver servito come sergente in un’unità d’élite dei paracadutisti delle Forze di Difesa Israeliane, probabilmente la 35ª Brigata, coinvolta nelle operazioni a Khan Younes nel 2024, è emersa come attivista apertamente sionista durante gli studi al Barnard College.

Ha scritto per testate come The Jerusalem Post e The Times of Israel, criticando ambienti universitari statunitensi, e si è distinta all’interno di Hillel International, di cui è stata anche membro del consiglio. In seguito, ha lavorato nel settore filantropico per organizzazioni impegnate nella promozione dell’identità ebraica e del sostegno a Israele, collaborando con la fondazione del finanziere ultra-sionista Paul Singer, la Paul E. Singer Foundation.

Singer è stato uno dei principali finanziatori delle campagne presidenziali di Donald Trump e di Marco Rubio, e attualmente possiede la compagnia petrolifera venezuelana Citgo Petroleum. Oggi, Lefkowitz lavora come “consulente filantropica” per l’Areivim Philanthropic Group, che dichiara di voler «influenzare la prossima generazione di ebrei attraverso un’educazione ebraica, ebraica, sionista e israeliana, sia formale che esperienziale».

Il percorso individuale di Talia Lefkowitz si inserisce in un quadro più ampio che rafforza la vicinanza di Epstein a Israele. Oltre al ben noto rapporto con Ehud Barak, attraverso la sua fondazione il finanziere americano effettuò donazioni dirette a organizzazioni centrali dell’ecosistema israeliano, tra cui la Friends of the Israel Defense Forces (FIDF) – con un contributo esplicito a sostegno dell’IDF – e il Jewish National Fund (JNF), attivo anche nella gestione dei territori e negli insediamenti.
Parallelamente, e-mail e atti giudiziari indicano il suo ruolo di intermediario in contatti di alto livello, incluso un incontro tra Benjamin Netanyahu e dirigenti di JPMorgan, in una fase cruciale legata al dossier energetico del giacimento Leviathan. Nel complesso, tutti questi elementi mostrano come Epstein operasse in qualità di nodo di connessione tra finanza internazionale, politica, intelligence e apparati strategici, e come abbia svolto il ruolo di facilitatore per le politiche di Tel Aviv.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.

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