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26 Marzo 2026 Guido Ruotolo
Dovrebbe essere cacciato anche lui, anche il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, per i danni che sta provocando, per la sua incapacità di governare la transizione da modelli produttivi antichi e nocivi a quelli che consentono all’industria di convivere senza procurare danni all’ambiente e alla salute dei cittadini.
Deve andarsene, Urso, per l’assenza di una politica che guardi ai nuovi settori produttivi proiettati nel futuro, e, nello stesso tempo, occorrerebbe una politica che valorizzi quei settori “strategici” per il Paese. Persino il “Foglio” ci va giù pesante con il ministro Urso, ribattezzato il ministro della “deindustrializzazione accompagnata”.
Siamo ancora in mezzo al guado e la prospettiva dell’ex Ilva di Taranto, della siderurgia che fu pubblica, è sempre più senza speranza. È in atto l’ennesima farsa della gara che dovrebbe portare alla cessione e al rilancio dell’ex Ilva. Siamo a un’altra riapertura dei suoi termini, dopo che Urso aveva puntato tutti i gettoni sul tavolo della cessione di Taranto, e degli impianti della Liguria e del Piemonte, al fondo speculativo americano Flacks Groups. Adesso a ballare, a contendersi ancora quel che resta della siderurgia che fu pubblica, sono gli indiani di Jindal Steel International, che si ritirarono alla prima “tappa” della gara infinita del “patron Urso”. E ancora, almeno formalmente, il fondo americano Flacks Group, che però non convince più.
Gli americani dovevano chiarire, integrare la documentazione presentata. Molto carente sul piano industriale, opaco sulla solidità finanziaria.
Insomma, gli americani dovevano dimostrare di essere solvibili, di disporre di una struttura bancaria alle spalle in grado di sostenere l’operazione. Quando sventolò il “nuovo giorno” per l’ex Ilva, dopo il divorzio con ArcelorMittal, il ministro Urso fantasticò di una cessione da dieci miliardi e di un piano produttivo di otto milioni di tonnellate di produzione di acciaio green all’anno, con quattro forni elettrici e tre impianti di “preridotto”.
Naturalmente, non sarebbe stato garantito il lavoro a tutti i dipendenti dell’ex Ilva, ma si sarebbe ragionato sugli ammortizzatori sociali e su nuove opportunità di lavoro.
Siamo arrivati, nel giugno scorso, a un’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) che autorizzava per altri dodici anni la produzione a carbone con una serie di oltre quattrocento prescrizioni. E all’ultima offerta di acquisto di Flacks Group a un euro. Con l’impegno del fondo a investire fino a cinque miliardi e a garantire 8.500 posti di lavoro e sei milioni di tonnellate di acciaio prodotte ogni anno. Chiacchiere, in sostanza. Tanto che Flacks avrebbe dovuto depositare, entro venerdì scorso, lettere di credito, garanzie bancarie e piano industriale che non sono mai stati spediti.
E così ha ribussato alla porta della gara il gruppo indiano Jindal.
Che però vorrebbe acquisire gli impianti, per trasformare quello che avrebbe dovuto essere un asset strategico per il nostro Paese, in una succursale dell’Oman. Secondo gli indiani, infatti, fino al 2030, dovrebbero essere operativi due altiforni a carbone a Taranto, per quattro milioni di tonnellate di acciaio all’anno.
Poi la transizione green si dovrebbe realizzare con un solo forno elettrico, sempre a Taranto, mentre negli impianti del gruppo indiano dell’Oman sono previsti due forni elettrici e tre impianti di “preridotto”, la materia prima che nei forni elettrici si trasforma in acciaio. In sostanza, un milione e rotti di tonnellate di acciaio green prodotti a Taranto, mentre dall’Oman arriverebbe il semilavorato, le bramme d’acciaio, da trasformare nei tubifici di Taranto, Liguria e Piemonte del gruppo.
Ultima pillola amara da dover mandar giù è che il piano Jindal prevede un’occupazione sotto i tremila dipendenti, cioè un terzo di quelli attuali.
A fine febbraio, è arrivata la sentenza del tribunale di Milano, città dove ha la sede sociale il gruppo Acciaierie d’Italia (ex Ilva), che ha dato ragione a un esposto di associazioni e cittadini di Taranto, imponendo all’ex Ilva, anche in applicazione di una direttiva europea, una serie di modifiche all’Aia nella chiave della salvaguardia della salute dei cittadini e dei lavoratori, pena – il 24 agosto prossimo – la chiusura degli impianti. Prima di tutto la salute e l’ambiente.
Come ha reagito il governo alla sentenza dei giudici di Milano?
Come stanno cercando di correre ai ripari i commissari straordinari dello stabilimento tarantino, quelli nominati da Urso?
Il governo e l’azienda hanno delegato i legali a presentare ricorso in appello, contro la sentenza del tribunale di Milano. E chi ha rapporti con i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia non ha la sensazione che il governo stia lavorando per applicare e integrare l’Aia seguendo le indicazioni dei giudici milanesi. Insomma, o la va o la spacca.
Anzi, si difenderanno con l’accusa che la colpa della chiusura sarà dei giudici.
Marco Bentivogli, che è stato segretario nazionale dei metalmeccanici della Fim Cisl, è pessimista: “Abbiamo perso tempo. Anni di rinvii, incertezze, scelte contraddittorie, piani annunciati e mai portati fino in fondo. La fragilità del quadro nasce dal deterioramento progressivo di tutti i valori in campo: impianti, produzione, credibilità industriale, relazioni con il territorio, affidabilità verso il mercato”. Aggiunge Bentivogli: “Ogni mese trascorso senza una direzione chiara ha consumato pezzi di fabbrica, di lavoro e di fiducia. E il prezzo di questa agonia è stato altissimo”.
In questi mesi, “terzogiornale” ha raccontato l’assenza di prospettive per questa che è stata l’acciaieria a ciclo integrale più grande d’Europa, l’ex Ilva di Taranto.
Abbiamo parlato di agonia, di eutanasia della grande fabbrica. Oggi dovremmo parlare di “supplizio” di un’intera generazione di lavoratori e di cittadini.
La “tortura” di un incapace, Adolfo Urso, che da più di tre anni è al timone di un ministero che avrebbe dovuto pilotare la trasformazione di questo asset strategico, portarlo fuori dalla crisi trasformando il vecchio “mostro”, che vomitava lava incandescente, in una acciaieria green. Da quanti mesi viviamo nell’attesa della fumata bianca?
Loris Scarpa, responsabile nazionale della Fiom Cgil nel settore della siderurgia, allarga le braccia: “È buio profondo. Le uniche notizie che abbiamo le leggiamo sui giornali. L’unica via di salvezza è quella di puntare su una società partecipata pubblica”. Invece si vive alla giornata, a Taranto e nelle altre realtà di Acciaieria d’Italia. Con la paura che, da un momento all’altro, il prestito ponte garantito da Bruxelles salti, dopo la sentenza del tribunale di Milano. E senza ossigeno, la fabbrica muore.