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Annalisa De Santis 29 Marzo 2026
Cosa aveva dentro il ragazzino di Trescore Balneario? E cosa accomuna i numerosi episodi di violenza compiuti negli ultimi anni da adolescenti? Esiste un legame con quella voragine di senso emersa durante il Covid, quando la fragilità è diventata un’esperienza diffusa? E quanto pesa, oggi, la solitudine di molti giovanissimi, spesso circondati da adulti poco inclini a interrogarsi sul proprio vissuto? Perché tanti ragazzi sembrano rifugiarsi nel banale trasformando il tragico in ordinario? Sono domande che provano ad andare oltre la superficie, alla ricerca di uno sguardo più profondo. Nello stesso giorno dell’accoltellamento nel bergamasco, intanto, circola la notizia di un bambino di un anno torturato per un’ora da soldati israeliani. “E allora forse il gesto incomprensibile di un ragazzo di tredici anni diventa la lente per guardare non tanto quello che quel ragazzo ha dentro – scrive Annalisa De Santis, psicoterapeuta con una lunga esperienza nella scuola – ma quello che accade fuori…”. Un tentativo prezioso di sviluppare un pensiero sistemico
“Tutti vedono la violenza del fiume
nessuno vede la violenza degli argini che lo costringono”
(Bertold Brecht)
Quando si verificano fatti come quello di Trescore Balneario l’opinione pubblica si rivolge alla psicologia per cercare di comprendere cosa “avesse dentro” quel ragazzo, da quali movimenti psichici (patologici) abbia avuto origine un gesto così assurdo, violento, spaventoso. E allora si intervistano i compagni, si indaga sulle vicende familiari, si analizza la lettera scritta domandandosi se il ragazzo ne sia effettivamente l’autore o se sia il prodotto di un lungo dialogo con un’IA o con sconosciuti in rete (ma comunque di quelle parole lui si è appropriato per dire di sè).
Vorrei proporre una riflessione da un altro vertice di osservazione: un vertice che tenga conto della relazione tra l’accaduto e il contesto più ampio in cui questo gesto (l’ultimo purtroppo di una serie) avviene. Un vertice che prenda le mosse da un approccio psicologico non tanto o non solo psicodinamico, ma sistemico relazionale.
La pietra angolare del pensiero sistemico è osservare e cercare di comprendere la relazione. La relazione tra gli individui e la relazione tra l’individuo e il sistema in cui vive. Per questo, un sistemico fa sempre fatica con categorie come “disturbo narcisistico di personalità” o “assenza del paterno”. Infatti, pur riconoscendone l’indubbia validità nel momento in cui bisogna intraprendere un percorso terapeutico, per guidare le scelte che il terapeuta farà all’interno di quella relazione, queste categorie non aggiungono nulla alla capacità di comprendere e quindi di guidare le scelte in ambito sociale e politico, poiché sono definizioni che escludono il contesto.
E allora vorrei provare a ragionare di questo contesto, consapevole che essendo l’acqua in cui tutti siamo immersi non è facile da osservare.
Da qualche parte bisogna cominciare. E allora cominciamo dal 2020 dal lock down e da quello che ne è seguito.
Dalle scelte messe in campo per salvaguardare la salute dei più giovani, o meglio dalla loro fragorosa assenza. Dai banchi a seduta unica e con le rotelle, unico investimento tangibile. Ah e sì la digitalizzazione, che tradotto ha significato classi spezzate, lezioni in DAD, azzeramento delle relazioni con lo spazio fisico della scuola. E poi la criminalizzazione (si questa è la parola giusta) della socialità dal vivo, ribattezzata con l’orrenda parola “assembramento”.
I giovani a casa per proteggere gli anziani e questo va bene, è andato bene all’inizio: fa parte del patto di reciprocità su cui si fonda lo stare insieme in società. Ma la reciprocità prevede che a volte si dà e a volte si riceve… e invece. Invece il messaggio è stato inequivocabile: ci sono cose di cui ci si occupa e sono, certo, la riduzione del rischio per non ammalarsi, non morire, ma soprattutto salvaguardare la possibilità delle persone di produrre e di consumare. E ci sono cose di cui non ci si occupa che sono, l’impotenza, la voragine di senso che ha aperto lo scoprirci tutti così fragili, così privi di controllo e le emozioni che questo suscita, gli interrogativi che solleva sul modo in cui abbiamo scelto di vivere, di stare insieme, di immaginare il futuro.
E non solo non se ne occupa la politica non devono occuparsene i ragazzi che dopo essere stati chiamati alla responsabilità vengono riconsegnati all’irrilevanza e se avvertono disagio beh quello è malessere psicologico, dipende dal trauma e dal fatto che sono giovani (il malessere psicologico dei giovani è ormai binomio inscindibile). Ed è un affare privato da affrontare privatamente con uno psicologo. Privatamente è cioè fuori da un contesto pubblico, sia sul piano simbolico che concreto.
Lo psicologo, fino al giorno prima figura abbastanza screditata, diviene all’improvviso dopo il Covid un demiurgo che tutto deve affrontare e risolvere. Le scuole restano fatiscenti, calde d’estate e fredde d’inverno, gli insegnanti sottopagati fanno sempre più fatica insieme ai loro studenti a dare un senso allo stare insieme tra quelle mura, ma da dopo il Covid ogni scuola ha il suo psicologo: l’addetto al disagio giovanile.
Subito dopo il primo lock down ho visto in streaming il film dei fratelli D’Innocenzo “Favolacce” . Girato prima del Covid, col Covid non c’entra nulla, ma anche all’epoca e sempre di più negli anni successivi, mano a mano che il “malessere psicologico” dei giovani prendeva spazio nel dibattito pubblico, che la cronaca inanellava episodi di violenza sempre più feroce che vedevano protagonisti e vittime giovani, sono tornata a quel film, alla rabbia mai manifesta ma violentissima dei suoi giovanissimi protagonisti, alle sue conseguenze letali, al contesto in cui tutto matura e si compie. Il contesto urbano è una periferia residenziale che può essere qualunque luogo ma che resta un non luogo, il contesto umano sono famiglie che sembrano non avere una storia, non avere legami se non quelli superficiali di un vicinato che pretende di conoscersi ma che non entra mai profondamente in relazione con nulla. E questi ragazzini, soli in mezzo ad adulti che “non accettano domande né riflessioni” erano nella primavera del 2020 e sono ancora oggi lo specchio impietoso di fenomeni che tutti noi, che lavoriamo nel mondo delle relazioni e della cura, abbiamo visto divenire sempre più significativi.
Christopher Bollas parla di “propensione a diventare un oggetto nel mondo degli oggetti accanto a motociclette barche o scarpe alla moda” di un “Sè scarsamente alimentato dal punto di vista intellettivo e sensoriale che appare privo di interesse per la vita soggettiva”.
Nel 1971 un anno prima della sua morte Winnicott affermava che esiste una personalità opposta a quella ritirata e schizoide: “Si dovrebbe asserire che vi sono altri così fermamente ancorati alla realtà percepita oggettivamente da essere malati in direzione opposta da non esser in contatto col mondo soggettivo e con l’approccio creativo alla realtà”.
Bollas chiama personalità normopatiche quelle personalità che cercano “riparo dalla vita mentale rifugiandosi nel mondo degli oggetti”…”gli adattamenti messi in atto dai Se normopatici sono forme di dolore immagazzinate nel Sé”. Un concetto simile, chiamato disturbo dell’iper adattamento compare negli scritti di Sami Ali psicoterapeuta egiziano francese, fondatore della scuola di psicosomatica relazionale. Nell’iper adattamento, si descrive un funzionamento per il quale l’individuo si conforma alle richieste dell’esterno, con una modalità relazionale adesiva, a scapito del proprio vissuto soggettivo. Il conflitto è rimosso e il dolore non può essere contattato.
Ma è un altro costrutto, concettualizzato da Sami Alì, che mi è tornato in mente leggendo la lettera del ragazzo di 13 anni che ha accoltellato la sua professoressa, il costrutto del Banale.
In presenza di un dolore troppo grande per essere sentito e pensato e che suscita un’angoscia di annichilimento, secondo Sami Alì, l’individuo si rifugia nel Banale, un’operazione psichica di svuotamento di senso e di affetto che trasforma il tragico in ordinario, la complessità in stereotipia, le emozioni in rappresentazioni superficiali. Il banale è la tragica scomparsa dell’immaginario che costringe l’individuo ad una vita somatica e ripetitiva eliminando la creatività e la soggettività. “Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità…” questa frase è nell’incipit della lettera scritta dal ragazzo che ha accoltellato la professoressa di francese e poi “Sono stanco di essere banale, di dover fare sempre le stesse cose…”. È dal banale che questo ragazzo vuole distinguersi, è nel banale che questo ragazzo è immerso ovvero nell’incapacità di trovare un senso al dolore che lo attanaglia, è nel banale che questo ragazzo non distingue più la gravità del gesto che si accinge a compiere.
Nello stesso giorno in cui avveniva l’accoltellamento è circolata la notizia di un bambino di un anno torturato per un’ora dai soldati israeliani di un check point sotto gli occhi del padre dal quale i soldati volevano informazioni. È solo uno degli orrori a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni. Un orrore che suscita dolore, un dolore che rischia di trascinare tutti noi oltre quella soglia in cui l’unico rifugio possibile è il Banale: la rinuncia a cercare un senso, a immaginare, a essere creativi.
E allora forse il gesto incomprensibile di un ragazzo di 13 anni diventa la lente per guardare non tanto quello che quel ragazzo ha dentro ma quello che accade fuori ed attorno e il modo in cui noi ciascuno di noi dentro lo processa, lo integra o non lo integra, individualmente e come collettività.
Ed è certamente utile interrogarci sulla regolamentazione dell’utilizzo degli smartphone e anche sull’importanza delle regole per i ragazzi, o se sia o no compito della scuola svolgere una funzione educativa. Ed è importante protestare per il disinvestimento che svilisce la scuola ed il depauperamento dei servizi, perché è nostra responsabilità pretendere che la cura della sofferenza psichica e fisica sia un diritto esigibile da tutti. Ma fermiamoci a considerare anche “l’acqua nella quale nuotiamo” , a saggiarne la pressione alla conformità, piuttosto che la capacità, di valorizzare e integrare le differenze. E domandiamoci quanto siamo capaci di resistere alla pressione alla conformità, quanto siamo ancora capaci di accogliere e tollerare ed integrare le differenze. Perché non c’è salute e non c’è cura senza questa integrazione, senza la capacità di relazione con l’altro senza la possibilità di stare con l’alterità, con l’indicibile, con l’impensabile, col perturbante. E noi, noi tutti, non solo quel ragazzo, questa capacità rischiamo di smarrirla se ci trinceriamo dietro le diagnosi, dietro il voler capire lui per allontanarlo da noi e considerarlo alieno. Come dice la sorella nella scena finale della bellissima serie Adolescence “Jamie è nostro, ci appartiene”.
Ecco questo ragazzo è nostro e ci appartiene più di quanto ci piace pensare.
Winnicot scriveva: “Integrazione è una parola che viene in mente a questo punto perché se pensiamo a una persona perfettamente integrata essa non può che assumersi la piena responsabilità di tutti i sentimenti e le idee che l’essere in vita comporta. Invece c’è una mancanza di integrazione quando abbiamo bisogno di trovare che le cose che disapproviamo sono fuori di noi e per far questo paghiamo un prezzo che consiste nella perdita della distruttività che in realtà appartiene a noi stessi”.