Da una email di alessandramaffilippi@substack.com
| M. Alessandra Maf Filippi mar 30 |
Dallo Status Quo alla concessione: come una “piccola alterazione” trasforma un diritto in negoziazione
Gerusalemme. Veduta delle cupole della chiesa di tutte le Nazioni dal Monte degli Ulivi, costruita in quello che la tradizione riconosce come il Getsemani. Il nome della chiesa ricorda il contributo di numerosi paesi alla sua costruzione, avvenuta tra il 1919 e il 1924 su progetto dell’architetto Antonio Barluzzi. A dirigere il cantiere c’era un mio antenato, l’ingegnere Cesare Filippi, che ha realizzato tutte le chiese progettate dal Barluzzi in Terra Santa. La chiesa è conosciuta anche come chiesa dell’agonia in riferimento alla notte che Gesù vi trascorse alla vigilia del suo arresto. La foto l’ho scattata nel dicembre 2018.
ISTANBUL – La “Dottrina Gaza” non è un’anomalia, è un modello operativo: colpire, svuotare, cancellare, annettere. Affonda le radici nella nascita di Israele, quando nel 1948 oltre 750.000 palestinesi furono espulsi e più di 500 villaggi vennero rasi al suolo. Sulle loro rovine, anche con l’effetto di impedire ai palestinesi di tornare o rivendicarne le pietre, il Jewish National Fund promosse “riserve naturali” e nuove infrastrutture, sostituendo coltivazioni storiche come gli ulivi con pini e cipressi, più familiari ai nuovi arrivati dall’Europa dell’Est.
La rimozione in Israele non è mai stata solo fisica, ma anche narrativa e paesaggistica. E non sono dettagli: quella che può sembrare una piccola alterazione spesso si rivela un tassello di un processo che, passo dopo passo, plasma cultura, storia e quotidianità secondo logiche tutt’altro che casuali.
INGRESSO VIETATO
Qualcosa di simile si manifesta nella città in cui la Resurrezione dovrebbe essere presenza viva. Per ordine delle autorità israeliane, la Chiesa del Santo Sepolcro e altri luoghi di culto nella Città Vecchia di Gerusalemme sono chiusi dal 28 febbraio. Ufficialmente per ragioni di sicurezza. Ma sul terreno la realtà è ben più grave. Domenica delle Palme, si è verificato un fatto senza precedenti nella storia dello Status Quo: la polizia israeliana ha impedito l’accesso al Santo Sepolcro al Patriarca dei Latini di Gerusalemme, cardinal Pierbattista Pizzaballa, e al Custode di Terra Santa, monsignor Francesco Ielpo.
Lo Status Quo — insieme di norme e consuetudini che regolano da secoli, nei minimi dettagli, l’equilibrio tra le diverse confessioni religiose nei luoghi santi — formalizzato in epoca ottomana per congelare tensioni e conflitti tra le comunità cristiane, sopravvissuto a tutto, è fragile eppure tangibile.
Durante un incontro, Pizzaballa mi spiegò l’importanza di una cornice vuota appesa sopra il portone di accesso al Santo Sepolcro, di pertinenza del Patriarcato Latino: fondamentalmente inutile, eppure fondamentale lasciarla esattamente dove si trovava. Rimuoverla avrebbe significato infrangere lo Status Quo, ma anche trasmettere un segnale di debolezza: per compiere certi gesti, mi disse, bisogna essere certi che tutti siano pronti a recepirli nella giusta misura.
Quel vuoto, così apparentemente innocuo, era e rimane un simbolo potente: il diritto esiste solo perché viene rispettato, e anche il più piccolo spostamento può avere conseguenze enormi. Proprio per questo la violazione che si è consumata domenica 29 marzo, per la prima volta da secoli, e che ha costretto il Patriarca a fare dietrofront e tornare sui suoi passi, equivale ad affermare che neppure la più alta autorità cattolica in Terra Santa ha più garanzie, aprendo di fatto a qualunque arbitrio.
Nelle ore successive, il Patriarcato Latino e la Custodia di Terra Santa hanno annunciato che la crisi è rientrata: le celebrazioni pasquali potranno svolgersi “in coordinamento con le autorità competenti” e “in accordo con la polizia israeliana”, che ha “garantito l’accesso” ai rappresentanti delle Chiese. Una formulazione apparentemente distensiva, ma che merita di essere letta con attenzione. Perché è in queste righe che si consuma uno slittamento tutt’altro che secondario.
Il comunicato afferma che la questione è stata “risolta” attraverso un accordo con le stesse autorità che avevano imposto il divieto, senza alcun riferimento esplicito alla violazione dello Status Quo né a garanzie per il futuro. Non una presa d’atto, non una correzione formale: semplicemente, un reset.
Ancora più significativo è il passaggio in cui si legge che l’accesso ai Luoghi Santi è stato “assicurato” dalla polizia. Ma l’accesso non dovrebbe essere assicurato da un’autorità contingente: dovrebbe essere garantito da un diritto storico, stratificato nei secoli. Dallo Status Quo, appunto. Ed è proprio in questo passaggio che si consuma lo slittamento più delicato e potenzialmente gravido di conseguenze: da diritto riconosciuto a concessione negoziata.
Sono esattamente queste le micro-alterazioni alle quali si dovrebbe prestare più attenzione. È attraverso il loro verificarsi che si misura la trasformazione in corso del ‘paesaggio’. In questo caso, il micro-scarto riguarda un ordine giuridico che scivola verso un sistema discrezionale. Perfino uno studente del primo anno di Legge comprende che un diritto consolidato, quando diventa oggetto di accordo, perde immediatamente stabilità. Una volta che diventa materia di “dialogo continuo”, come recita il comunicato, si trasforma in negoziazione permanente.
Anche il ringraziamento al presidente israeliano Herzog per il suo “tempestivo intervento” si inscrive in questa dinamica: chi detiene il potere di limitare è lo stesso che viene ringraziato per aver ripristinato ciò che non avrebbe dovuto essere messo in discussione. Non è solo diplomazia. È un equilibrio fragile, che rischia di legittimare, anche involontariamente, il principio dell’arbitrio.
L’IMPUNITÀ GENERA LA PENA DI MORTE
Se lo Status Quo vacilla, lo spazio per l’arbitrio cresce, e a questo vuoto giuridico si aggiunge ora un salto di qualità, esplicito e irreversibile. Lunedì 30 marzo la Knesset israeliana ha approvato, con 62 voti favorevoli e 48 contrari nelle seconde e terze letture, una legge che introduce la pena di morte per detenuti palestinesi accusati di crimini classificati come “terrorismo”. Promossa dall’estrema destra religiosa guidata dal ministro Itamar Ben Gvir, la norma prevede l’esecuzione entro 90 giorni, senza diritto di appello o clemenza.
Non si tratta più di una proposta o di un passaggio intermedio: è un cambio di paradigma. Una misura che segna una rottura profonda con i principi fondamentali dello stato di diritto e con il diritto internazionale, introducendo una pena estrema applicata in modo strutturalmente discriminatorio. Gli oppositori parlano apertamente di deriva autoritaria e di legalizzazione dell’arbitrio. E non a torto: quando la pena capitale viene reintrodotta in un contesto di occupazione e applicata selettivamente, non è più solo una questione penale, ma politica, giuridica e morale insieme. Avranno ancora il coraggio di chiamarla la sola democrazia del Medioriente?
Tutto questo accade perché lo abbiamo permesso. Abbiamo tollerato violazioni sistematiche del diritto internazionale e umanitario. Abbiamo accettato che venissero ignorate risoluzioni su risoluzioni, in nome di un salvacondotto implicito costruito sull’eredità dell’Olocausto e che si è tradotto, nei fatti, in una progressiva erosione dei limiti.
Quello che sta facendo Israele — con il sostegno di USA, Europa e parte del mondo arabo — è un abominio. E in questa oscena coazione a ripetere, un transfert senza ritorno e senza fine, le vittime si trasformano in carnefici e insieme ai loro complici sodali scrivono la storia che avremo domani, insieme al nostro stesso futuro morale.

UNA PASQUA DIFFERENTE
Nel frattempo, la maggior parte dei fedeli vive la Quaresima senza consapevolezza di quel che passano i cristiani in Terra Santa. Una distanza non solo geografica: quel che succede a Gerusalemme, come a Betlemme, resta quasi sempre ai margini delle omelie e della vita ordinaria delle comunità cattoliche sparse per il mondo. Con la conseguenza che ci si ritrova a pregare testi e salmi che evocano Israele in chiave biblica e spirituale senza che venga mai messa in relazione, o almeno problematizzata, la distanza tra quel linguaggio e ciò che accade oggi sul terreno ai cattolici, come alle altre comunità cristiane e musulmane in Terra Santa.
C’è da dire che il cristianesimo raramente è stato all’altezza del proprio messaggio originario e quasi mai coerente con quello che ha professato per millenni. Milioni di esseri umani sono stati uccisi in nome di Dio. Gesù lasciò un’eredità di pace e amore. Le strutture di potere sviluppatesi nei secoli hanno prodotto controllo, dominio e sottomissione. Fin dall’inizio, l’eredità di Gesù è stata tradita e filtrata. A cominciare da Saulo di Tarso, cittadino romano, ebreo fariseo istruito e inserito negli ambienti religiosi del suo tempo. Folgorato sulla via di Damasco, rinato nel battesimo col nome di Paolo, quest’infaticabile viaggiatore è la chiave di volta per comprendere come un oscuro movimento minoritario si sia trasformato in religione universale.
Paolo non fu solo un teologo: fu un mediatore culturale, un traduttore, un costruttore di sistema; ed è in questo passaggio, dalla parola al sistema, che si apre una frattura destinata a lasciare il segno. È lì che il messaggio si universalizza. Ed è lì che diventa disponibile all’uso, all’interpretazione, alla manipolazione. Le sue lettere — scritte da ogni dove verso ogni dove — hanno dato forma, lingua e struttura a un messaggio che, senza di lui, forse sarebbe rimasto confinato nell’area dove si svolse il magistero del Nazareno. E chissà, forse il mondo non avrebbe conosciuto il fanatismo religioso e l’intolleranza scatenata dal Dio unico, geloso, vendicativo e tiranno narrato dalla Bibbia.
Così accade — come accadde durante le Crociate, quando per le strade di Gerusalemme i ‘pellegrini armati’ fecero scorrere fiumi di sangue innocente al grido “Dio lo vuole”, lo stesso che oggi tuona il ministro della guerra americano, con tanto di tatuaggio del Santo Sepolcro sul petto — che oggi la fede venga piegata alla guerra da leader politici e militari, i quali ammantano la violenza di sacralità dichiarando di combattere gli ‘infedeli’ in nome e per conto dell’Altissimo.
Intanto, nel mondo, la Pasqua si prepara tra riti, tridui e attese scollegate dai luoghi della storia, tra corse all’ultimo uovo e colombe farcite.
Ma nella Gerusalemme occupata, quella vera, quella martoriata, dove Cristo è crocifisso ogni giorno, da oltre 77 anni, prende forma un’altra liturgia, più cruda, più reale: quella dell’assenza.
Una Pasqua senza accesso. Senza ecclesia. Senza città. Con lo Status compromesso.
Una Pasqua differente.
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