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Camilla Gommaraschi 30/03/26
Secondo molti storici, la detenzione dei palestinesi fu un tassello decisivo del progetto di espulsione.
Il giorno della Nakba a Ramallah, il 15 maggio 2012. Foto Flickr. Heinrich Böll Foundation Palestine & Jordan. Licenza: CC BY 2.0.
Un’inchiesta di Haaretz, basata su documenti d’archivio scoperti di recente, svela come nel 1948 l’esodo palestinese fu un piano deliberato. Ma studi precedenti hanno aggiunto un altro elemento a sostegno della tesi secondo cui le partenze furono obbligate: i campi d’internamento per palestinesi allestiti da Israele durante la guerra. Ingranaggi essenziali della Nakba, servivano per gestire e poi (in gran parte) deportare chi non se ne era ancora andato.
IN BREVE
Nuove verità storiche Recenti inchieste giornalistiche e studi accademici smentiscono la narrazione di una «fuga volontaria» dei palestinesi nel 1948. L’esodo emerge come strategia deliberata per garantire la stabilità demografica del neonato Stato di Israele.
Filo spinato Un tassello fondamentale di questo piano fu la creazione di campi di prigionia per i palestinesi, dotati di filo spinato. Tali strutture non servivano solo alla detenzione. Erano campi di lavoro coatto, dove in media l’80% degli internati era costituito da civili.
Lavoro coatto Nonostante le convenzioni internazionali, i prigionieri erano spesso impiegati in lavori direttamente legati alle operazioni belliche. La manodopera palestinese divenne un’importante risorsa per sostenere Israele durante il conflitto.
Detenzione ed espulsione I campi rappresentarono anche un fondamentale ingranaggio per la gestione e la successiva deportazione della popolazione palestinese. Le ricerche confermano che, al termine della detenzione, il 78% dei prigionieri fu espulso forzatamente oltre i confini.
Nota della direttrice: L’approfondimento che segue nasce da un accurato lavoro di ricerca condotto da una mia studentessa dell’Università degli Studi di Milano, Camilla Gommaraschi. Come avviene per ogni nostra inchiesta – e in particolar modo in questo caso – i materiali e i riscontri documentali sono stati successivamente sottoposti a rigorose verifiche da parte della redazione di Krisis, per garantire l’accuratezza scientifica e la coerenza con i nostri standard editoriali.
«Il terrore era necessario per far andare via gli arabi». Con questa citazione, il quotidiano di Tel Aviv Haaretz ha rimesso in discussione la narrazione israeliana mainstream sulla guerra del 1948. Il 27 febbraio scorso, il giornale progressista ha pubblicato un’inchiesta dello storico Adam Raz, intitolandola proprio con questa frase. «Migliaia di documenti scoperti di recente» ha spiegato Haaretz «rendono ora possibile raccontare la vera storia dell’espulsione dei palestinesi da parte di Israele nel 1948 e iniziare a comprenderne le amare implicazioni dopo il 7 ottobre».
L’autore dell’articolo ha preso in esame le carte degli archivi dell’Idf e del Ministero della Difesa insieme all’istituto Akevot. Ed è arrivato alla conclusione che l’esodo palestinese non fu un effetto collaterale del conflitto, ma una strategia deliberata. Sebbene queste carte aggiungano dettagli preziosi, la tesi non è nuova: da decenni una parte della storiografia contemporanea documenta come il terrore sia stato uno strumento per svuotare la Palestina.
Ingranaggio fondamentale
Esiste però un tassello meno noto dell’esodo: i campi di prigionia allestiti dal neonato Stato di Israele. Se per molti storici il terrore serviva a svuotare i villaggi dalla presenza palestinese, secondo altri storici i campi di detenzione e di lavoro forzato servivano per gestire, sfruttare e infine deportare chi non se ne era ancora andato.
Come evidenziato dagli studiosi Salman Abu Sitta e Terry Rempel 12 anni fa, e come nuove ricerche negli archivi continuano a documentare, la Nakba fu un processo sistematico di cui i campi di prigionia e di lavoro furono un ingranaggio essenziale. Nel 2014, un articolo del Journal of Palestine Studies portò alla luce questa pagina di storia legata dimenticata o volutamente cancellata.
«Sotto scorta fummo portati a Umm Khalid. Lì fummo condotti in un campo di concentramento con filo spinato e cancelli». La testimonianza di Marwan ‘Iqab al-Yahya, allora quindicenne, dà uno spaccato del trattamento riservato ai civili palestinesi internati durante la guerra del 1948. Le sue parole, insieme a quelle di altri prigionieri, sono state pubblicate da Salman Abu Sitta e Terry Rempel nel volume 43 del Journal of Palestine Studies.
Detenzioni di civili
Attraverso documenti del Comitato Internazionale della Croce Rossa e testimonianze raccolte sul campo, il testo descrive la detenzione sistematica dei civili. Dall’analisi delle fonti emerge che nel 1948 Israele istituì quattro campi di prigionia «riconosciuti» e 17 «non riconosciuti». Per comprendere il ruolo di queste strutture è necessario collocarle all’interno della Nakba(in arabo النكبة, letteralmente “catastrofe”), ossia l’espulsione di circa 700.000 palestinesi dalle loro case durante e dopo la guerra scoppiata in concomitanza con la nascita dello Stato di Israele.
Alcuni israeliani appartenenti al gruppo dei «Nuovi storici» sostengono che, durante il conflitto, avvenne una pulizia etnica. A loro avviso, i palestinesi non avrebbero lasciato volontariamente le loro case, come sostiene la narrazione israeliana tradizionale, per la quale l’esodo è stato una «fuga volontaria». Secondo questi storici, tra cui Ilan Pappé, i palestinesi sarebbero stati cacciati con metodi più o meno violenti, ma, soprattutto, seguendo un piano organizzato.
In base a numerose fonti d’archivio, compresi i diari di Ben Gurion, questi storici identificano il piano Dalet come il masterplan per la pulizia etnica della Palestina. Va tuttavia segnalato che altri storici, pur riconoscendo espulsioni e violenze, non credono all’esistenza di un piano sistematico unitario di pulizia etnica. Uno di questi è Benny Morris, l’autore del celebre libro Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001.
Obiettivo di Ben Gurion: 80 per cento
L’obiettivo perseguito dai vertici del neonato Stato d’Israele era la creazione di un Paese etnicamente compatto. Lo conferma un discorso di David Ben Gurion pronunciato il 3 dicembre 1947 – quindi prima ancora della nascita ufficiale dello Stato di Israele – di fronte ai membri anziani del suo partito, Mapai (il partito dei lavoratori di Eretz Israel). Il futuro primo ministro spiegò esplicitamente come affrontare la realtà che la Risoluzione di spartizione dell’Onu lasciava prevedere.
Come scrive Pappé ne La pulizia etnica della Palestina, citando il libro In the battle, Ben Gurion disse: «C’è il 40 per cento di non ebrei nell’area assegnata allo Stato ebraico. Questa composizione non è una base solida per uno Stato ebraico. E dobbiamo affrontare questa nuova realtà con rigore e chiarezza. Tale equilibrio demografico mette in questione la nostra capacità di mantenere la sovranità ebraica… Soltanto uno Stato con almeno l’80 per cento di ebrei è uno Stato stabile e sostenibile».
Annotazione storica: nel 1948 circa l’82 per cento degli abitanti di Israele era ebreo. Tra il 1950 e il 1965, grazie alle grandi ondate di immigrazione dai Paesi islamici, la percentuale ha raggiunto il picco, arrivando nel 1955 e nel 1960 a sfiorare l’89%. Fino agli anni Novanta è rimasta sopra l’80%, toccando l’81,9% nel 1990 e l’80,6% nel 1995, grazie anche all’ondata migratoria dall’ex Urss. Tra il 1989 e il 2000, circa un milione di ebrei immigrò in Israele dai Paesi dell’ex Unione Sovietica.
Poi la curva è iniziata a scendere. Oggi in Israele circa 7.771.000 abitanti sono classificati come «ebrei e altri» (inclusi ebrei propriamente detti più non-ebrei con parentela ebraica, cristiani non arabi e così via), pari al 76,3% della popolazione.
Silenzio della storiografia
Per decenni la memoria dei campi di prigionia e di lavoro forzato è rimasta circoscritta quasi esclusivamente ai circuiti palestinesi, senza trovare spazio nella storiografia dominante. Un primo passaggio fondamentale per la loro riscoperta avvenne nel 1996 con l’apertura degli archivi del Comitato Internazionale della Croce Rossa, che rese disponibili rapporti, comunicazioni interne e resoconti sul trattamento dei prigionieri civili palestinesi.
Solo successivamente, grazie all’analisi di questi documenti e alla loro messa in relazione con le testimonianze orali, studiosi come il palestinese Salman Abu Sitta e il canadese Terry Rempel hanno potuto sistematizzare una tesi coerente: i campi di prigionia non furono un fenomeno marginale, ma parte integrante del processo di espulsione dei palestinesi.
Un altro punto di riferimento importante è la tesi magistrale di Aharon Klein. Intitolata «Arab Prisoners of War during the War of Independence», venne discussa nel 2001 presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. Tale documento, seppur tutt’altro che critico nei confronti di Israele, risulta di grande interesse perché Klein ebbe accesso ai fascicoli dell’Idf e ai diari di Ben Gurion. Le sue scoperte confermarono in gran parte quelle del ricercatore palestinese Salman Abu Sitta, basate invece su testimonianze orali e relazioni provenienti dagli archivi del Comitato Internazionale della Croce Rossa.
Lavori forzati bellici
Da questi studi emerge come in Israele vennero rinchiusi nei campi di lavoro moltissimi civili: uomini, in età «da combattimento» (15-55 anni), ma anche anziani e bambini. Ad esempio, nel campo di Ijlil nel luglio 1948 c’erano tra gli internati 90 anziani e 77 ragazzi di 15 anni o più giovani. Quasi tutti i prigionieri erano accusati di spionaggio e collaborazione con la resistenza palestinese. Ma gli studi rivelano che solo il 20 per cento erano combattenti. Il restante 80 per cento era composto da civili.
Durante la prima fase del conflitto, secondo alcune interpretazioni storiografiche, la strategia israeliana mirava principalmente a cacciare i palestinesi. La situazione cambiò con l’intervento dei Paesi arabi. Dopo la proclamazione dello Stato di Israele, Egitto, Siria, Iraq e Transgiordania intervennero. Ne consegue che alla leadership israeliana servivano più risorse in campo bellico. Ecco perché fare prigionieri divenne fondamentale. Secondo Pappé, «la costruzione dei campi di lavoro rappresentò un significativo salto di qualità nello sfruttamento della manodopera dei prigionieri di guerra, il cui numero continuava a crescere».
Dalle fonti emerge che gli internati avrebbero dovuto lavorare per risollevare l’economia israeliana in un momento di emergenza. Mettere al lavoro i prigionieri di guerra era una procedura abbastanza comune, normata dalla Convenzione del 1929, che però poneva una clausola: l’attività lavorativa non poteva avere «alcun collegamento diretto con le operazioni belliche». Secondo i rapporti del Comitato Internazionale della Croce Rossa in Palestina, questo divieto risultava regolarmente disatteso. Molto spesso i prigionieri erano impiegati in lavori militari, come scavare trincee.
Campi riconosciuti e non riconosciuti
A metà maggio 1948 fu istituito il primo campo di lavoro a Ijlil (numero 791). I prigionieri del campo aumentavano di giorno in giorno. Di conseguenza, poco, dopo, vennero creati altri tre campi: Atlit (numero 792), Sarafand (numero 793) e Tel Letwinksy (numero 794), il più piccolo.
Questi quattro campi sono gli unici a essere definiti «riconosciuti», nel senso che erano accessibili alle ispezioni regolari della Croce Rossa. Più particolare è la situazione del campo di Umm-Khalid. Seppur fosse molto noto e avesse anche un numero identificativo (795), non fu riconosciuto come ufficiale. I campi molto spesso venivano costruiti sulle macerie di villaggi palestinesi distrutti oppure vicino a ex installazioni militari britanniche.
Esistevano poi altri campi «non riconosciuti» che, nella maggior parte dei casi, non vengono menzionati nelle fonti ufficiali. Le testimonianze dei prigionieri indicano l’esistenza di almeno 17 siti di questo tipo, molti dei quali apparentemente improvvisati. A questo punto, la domanda sorge spontanea. Se la fuga dei palestinesi fosse stata volontaria come sostiene la narrazione israeliana, perché creare 4 campi ufficiali e almeno 17 non ufficiali per trattenere migliaia di civili con il filo spinato?
Dai documenti del Comitato internazionale della Croce rossa emerge come alcuni campi fossero in condizioni migliori di altri. Ijlil era composto soprattutto da tende, molte delle quali strappate e inadeguate per il freddo invernale. Atlit, invece, era meglio organizzato e più pulito, ma è riportato che i suoi prigionieri erano costretti a indossare per mesi gli stessi vestiti, molto spesso a brandelli.
Espulsioni dopo i rilasci
Alla fine della guerra, molti internati furono rilasciati. Tuttavia, il loro rilascio assunse i caratteri di un’espulsione. Molto spesso legati, bendati, e senza cibo, i reclusi venivano caricati su camion e abbandonati oltre i confini di Israele. Nel 2024, uno studio realizzato da Shai Gortler e da Umar al-Ghubari ha confermato il lavoro di Abu Sitta e di Rempel. I due ricercatori, un ebreo israeliano e l’altro palestinese israeliano, hanno mappato i siti delle strutture incrociando dati d’archivio con sopralluoghi sul campo. E hanno rilevato che il 78 per cento dei prigionieri fu espulso e fu loro impedito di tornare. L’indagine è stata pubblicata da Zochrot, un’organizzazione non governativa israeliana fondata nel 2002 che si occupa di promuovere la consapevolezza sulla Nakba del 1948 presso il pubblico israeliano e di sostenere il diritto al ritorno dei profughi palestinesi.
Abu Sitta e Rempel riportano la testimonianza di un giovane prigioniero, liberato insieme ai compagni. «Ci tolsero la benda dagli occhi e ci misero in fila» ricorda il prigioniero. «Un ufficiale di nome Moshe ci disse in arabo: “Vedete la luna? Seguitela. Vi porterà dal [re] Abdullah [di Giordania]. Conterò fino a tre, poi correrete. Sparerò a chiunque si volterà indietro”. Eravamo affamati e deboli. Girammo in tondo, senza riuscire a trovare la strada. Rimanemmo quattro giorni nel deserto».
Nel luglio 2025, Shai Gortler ha pubblicato un articolo, che rappresenta la formalizzazione accademica dei temi già trattati con Umar al-Ghubari nella pubblicazione per Zochrot l’anno prima. Lo studio esamina come circa 8.000 palestinesi detenuti siano stati sottoposti a forme di controllo attraverso lavoro coatto e pratiche disciplinari. Questo rinnovato interesse accademico stabilisce, secondo taluni osservatori, un ponte analitico con l’attualità. Le denunce di organizzazioni ebraiche come B’Tselem, che nel gennaio 2026 ha definito alcune prigioni israeliane «campi di tortura», ripropongono, seppur sotto una luce diversa, un fenomeno comparso durante la guerra del 1948.
Di fatto, il sistema di detenzione e di allontanamento forzato dei palestinesi non è dunque stato un capitolo marginale di quel conflitto. È stato il motore che ha permesso di garantire quella stabilità demografica perseguita fin da prima della nascita dello Stato ebraico, confinando la presenza palestinese a una quota marginale per 78 anni.
Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale
Camilla Gommaraschi Nata nel 2003. È studentessa al secondo anno del corso magistrale di Scienze storiche all’Università degli Studi di Milano. Ha sviluppato un interesse specifico per la storia e le dinamiche politiche del Medio Oriente contemporaneo.