Quale Costituzione abbiamo difeso?

Dal blog https://www.lafionda.org

31 Mar , 2026|Ugo Boghetta

Commentatori vari e il centrosinistra nel suo complesso hanno individuato nell’amore per la Costituzione uno dei motivi principali per cui la maggioranza degli italiani ha respinto la proposta del governo di destracentro di imbrigliare la magistratura.

In effetti, questo è stato probabilmente uno dei motori principali, insieme all’avversione verso l’attuale governo, che ha portato tanto popolo e tanti giovani a votare No: un voto democratico trasversale, ma anche di classe. Le zone ZTL, infatti, questa volta si sono sfaldate, mentre il No ha prevalso nelle periferie allargate.

La difesa della Costituzione sembra dunque aver funzionato come significante generale: un “significante pieno” opposto al “significante vuoto” alla Laclau. La Costituzione agisce come leggenda, come riferimento di valori positivi derivanti da un tempo storico reale, anche se ormai distante. Dal ’48, infatti, molte cose sono cambiate.

Quale Costituzione abbiamo dunque difeso?

Abbiamo difeso la Costituzione antifascista? A questo proposito, Massimo Cacciari, in una trasmissione su La7, ha interrotto la signora Gruber, che aveva iniziato il solito discorso sull’antifascismo, affermando con fastidio che era ora di finirla con questa tiritera. La Costituzione non è antifascista per etichetta, ma per ciò che contiene e propone: lo è nei fatti, nel suo impianto. Non c’è bisogno di ripetere continuamente questo slogan.

Cacciari, in questo senso, ha ragione. Si tratta infatti di uno slogan ripetuto fino alla noia dagli “antifascisti della domenica”, spesso utile come foglia di fico per coprire le continue manomissioni e la sostanziale sospensione della Carta.

È stato il centrosinistra a modificare il Titolo V in senso federalista, scelta non prevista originariamente e che ha aperto la strada alle spinte leghiste. Per fortuna, la Consulta ha poi demolito la legge Calderoli, criticando implicitamente anche quelle modifiche costituzionali.

Per non parlare dell’introduzione del pareggio di bilancio, operata dal governo Monti con il consenso di quasi tutti i partiti, senza che — peraltro — “l’Europa ce lo chiedesse”. Successivamente, il segretario del PD Matteo Renzi ha tentato un ulteriore affondo, fortunatamente fallito.

In realtà, l’attacco alla Carta del ’48 è stato ben più grave e sistematico e non riguarda soltanto la seconda parte. È stato un attacco più sottile, aggirante, rivolto alla prima parte, che rappresenta il cuore della Costituzione e che formalmente non può essere modificata. Di questo aspetto fondamentale, però, la maggior parte degli italiani è ignara.

Non parliamo qui delle difficoltà già presenti fin dai primi anni della Repubblica, che tuttavia ha prodotto risultati importanti, seppur parziali, grazie soprattutto alla spinta del movimento operaio, dei giovani e della cosiddetta società civile negli anni ’60 e ’70. Pensiamo allo Statuto dei lavoratori, al Servizio Sanitario Nazionale, all’aborto e al divorzio.

Ci riferiamo piuttosto al fatto che la sconfitta del movimento operaio negli anni ’80, sotto l’egemonia liberista, ha segnato la fine dell’attuazione concreta del dettato costituzionale, con l’indebolimento del ruolo sociale, politico e democratico dei lavoratori. Una pietra tombale sono stati gli accordi del 1992-93.

Stiamo parlando della cosiddetta Seconda Repubblica e dei relativi partiti di centrosinistra e centrodestra, che hanno progressivamente svuotato — attraverso una legislazione spesso in contrasto con lo spirito costituzionale — la parte più significativa della Carta: quella dei principi, dei valori e del modello sociale.

Da allora sono stati disattesi o aggirati articoli fondamentali:
l’articolo 1 (la Repubblica fondata sul lavoro e il principio della sovranità popolare),
l’articolo 2 (solidarietà politica, economica e sociale),
l’articolo 3 (rimozione degli ostacoli all’uguaglianza),
l’articolo 4 (diritto al lavoro),
l’articolo 9 (tutela dell’ambiente),
l’articolo 36 (retribuzione dignitosa),
l’articolo 41 (limiti sociali all’iniziativa economica),
l’articolo 44 (vincoli alla proprietà).

L’ingresso nel Trattato di Maastricht ha sancito l’adesione a un modello fondato sul libero mercato e sulla concorrenza. La perdita della sovranità monetaria è diventata uno strumento per comprimere la democrazia e il potere popolare. Gli obiettivi pubblici si sono spostati: non più occupazione, scuola e salute, ma imprese, mercati e finanza.

L’Unione Europea, con il suo impianto liberista, appare dunque in tensione con la Carta del ’48, che contiene elementi di impronta sociale.

Nonostante l’Unione non disponga di una vera Costituzione — e quando si è tentato di introdurla è stata respinta — si opera come se esistesse. Ne deriva una subordinazione di fatto della Costituzione italiana a un assetto sovranazionale, in cui la Corte di Giustizia europea assume un ruolo assimilabile a quello di una corte costituzionale.

Evidente è anche il contrasto con l’articolo 11. Dalla guerra in Ucraina alle precedenti operazioni nei Balcani, fino all’utilizzo del territorio italiano in conflitti internazionali, la vocazione pacifista della Costituzione appare spesso disattesa.

L’elenco delle tensioni tra Costituzione del ’48 e assetto europeo è lungo.

In parallelo, sono state introdotte leggi elettorali di tipo maggioritario, che sacrificano la rappresentanza e l’uguaglianza del voto in nome della “governabilità”, concetto non previsto dalla Carta. Ciò anche per limitare la possibilità che il popolo influenzi politiche economiche sempre meno compatibili con il dettato costituzionale.

Il risultato è una condizione che può essere definita di post-democrazia e, in parte, di post-costituzionalità. L’astensionismo crescente ne è il sintomo più evidente.

Quello che abbiamo difeso con il referendum, dunque, è soprattutto il ruolo di quella parte della magistratura che ancora richiama una Costituzione formalmente vigente.

Se ai vertici la Costituzione rischia di diventare una foglia di fico, nel popolo resta invece un riferimento vivo. Per questo, la lotta per la sua attuazione — oggi più che mai necessaria, di fronte a frammentazione sociale, impoverimento diffuso e ritorno della guerra — non può che aprire una prospettiva di superamento dell’attuale assetto politico.

Altrimenti resteremo confinati in battaglie difensive e parziali.

È come giocare solo per difendere uno svantaggio: non è gioco. Di: Ugo Boghetta

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