Semi sotto brevetto: come il diritto internazionale privatizza il cibo

Dal blog https://www.lindipendente.online

31 Marzo 2026 Mario Catania

C’è un paradosso che inchioda l’umanità alle sue responsabilità: mentre la produzione agricola mondiale sarebbe sufficiente a nutrire l’intera popolazione globale, 700milioni di persone che vivono in aree rurali si vedono negato il diritto al cibo. Al centro di questo scempio non c’è soltanto l’economia, ma una trasformazione giuridica profonda: la privatizzazione delle risorse da cui otteniamo il cibo che ci serve.

Nel suo studio sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione, il professor Simone Vezzani, docente di diritto internazionale all’Università di Perugia, spiega che negli ultimi decenni la sovranità alimentare di molti Paesi del Sud è stata messa sotto pressione da due dinamiche convergenti: il land-grabbing, con cui fondi e multinazionali acquisiscono terre agricole destinate all’export, sottraendole alle comunità locali, e la crescente concentrazione del mercato di sementi e agrofarmaci nelle mani di pochi colossi dell’industria chimica.

Il professore parla di una vera e propria “enclosure”, una “recinzione” che ingabbia i beni comuni, realizzata attraverso l’estensione della proprietà intellettuale al vivente. «Se è riconosciuta la brevettabilità del vivente – spiega – significa che possono essere brevettate le piante, le loro componenti, comprese le sementi».

L’origine di questa svolta risale agli anni Ottanta, quando la giurisprudenza statunitense aprì alla brevettabilità degli organismi viventi. Negli anni Novanta, con l’accordo TRIPS dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, quel modello è stato esportato su scala globale. «Il diritto OMC – osserva Vezzani – ha giocato questo ruolo di diffusione del modello statunitense di tutela della proprietà intellettuale», favorendo un rafforzamento delle prerogative dell’agribusiness.

Nel suo scritto, Vezzani definisce il brevetto sulle biotecnologie agricole un “terribile brevetto”, parafrasando Rodotà. Terribile perché altera l’equilibrio originario del diritto dei brevetti, nato per l’ingegneria meccanica e chimica, e lo proietta dentro i processi biologici, fino ai “semina rerum”, ai geni stessi. L’estensione al germoplasma e ai semi – capaci di autoreplicarsi – produce effetti sistemici: il proprietario del fondo non può più disporre liberamente delle generazioni successive del raccolto, perché il vincolo brevettuale ne impedisce il riutilizzo. Le conseguenze non sono solo giuridiche. «Attraverso il pagamento delle royalties – sottolinea il professore – si realizza un trasferimento di risorse dagli agricoltori, comprese le comunità contadine, verso le grandi multinazionali».

Il risultato è una concentrazione senza precedenti del settore agrochimico: le imprese che detengono i brevetti sui semi controllano spesso anche i fitofarmaci connessi, come nel caso emblematico del Roundup.

Questa dinamica si inserisce in un modello agricolo che fa largo uso di fertilizzanti chimici, pesticidi e grandi quantità di acqua. «L’agricoltura industriale utilizza circa il 70% delle acque dolci ed è responsabile dell’inquinamento delle falde e dell’impoverimento dei suoli», ricorda Vezzani. «È un modello non sostenibile rispetto alla piccola agricoltura e all’agroecologia». 

Eppure il diritto internazionale non parla con una sola voce. Accanto alla logica proprietaria dei TRIPS, esistono strumenti che tentano di ricondurre le risorse genetiche nella categoria dei “global commons”. Il Trattato FAO sulle risorse fitogenetiche del 2001, analizzato nello studio, rappresenta un tentativo innovativo di gestione multilaterale, basato sull’accesso facilitato alle risorse genetiche vegetali e sulla condivisione equa dei benefici derivanti dal loro utilizzo. Ma la sua attuazione resta fragile, anche per l’insufficiente tutela dei diritti degli agricoltori. 

In Europa, inoltre, la normativa sementiera impone requisiti stringenti di omogeneità e stabilità varietale per l’immissione sul mercato. «È una disciplina che nasce per garantire sicurezza e qualità», spiega Vezzani, «ma può entrare in tensione con la salvaguardia della biodiversità agricola e delle varietà tradizionali». 

Il conflitto, dunque, non è soltanto tra Nord e Sud del mondo, ma tra la concezione della proprietà e della sua funzione sociale: da un lato la massimizzazione dell’esclusiva, dall’altro la tutela dell’accesso al cibo, della biodiversità e della libertà di ricerca: a pagarne il prezzo sono soprattutto i piccoli coltivatori e le aree agricole marginali, per i quali l’accesso alle sementi diventa più oneroso e incerto. 

La domanda resta aperta: il diritto internazionale sta difendendo i semi come bene comune o sta regolando la loro privatizzazione?

La risposta, oggi, è ambivalente. Ma è proprio in questa ambivalenza che si gioca una partita decisiva. Perché nel destino giuridico dei semi – minuscoli frammenti di materia vivente – si gioca il futuro dell’umanità e della biodiversità da custodire di questo pianeta.

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Mario Catania

Giornalista professionista freelance, specializzato in cannabis, ambiente e sostenibilità, alterna la scrittura a lunghe camminate nella natura.

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