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Emilia De Rienzo 01 Aprile 2026
Un articolo di Lea Melandri, Una maggioranza rumorosa finora inascoltata, ha aperto una discussione su Comune. Dopo la risposta di Andrea Segre, Nuove comunità democratiche e antifasciste, interviene Emilia De Rienzo
Roma, 28 marzo: corteo No Kings. Foto di Riccardo Troisi per Comune
L’intervento di Lea Melandri sulla “maggioranza rumorosa” inascoltata continua a risuonare perché mette a fuoco una distanza sempre più evidente: quella tra ciò che si muove nella società e ciò che riesce a trovare parola e riconoscimento nello spazio pubblico. Questa distanza non riguarda solo la rappresentanza politica. Riguarda qualcosa di più profondo: il modo in cui l’esperienza sociale diventa — oppure non diventa — discorso pubblico, visione condivisa, possibilità di essere riconosciuta come tale. Melandri lo dice con particolare nettezza quando osserva che «il prevalere dei No non si può considerare una vittoria dei partiti di sinistra, ma di quella parte della società civile che ha smesso da tempo di votare per partiti che non la rappresentano… che appare “silenziosa” solo per chi non vuole ascoltarla». In questa lettura, ciò che viene chiamato silenzio non è assenza di parola, ma assenza di ascolto. E ciò che appare come distanza dalla politica è, piuttosto, una trasformazione profonda delle forme dell’esperienza sociale e del suo rapporto con la rappresentanza.
È da qui che si apre una domanda più ampia: cosa accade oggi tra le forme vive della società e i luoghi della politica? Dove va ciò che si muove — conflitti, bisogni, pratiche, mobilitazioni — quando non trova pieno riconoscimento nello spazio pubblico del discorso politico e mediatico? In questo quadro si colloca anche la riflessione di Andrea Segre, che interroga il rapporto tra movimenti e partiti in una fase di trasformazione profonda della democrazia. La sua ipotesi di nuove comunità democratiche e antifasciste indica la necessità di ricomporre ciò che oggi appare separato: esperienza sociale e forma politica, pratiche collettive e istituzioni.
Ma anche qui la domanda resta aperta, e forse si fa più concreta: che cosa significa davvero “costruire insieme”?
A partire da questi stimoli, più che cercare una risposta immediata, viene voglia di spostare leggermente il fuoco della domanda. Non tanto: come arrivare alla politica istituzionale? Ma piuttosto: come restare movimento e radicarsi nei territori. Lo dico con cautela, perché non sono dentro le pratiche organizzative dei movimenti. E tuttavia, da questa posizione laterale, mi sembra che qui si giochi una questione decisiva.
Restare movimento non è qualcosa di già dato. È un lavoro continuo, che non si lascia fissare una volta per tutte. Ma che cosa significa, davvero, “restare”? Muoversi, certo, promuovere iniziative, ma anche — forse soprattutto — intrecciare legami con ciò che nei territori già esiste: domande sociali, conflitti, bisogni, forme di vita spesso invisibili o non riconosciute.
Il radicamento, in questo senso, non è qualcosa da costruire da zero. Esistono già esperienze diffuse: associazioni, reti di solidarietà, comitati locali, pratiche mutualistiche, movimenti per il clima, reti femministe, conflitti sul lavoro, difese di beni comuni, spazi culturali indipendenti. Ciò che colpisce, però, è la loro frammentazione. Spesso non si riconoscono tra loro, non si pensano come parte di un insieme. E allora la domanda si apre: è già un movimento, questa pluralità dispersa? O lo è solo in potenza?
Forse qui si intravede un’altra idea di movimento: non un centro che organizza, ma una rete che connette e rende visibile ciò che già esiste, senza semplificarlo. Il rischio, in assenza di questa connessione, è duplice: da un lato la distanza crescente dalla politica istituzionale; dall’altro la possibilità che siano proprio le sue logiche a definire tempi e linguaggi del conflitto.
Si apre così una questione più radicale: come costruire una soggettività autonoma, capace non solo di reagire ma di produrre un altro immaginario politico, senza però irrigidirsi in forme già date? Non è un processo lineare. Forse non lo è mai stato. Ma può essere decisivo se si vuole immaginare una trasformazione che non sia solo episodica.
In questo quadro, anche il rapporto con le istituzioni non scompare, ma cambia natura. Non è né un orizzonte unico né un campo da abbandonare. La domanda diventa un’altra: questo rapporto è uno strumento di trasformazione o rischia di diventare una forma di adattamento che indebolisce proprio la forza del movimento? Non c’è una risposta già pronta. Ma è forse proprio in questa incertezza che si apre uno spazio di ricerca. Uno spazio in cui si può ancora provare a pensarsi — con cautela, ma senza rinunciare — come parte di un tentativo.