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31 Mar , 2026|Leonardo Noschese
Sullo Sfondo del Conflitto
Ad accompagnare la Guerra in Medio Oriente, che prosegue aumentando l’intensità della violenza e l’estensione delle conseguenze, c’è un fenomeno piuttosto inedito, che mostra qualcosa in più su come questi eventi vengono percepiti. Ovvero la diffusione di brani musicali a tema social-nazionale che riflettono il conflitto. Non si tratta di un fenomeno del tutto nuovo, ma che ora è più rivelatorio rispetto al passato.
Di cosa stiamo parlando? Da alcuni mesi sui principali social network, in primis YouTube e TikTok, sono comparsi numerosi brani in concomitanza dei principali eventi riguardanti lo scontro che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran. Ad esempio, tra gennaio e febbraio, a seguito delle dichiarazioni da parte USA sulla necessità di rovesciare il governo iraniano, sono state diffuse canzoni a sostegno del ritorno di Reza Pahlavi. Fra cui una delle più ascoltate è Javid Shah (slogan monarchico che significa “lunga vita allo scià”, usato dai manifestanti in antitesi alla repubblica islamica) di Elnaaz Norouzi, cantante e attrice iraniano-tedesca che si è espressa pubblicamente a favore al principe ereditario. E in quelle stesse settimane, mentre da Stati Uniti e Israele si susseguivano incitazioni verso la popolazione iraniana ad insorgere contro il regime, sono comparsi brani che evocano l’alleanza fra Teheran e Tel Aviv. Con tanto di immagini raffiguranti distese rigogliose e popolazioni in festa, a sottolineare la prosperità che un simile esito porterebbe. Fino ad arrivare allo scoppio del conflitto, dove da fine febbraio stanno comparendo veri e propri anthems, soprattutto in supporto alla resistenza iraniana. Che contano milioni di commenti e visualizzazioni sulle principali piattaforme.
Guardando alla viralità di alcuni di questi contenuti, ci si può chiedere fino a che punto si tratti di iniziative spontanee e dove inizi la propaganda. Ma se parliamo di propaganda, dal lato Stati Uniti e Israele esistono strumenti ben più penetranti ed efficaci e, sul fronte opposto, nessun Paese in guerra e inviso agli USA penserebbe mai ad investire risorse rilevanti per produrre brani da mandare sui social network occidentali, dove peraltro vengono facilmente oscurati. Qui il punto interessante è un altro. Riguarda gli approcci utilizzati, l’opinione pubblica che ne viene messa in evidenza, e anche qualcos’altro.
Conflict Anthems
La maggior parte di questi contenuti è realizzata con l’ausilio dell’IA, ma si possono osservare differenze molto nette in termini di linguaggio musicale, linguaggio scritto, linguaggio visivo, pubblico di riferimento e commenti. I brani a supporto della coalizione USA-Israele sono luminosi e celebrativi, a tratti festanti, nonostante riguardino un conflitto armato. Uso di scale maggiori, cori, stili che vanno dal pop ispirazionale alla world music. Nel testo, inneggiano a un’alleanza tra Israele e Iran con la restaurazione della monarchia in terra di Persia, in evidente riferimento al frangente storico fra la caduta del governo Mossadeq del ’53 e la rivoluzione iraniana del ‘79. In quel venticinquennio, i rapporti con l’Iran erano all’opposto di quelli odierni. Gli Stati Uniti consideravano l’Iran il loro gendarme nel Golfo Persico, fornendogli sostegno e armi avanzate in cambio di ampie concessioni sul petrolio e del contenimento dell’Unione Sovietica. Ancora di più, Israele vedeva in Teheran un partner strategico fondamentale, anche perché posizionato alle spalle di tutti i suoi avversari regionali. Non a caso fra le parole chiave di questi brani ci sono liberazione o addirittura redenzione (fra i tanti, “Roar of Redempion” ne è un esempio): con la rivoluzione di Khomeyni, la Persia ha abbandonato la strada giusta e deve tornare ad essere ciò che era, in modo pacificato e pacifico, liberandosi dalla teocrazia. A quel punto si potranno ripristinare i vecchi rapporti, di cui il Medio Oriente e il mondo intero beneficeranno (o almeno chi controllerà le rotte petrolifere). Un abbraccio di popoli da Mulino Bianco su scala geopolitica. Il messaggio riflette in modo cristallino i desiderata dell’amministrazione USA: la Repubblica Islamica degli Ayatollah è l’Impero del Male, cosa che giustificherebbe l’aggressione missilistica preventiva e che dovrebbe spingere il popolo a rovesciarlo per salvarsi. Ovviamente, tralasciando qualunque riferimento a ciò che la polizia Savak ha fatto al popolo iraniano quando sul trono c’era lo Scià.
Sul fronte opposto, i brani che prendono le parti dell’aggredito sono scuri e combattivi. Parlano di resistenza, ma anche di qualcosa che va oltre i confini del Medio Oriente. In questo caso si lancia un’accusa all’aggressione che USA e Israele hanno portato alla terra iraniana, ma anche verso i crimini genocidari che Israele ha perpetrato davanti al mondo intero. Chi ha subìto violenza non è solo il popolo dell’Iran, che nei testi nemmeno compare come vittima, ma soprattutto il popolo di Palestina, che non ha droni e missili balistici per reagire e per anni ha pianto centinaia di migliaia di vittime civili. Così comunicato, il messaggio trova facile condivisione da parte di chi in occidente condanna simili atrocità e contesta i propri governi che, tranne un numero misero di eccezioni, non hanno alzato un dito per impedirle. Più di qualcuno sceso in piazza lo scorso anno a manifestare al grido di “stop genocide”, non avendo trovato rappresentanza morale nelle proprie istituzioni, paradossalmente ora ne trova un appiglio nel popolo iraniano. Che, costretto a combattere per la propria sopravvivenza contro la maggiore potenza mondiale e il suo alleato consanguineo, risponde anche alla rabbia di molta parte del mondo per ciò che è stato fatto al popolo palestinese. Non si tratta di simpatie o antipatie politiche, perché chi ascolta e “mette like” a questi brani non ha alcuna simpatia per il regime dei Pasdaran, che è e resta un regime. Semmai ha in testa le bambine della scuola di Minab strappate alla vita dai Tomahawk statunitensi nel primo giorno dell’aggressione. Il punto, molto semplicemente, è il principio che le aggressioni alle popolazioni civili non devono restare impunite. Sia per ragioni morali, sia per ragioni più pragmatiche. Perché, se l’aggressione resta impunita, finisce col diventare lecita e a quel punto può colpire chiunque, spandendo le fiamme di un incendio incontrollabile. Come sa bene la Turchia, che non a caso ha condannato la condotta israeliana con toni inediti, e come comincia a rendersi conto qualcuno perfino nella nostra letargica Europa. Ma solo qualcuno.
Anche uno dei brani più noti di questa frangia, Boom Boom Tel Aviv, comparso originariamente in concomitanza della Guerra dei 12 Giorni del giugno 2025, esprime questi concetti. Il testo fa riferimento ai “comici” israeliani che prendevano in giro i bambini uccisi a Gaza, o al vittimismo che Israele usa nel protrarre la propria guerra di conquista, fino al superamento dello scudo antimissilistico di Iron Dome. Ritenuto impenetrabile ma penetrato grazie alla tattica della saturazione missilistica. Rilasciato il 20 giugno del 2025, nelle prime 24 ore il brano ha totalizzato quasi 600 milioni di visualizzazioni, divenendo virale su tutte le principali piattaforme inclusi X, Instagram e TikTok, prima di venire oscurato. Nelle ultime settimane, ne sono comparse decine di versioni alternative, periodicamente cancellate e ricaricate. Dalla techno, al rock orchestrale, al progressive metal, con assoli di chitarra e arrangiamenti corali. Da lì, su centinaia di canali sono comparse altre canzoni, facilmente prodotte grazie all’ausilio dell’IA, che esprimono supporto alla difesa iraniana e condanna all’aggressione israelo-statunitense. Con testi soprattutto in inglese, in farsi e in lingue dell’Asia orientale come l’indonesiano. Alcuni, perfino con link che rimandano a canali Discord di approfondimento geopolitico.
Rispetto alle canzoni a favore della coalizione USA-Israele, che spesso sono prodotte in un’unica versione, quelle protese alla resistenza iraniana sono diffuse in Paesi con lingue e stili diversi, così da comunicare a diverse culture. E mentre le prime parlano di obiettivi specifici legati alla riconfigurazione politica e geopolitica del Golfo Persico, le seconde riportano un messaggio di resistenza all’aggressore che invece è universale, dunque più veicolabile e condivisibile. Unendosi alle produzioni, anche queste sempre più numerose, di gruppi che criticano l’imperialismo e il neoliberismo USA, come il canale Red Creators Network. Che parlano non solo delle aggressioni portate ai Paesi del Medio Oriente, ma anche al Venezuela e più in generale a quelli che Washington considera nemici, spesso col pretesto del loro essere regimi dittatoriali. Ma che, anche quando sono tali, possono cambiare solo per mano dei loro popoli, non di chi sgancia bombe sulla loro terra.
Tutto questo può portarci a qualche riflessione.
Musica e Narrazione
Il comparire di brani musicali “di schieramento” è nel suo piccolo (ma crescente) un segnalatore dell’opinione pubblica, tanto asiatica quanto occidentale. D’altronde è a queste parti di mondo, non al Medio Oriente, che le lingue di questi brani parlano. Mentre lì si combatte, il resto del mondo (per ora) osserva e si esprime, come è evidente nell’interazione e nel tipo di commenti a questi contenuti. Anche qui, ci sono differenze che possono sorprendere. Nella stragrande maggioranza dei casi, sotto i brani musicali che parlano di un ritorno all’intesa fra USA, Israele e Iran monarchico, chi commenta a favore riporta benedizioni o versi della Bibbia, citandone i versetti. Parla di vittoria per diritto divino. Mentre sotto i brani pro-Iran e pro-Palestina si possono leggere commenti emotivi, citazioni storiche o argomentazioni tecniche e politiche riguardo il conflitto, quasi sempre a prescindere dalla cultura e dalla religione. In altre parole, mentre sotto questi ultimi ci si esprime in modo laico, argomentando a partire da principi morali o di diritto internazionale, sotto i contenuti pro-USA e pro-Israele si parla quasi unicamente per aderenza religiosa. Quando, paradossalmente, a livello di governi è l’Occidente che critica severamente l’Iran per essere retto da una teocrazia. È uno squisito contro-coro alla comunicazione degli apici politici, dove vediamo un presidente israeliano che parla con toni messianici della realizzazione del Grande Israele, un presidente degli Stati Uniti che il 5 marzo si fa benedire dai pastori evangelici con tanto di imposizione delle mani, e il suo segretario alla guerra che richiama il Deus Vult e afferma che i soldati USA fanno parte del disegno di Dio. Visto che non è il 1099 e non siamo ad Antiochia in compagnia di Goffredo di Buglione, ciò dovrebbe far alzare qualche sopracciglio.
L’attuale guerra in Medio Oriente viene seguita in diretta dal mondo come nessun’altra in precedenza. Perché è la prima volta, da quando esiste una tale diffusione di telecomunicazioni e social network, che un conflitto avviene in una regione così geopoliticamente determinante fra l’Est e l’Ovest del mondo. Anche allo scoppiare del conflitto in Ucraina c’è stato coinvolgimento e schieramento di opinioni nella popolazione civile. E anche in quell’occasione sono comparsi sul web brani musicali, soprattutto a supportare la difesa ucraina, ma in forma molto minore e meno partecipata a livello globale. Questo perché nel caso dello scontro fra USA-Israele e Iran, dal punto di vista della percezione popolare ci sono differenze sostanziali. Questa crisi riguarda il più importante centro energetico del mondo e quindi impatta direttamente su tutte le principali economie, perché dall’energia dipende semplicemente qualunque cosa. Dall’elettricità nelle case, alla mobilità, ai concimi azotati per sfamare miliardi di persone. Inoltre, è la tappa più drammatica di un lungo percorso di violenze che hanno vessato la regione e che, in particolare negli ultimi anni col genocidio a Gaza, hanno sensibilizzato l’opinione pubblica europea e asiatica. E a portare l’aggressione, peraltro a tradimento mentre erano in corso i negoziati, è stato l’egemone.
Ecco perché nell’espandersi dei brani musicali di schieramento si può vedere qualcosa di più. Non solo l’indignazione delle popolazioni, in assenza delle azioni e dichiarazioni politiche necessarie, ma anche un pensiero più profondo che parte da lontano. Passando dalla caduta del governo iraniano che aveva nazionalizzato le risorse petrolifere, alla guerra in Vietnam, a Panama, all’embargo a Cuba – adesso ancora più sola dopo il rapimento di Maduro in Venezuela, all’invasione dell’Afghanistan, fino al “Piano di Pace” per costruire resort sopra i cadaveri di Gaza e all’attuale aggressione all’Iran. Un pensiero che oggi ha portato a una linea di demarcazione non tanto fra chi parteggia per gli aggressori o per l’aggredito, ma fra chi sostiene o è avverso all’imperialismo americano.
Alle fondamenta delle strutture geopolitiche, c’è anche il grado di accettazione delle popolazioni. E questo ha iniziato a scricchiolare.
Da qui, possiamo far partire una riflessione ulteriore. Se sul web, anche nei piccoli canali indipendenti, compaiono brani che parlano apertamente di guerra, di diritto internazionale, di resistenza, o di condanna alle aggressioni di un Paese verso l’altro, perché quasi nessun “artista” affermato nel panorama occidentale ne parla? Le virgolette sono intenzionali, perché l’arte è una categoria che deriva dallo spirito e dalla modalità con cui un’opera è prodotta, non dalla professione o dalla notorietà di chi la produce. Da chitarrista metal, non ho trovato sorprendente che in Italia quasi nessun nome proveniente dalle case discografiche, a prescindere dallo stile o dal livello di notorietà, abbia preso posizione contro il genocidio del popolo palestinese, o contro la destabilizzazione del Medio Oriente. E troverei ridicolo chi lo facesse ora, o chi l’ha fatto solo dopo mesi e mesi in cui gli eventi erano ampiamente noti. Ma il fatto che non sia sorprendente non lo rende meno grave, soprattutto per un Paese che in questi conflitti è direttamente coinvolto, e che ha dato i natali ad autori come Verdi, Puccini o Mameli. La spiegazione a un tale silenzio è semplice: in Occidente, e in modo particolare nel nostro Paese, la pervasività del modello economico consumistico ha subordinato le produzioni artistiche, al punto da renderle qualcosa di molto diverso da ciò che dovrebbero essere. L’arte, per definizione, dovrebbe parlare delle sfide del nostro tempo, spingere alla consapevolezza e alla riflessione, sfidando i tabù quando le impediscono, e in questo modo portare arricchimento alla nostra cultura. Ma la nostra “arte” ormai da tempo non è nulla di tutto ciò. Al di là dell’imbarazzante povertà armonica e creativa delle produzioni moderne, che ci porterebbe fuori tema, le canzoni di oggi non portano alcun dibattito o contributo culturale, non disturbano nessuno, non parlano di nulla se non di relazioni amorose vissute, finite o desiderate. O, nel migliore dei casi, di vaghe introspezioni personali. Mentre fuori aumentano la disuguaglianza sociale, l’incapacità giovanile di relazionarsi e interpretare la realtà o il rischio di sprofondare in crisi economiche, ambientali e di guerra, nel nostro Paese gli “artisti” si limitano ad argomenti e linguaggio da adolescenti. Perché nel mercato chi investe vuole andare sul sicuro, e non c’è niente di più rassicurante dell’assenza di riflessioni, che quando sono autentiche mettono a disagio. Motivo per cui, arrivando al punto, si è diffuso il grande fraintendimento che l’arte deve restare separata dalla politica. Quando invece è proprio l’opposto. L’arte, nel momento in cui è adulta e non infantile, è solo politica. È intercettare e approfondire i disagi profondi tanto dell’individualità quanto della collettività, le ingiustizie del mondo, le sfide da affrontare. Altrimenti non c’è maturazione, ma al massimo solo svago fine a sé stesso. Quella che abbiamo non è arte, ma un simulacro che chiamiamo tale in sua assenza. Ed è anche per questo che, venendo a mancare un riferimento così importante come quello artistico, politicamente e culturalmente stiamo involvendo.
Ciò che vediamo e ascoltiamo sul web mostra che la popolazione è, in modo crescente, attenta e schierata nei riguardi del conflitto in corso. Che si riflette nel confronto più ampio e determinante tra favorevoli e oppositori dell’imperialismo USA. E, a prescindere dalla loro spontaneità o dalla loro forma, tali iniziative mettono maggiormente in risalto l’assenza culturale della musica nella nostra parte di mondo.
Interrogarci su questo non è secondario. Perché di fronte a ciò che sta succedendo, dopo quello della politica, il silenzio degli artisti è il più imperdonabile. Di: Leonardo Noschese