La bancarotta in pillole n. 10

Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/

 alexik di Alessandro Volpi

L’economia mondiale naviga verso il disastro come una nave verso lo stretto di Hormuz.
L’economia degli Stati Uniti rischia il tracollo, opportunamente celato dalle agenzie di rating (a loro volta controllate dai grandi fondi USA). L’economia israeliana si regge solo grazie alle decine di miliardi annui di finanziamenti statunitensi, e se tracollano gli USA tracolla anche lei.
E a noi mancano “solo” 20 miliardi rispetto alle previsioni della Legge di Bilancio.
Il punto della situazione di Alessandro Volpi. Buona lettura da Alexik.
A questo link le pillole precedenti. I testi delle pillole sono tratti da qui.

Verso il disastro
Gli Houthi, in Yemen, hanno deciso di partecipare alla guerra a fianco dell’Iran.
Ciò significa che oltre allo Stretto di Hormuz, potrebbe chiudersi anche lo Stretto di Bab el Mandeb, un passaggio di meno di 30 km, indispensabile per far funzionare il Canale di Suez. Si tratterebbe del collasso dell’economia globale a cominciare dai paesi del Mediterraneo, dove l’unica apertura rimarrebbe quella di Gibilterra.
Il dramma sarebbe pesantissimo per l’Europa che senza gas russo, senza Hormuz e con Suez chiuso non disporrebbe più neppure del GNL importato via mare, perché l’unica strada sarebbe quella della circumnavigazione del Continente africano.
In questa logica acquisirebbe un peso ancora più rilevante lo Stretto dei Dardanelli, in pratica unica strada di uscita dal Mar Nero.

Alla luce di ciò è bene ricordare che il 90% dei volumi del commercio mondiale e l’80% del valore viaggiano via mare.
La guerra di Trump è il peggior incubo per le economie neoliberali che avevano creduto, e continuano a credere, nel feticcio della globalizzazione: in un mondo dove le merci viaggiano via mare e le rotte globali devono passare per pochissimi snodi estremamente piccoli, l’illusione dell’egemonia politica ed economica del capitalismo è orami tragicamente naufragata.

Cronache dal disastro
In questo momento lo Stretto di Hormuz è sostanzialmente chiuso mentre per Suez i volumi di transito sono ridotti del 70%. Diventa dunque fondamentale per l’economia globale, a cominciare da quella cinese, il transito attraverso lo Stretto di Malacca, da dove ormai passano quasi tutti i beni provenienti e indirizzati verso l’Asia.
La sua chiusura comporterebbe la paralisi della Cina in pochi giorni. Ora tale Stretto è aperto ma per effetto della chiusura degli altri transiti è fortemente congestionato con ritardi di settimane nella consegna delle merci e con prezzi in ascesa.
Bisogna aggiungere che la navigazione attraverso Malacca è molto complicata per il basso fondale e l’attuale incremento dei passaggi determina maggiori rischi in tale senso, accentuati dalle attività di pirateria. Se una nave si incagliasse, con Hormuz chiuso e Suez a scartamento ridotto, la recessione sarebbe immediata.
Per la prima volta, da anni, siamo di fronte ad una crisi che non è solo il prodotto della speculazione finanziaria ma è dettata dalla follia imperiale di Stati Uniti e Israele; peraltro Trump ipotizza di mandare truppe di terra in Iran, decidendo così di affondare il suo paese che non può sopportare un debito destinato a pagare il 5% sui decennali per fronteggiare ogni giorno una spesa di 4,5 miliardi di dollari per la guerra.
Naturalmente quei tassi di interesse obbligheranno debiti deboli come quello italiano a pagare altrettanto e avere quindi un macigno sui propri conti pubblici. Aggiungerei una nota finale. Con Hormuz chiuso e con Malacca congestionata, la Cina dovrà approvvigionarsi sempre più, via tubo, dalla Russia che avrà vantaggi enormi dalla guerra degli Usa. Viva il capitalismo liberale!

Uno Stato votato alla guerra
Il bilancio dello Stato di Israele è decisamente limitato, in totale 215 miliardi di dollari, paragonabile, per dimensione, a quello dell’Austria.
Ha però una peculiarità evidente costituita dal fatto che le spese militari rappresentano la seconda voce di uscita, dopo l’enorme spesa per interessi, e ben prima della spesa sanitaria che è pari a circa la metà di quella militare.
Dunque si tratta di un paese votato alla guerra, che, in questo momento, sta spendendo circa 750 milioni di dollari al giorno per finanziare l’attacco all’Iran.
Ma il dato più impressionante è proprio l’insostenibilità di questa spesa, che, appunto, genera un enorme costo in tema di interessi sul debito.

Il deficit di bilancio oscilla fra il 6 e l’8% ma la gran parte della spesa militare è coperta dagli aiuti ordinari e straordinari americani, che sono vicini ai 30 miliardi di dollari l’anno, e dall’emissione dei war Bonds, comprati dalle grandi istituzioni finanziarie americane, con interessi però sempre più alti perché è evidente il rischio reale di insolvenza da parte di Israele che, peraltro, ha problemi anche sul versante energetico, dovendo importare il 70% del petrolio che utilizza e dipendendo molto da Azerbaigian e Kazakistan.
Mi sembra chiaro, dunque, che abbiamo di fronte due realtà, Stati Uniti e Israele, impegnate in conflitti che stanno facendo esplodere il loro debito e che reggono ancora perché i grandi fondi finanziari continuano a comprare i loro titoli. Forse non è un caso che Larry Fink, il ceo di BlackRock, nella sua lettera ai “suoi risparmiatori” li invita a non preoccuparsi della casa ma di accettare un sempre maggior impegno verso il mercato finanziario, perché altrimenti l’esposizione di BlackRock verso debiti fallimentari non potrà essere compensata dalla bolla finanziaria.
P.s. nella catena di approvvigionamento dei carburanti per i jet israeliani, un ruolo importante hanno la raffineria Saras di Sarroch in Sardegna e quella Eni di Taranto.

Le truffe della finanza Usa
Secondo molto istituti di ricerca, l’attuale guerra genera un rischio di recessione negli Stati Uniti, nell’arco dei prossimi mesi, del 55-60%.
Inoltre i Credit Default Swap, le assicurazioni contro il rischio di un insolvenza del debito degli Stati Uniti sono diventati particolarmente costi, passando da 0,15 al 2,1% e superando il costo delle assicurazione del debito di molte economia europee e asiatiche. Nonostante tutto questo, le Agenzie di rating, a cui è assegnato il compito di “valutare” i debiti e, di conseguenza, le condizioni di un paese, non declassano il titolo Usa.

Perché lo fanno? La risposta è semplice.

Se i titoli di Stato americani venissero declassati pesantemente, tutti gli altri rating del mondo dovrebbero essere rivisti al ribasso. Il debito USA è il “metro” con cui si misura tutto il resto. Le agenzie di rating sanno che un declassamento aggressivo innescherebbe una vendita massiccia di asset da parte di fondi pensione e banche centrali, causando una depressione economica mondiale che renderebbe il rating stesso irrilevante.

Soprattutto metterebbe in crisi i grandi gestori del risparmio globale, BlackRock in primis, che sono i principali possessori del debito Usa e non potrebbero più metterlo nei fondi dei lavoratori e delle lavoratici globali.
In sintesi, la Agenzie di rating hanno costruito i loro parametri sul debito Usa e cosi lo hanno reso collocabile in giro per il mondo.

Ora che il debito Usa è diventato pericolosissimo, le Agenzie di rating fanno di tutto per nasconderlo.

Naturalmente i principali azionisti delle Agenzie sono BlackRock, Vanguard e State Street. Il capitalismo finanziario è un sistema di carte truccate per truffare il mondo.

La recessione sta arrivando
Lo dicono moltissimi indicatori e potrebbe configurarsi come una crisi davvero globale tale da generare una guerra altrettanto globale e devastante. Da questa prospettiva non si può certo uscire con una “riforma” del neoliberalismo, che è il responsabile principale di tale crisi, costruita su una ulteriore privatizzazione e finanziarizzazione, volta a smontare i sistemi di Welfare e sostituirli con l’impero dei fondi privati.
La crisi infattii è così grande che sta divorando i risparmi collettivi che sono la benzina di un simile sistema. Ma da questa crisi non si esce neppure con le politiche keynesiane.
E’ evidente che, con questa montagna di debito pubblico, finanziare la spesa pubblica impone interessi non sostenibili e così grandi da diventare, in moltissimi casi, la prima voce del bilancio degli Stati, obbligati di fatto ad eliminare il Welfare.
Dunque, Neoliberalismo e Keynesismo – certamente non da mettere sullo stesso piano – non sono in grado di portarci fuori dall’immiserimento del pianeta. 

Non si può non essere radicali nelle soluzioni


Per effetto della guerra in Iran, scatenata da Stati Uniti e Israele, al bilancio dello Stato italiano mancano circa 20 miliardi rispetto alle previsioni della Legge di Bilancio.
In sostanza si tratta di farne un’altra per evitare che neppure le spese essenziali, come sanità e istruzione, vengano garantite. Il punto centrale, allora, è chi pagherà questa copertura, avendo chiaro che ricorrere a nuovo debito, alle condizioni attuali, rischia di essere proibitivo; i rendimenti dei titoli italiani a 10 anni si sono impennati al 4% con un aumento della spesa per interessi di quasi 3 miliardi di euro.
Io penso che se vogliamo evitare un ulteriore impoverimento del paese e un ulteriore arricchimento dei super ricchi dovremmo pensare ad alcune cose radicali.
In generale dovremmo abbandonare la logica perversa dell’austerità e portare il deficit al 4,5/5% senza preoccuparsi di rientrare negli stupidi parametri europei che, peraltro, oggi servono solo a potersi indebitare, a costi appunto alti, per il riarmo.
Sul versante delle entrate occorre un aumento dell’Ires sulle società energetiche e sulle banche, che stanno facendo formidabili profitti distribuiti a pochissimi grandi azionisti, al 70% non italiani.

Serve anche una patrimoniale straordinaria per i patrimoni netti sopra i 4 milioni di euro, una revisione dell’imposta di deposito che dovrebbe salire allo 0,6% per gli impieghi finanziari superiori ai 250 mila euro e un aumento della aliquota sulle plusvalenze al 28%.

Sul versante delle uscite, bisogna ridurre la spesa militare, in particolare i circa 10 miliardi destinati all’acquisto di sistemi d’arma.
E’ bene ricordare che l’incremento della spesa militare rispetto al 2025 è stato pari al 12%, a fronte di voci, a cominciare dalla sanità, che sono cresciute quasi per niente.

Bisogna poi accelerare la chiusura delle società pubbliche inattive che sono circa 8000, senza dipendenti e utilizzate solo per pagare consigli di amministrazioni e collegi sindacali nominati dalla politica.
Contestualmente occorre avviare un processo di rinazionalizzazione e ripubblicizzazione di monopoli naturali come quello dell’energia e quello idrico che, nei prossimi anni, saranno risorse fondamentali per evitare l’impoverimento collettivo.
Mi fermo qui, se la guerra crea povertà bisogna combattere radicalmente la guerre e combattere radicalmente l’impoverimento.

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