Chiedimi chi era Cobain

Dal blog https://www.lafionda.org

6 Apr , 2026|Matteo Parini

Per quelli della Generazione X, cioè noi, Seattle non sarà mai solo la casa della Boeing o un quartiere generale della Microsoft pigliatutto. Che ci sia la tomba di Jimi Hendrix, poi, è un bel vanto per la comunità, certo, ma non è ciò che fa di una città del nord degli States come tante altre una delle nostre imperiture stelle polari.

Là, nonostante il tempo si sia affrettato a strapparci i ricordi più cari, resterà sempre un pezzettino di noi. Là, dove il primo a dire basta fu Wood, leader dei Mother Love Bone, quelli della genesi. Poi, in ordine sparso, come sparsi sono ormai i nostri ricordi, ad andarsene troppo in fretta furono uomini dal respiro planetario come Staley e Starr degli Alice in Chains, Weiland, già Stone Temple Pilots e Cornell, la voce degli dèi oltre che dei Soundgarden.

In mezzo a quel pugno di uomini speciali, esattamente trentadue anni fa si aggiungeva anche Kurt Cobain, il leader dei Nirvana. Anzi, il leader e basta. Un’inesausta lista dei nostri rimpianti fatti musica. E pure vita, perché la musica, della stessa vita, è vivido paradigma.

Manco a dirlo, Kurt di anni ne aveva appena ventisette: come Hendrix, appunto, come Morrison, come la Joplin. Ventisette, il numero maledetto. Seattle, pertanto, grazie alla genia di quei ragazzi nati e cresciuti senza la possibilità di invecchiare, divenne Seattle Sound. Grunge. Colonna sonora di una generazione che aveva capito fin troppo bene che il futuro non sarebbe stato in grado di regalare nulla di oggettivamente buono.

Già, il futuro. L’eco del punk, che nella sua fugace stagione di gloria infiammava le strade al grido proprio di ‘no future’, si era da poco estinto e con esso la dirompente rabbia giovanile anarchica e sbandata di una stagione archiviata nei libri di storia al capitolo uno, quello del fuoco. Dai sobborghi proletari zeppi di degrado e umanità che trasudano emarginazione e rivalsa, la protesta migra e si impossessa delle anime attraverso una musica assai più introspettiva che prende il rock nelle sue forme tradizionali, e il punk quale sua evoluzione incendiaria, riscrivendo in maniera sublime le regole del gioco in chiave così sfacciatamente nichilista, depressa e autolesionista da elevarsi a forma d’arte.

Non fu come molti ancora oggi erroneamente sostengono, perché imbrogliati da un jeans strappato, una rivoluzione culturale. Essendo quest’ultima, per definizione, la negazione stessa del grunge che, al contrario, è plastico sinonimo di irrequieta apatia. Altro che rivoluzione, fu staticità contro dinamica. La stessa apatia che ha accompagnato l’esistenza di Kurt, voce narrante emblematica di quella tribolata parabola.

Iggy Pop, che non necessita di presentazioni, di lui raccontava che fosse un tipo autentico, genuino. Non un’invenzione di Hollywood, come tante macchiette del jet set patinato, ma un signor nessuno, detto nell’accezione più luminosa possibile. Povero ma lo stesso in grado di cambiare senza aiuti esterni l’esistenza di una sterminata comunità che di rimando fece di lui un pastore.

Kurt, in tutto ciò, manifestava un’allergia deflagrante e distruttiva, quella al compromesso. Incline al tormento, propenso a ferirsi l’anima e decisamente non in vendita, era uno di quelli infinitamente più puri che ingenui; uno che al solo pensiero di diventare icona un tot al chilo e carne da merchandising si consumava dentro, tra terrore e alterata impotenza.

Talento smisurato, padrone della melodia, diffusore di emozioni, mai stucchevole, Cobain moriva il 5 aprile di 32 anni fa, ucciso – e chissà se è vero – da un colpo d’arma da fuoco da lui stesso imbracciata. Sembra ieri anche se le tre decadi in più sulle spalle sono un bel fardello. Triste, Kurt. Perché i cromosomi intagliati da madre natura avevano proprio quella cifra stilistica.

Perennemente in bilico sul cornicione e sospeso tra la vita e qualcosa che liquidiamo troppo in fretta come morte, nel 1985 fondava insieme a Novoselic i Nirvana, una band eterna perché incastonata tra i ricordi identitari di chi ha avuto il privilegio di farne una colonna sonora dei propri tempi.

Un lustro più tardi, siamo nel 1991, vedeva la luce “Nevermind”, il secondo album registrato in studio. Le classifiche all-time di merito, di qualsiasi ambito si tratti, lasciano necessariamente il tempo che trovano, al pari dei confronti tra epoche, culture, stili, usanze e contesti differenti. Lapalissiano. Ma quell’album fu davvero un lavoro che, in uscita dal pianeta musica, atterrò sulla Terra ribaltando il tavolo da gioco con tutte le carte sopra. Ebbe il merito di cogliere la Generazione X, sempre noi, con le difese abbassate, impregnati, così com’erano i suoi protagonisti, da quel fottuto odore di spirito adolescenziale.

Kurt, in tal senso, fu incontrollabile dicotomia. Quella di un involontario capopopolo, che spesso avrebbe fatto volentieri a meno di avere la responsabilità financo della propria persona, con la fobia di essere tirato per la giacca. Di essere preso a riferimento per qualcosa che non gli appartenesse. In altre parole, di essere usato. Avrebbe mosso un esercito solamente alzando un dito, Kurt. Invece rimbalzava come una palla da flipper tra misantropia e disagio, vergando capolavori di introspezione e sensibilità entrati di diritto tra i patrimoni dell’umanità, nel sottoinsieme della musica.

Le sue ultime settimane di vita sono un manifesto. Kurt, in quei giorni, è realmente all’apice del successo. Notorietà che più che un motivo di vanto è cartina al tornasole del suo stadio di disperazione irreversibile. In mezzo a gente che annuisce, sussurrava pensieri senza la certezza di essere compreso, un’ossessione. Percepiva sulle pareti dell’anima quella che la sua mente catalogava come la peggiore tra le malattie possibili, la strumentalizzazione. Un senso di inadeguatezza che gli resterà appiccicato come colla sulla pelle fino all’ultimo respiro. Una deflagrazione che trova epicentro a metà strada tra impulso e ragione, l’innesco di un processo inarrestabile, quello del commiato.

“Meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente” è la chiosa che campeggia sulla sua lettera di congedo; un modo per chiedere scusa a tutto quel pubblico che si era ripromesso di non ingannare mai e al quale mai avrebbe fatto pagare la fine dell’ispirazione e la dissoluzione della passione. Kurt mantenne quella promessa, con tutta la coerenza possibile. Trentadue anni fa, oggi, ci fece sapere che sarebbe potuto bastare così e quello dei titoli di coda fu davvero un giorno terribile.

Hello, hello, hello, how low.

Di: Matteo Parini

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