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di Maria Pappini 6 Aprile 2026
Realizzazione artistica iraniana del XIX secolo, raffigurante le vite dei 12 Imam. Foto di Bari’ bin Farangi. Licenza: CC BY-SA 4.0.
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Tra clip in stile Lego e campagne sulle piattaforme social, l’Iran sta ridefinendo le proprie strategie di comunicazione. Non più semplice propaganda, ma una macchina narrativa che combina intelligenza artificiale, immaginario religioso e apparato militare, proiettandosi nello spazio globale della guerra dell’informazione. Krisis ne ha parlato con Pierluigi Franco, già corrispondente Ansa da Teheran, che analizza struttura, obiettivi e contraddizioni del sistema. Una comunicazione sempre più sofisticata, ma non ancora in grado di colmare la distanza tra potere e società.
Ascolta l’articolo, narrato da Giulio Bellotto e Maria Pappini
Non solo propaganda L’Iran non produce contenuti isolati. Costruisce un sistema narrativo integrato, dove tecnologia, religione e potere convergono.
Estetica virale I video memetici sono il risultato visibile di una lunga tradizione narrativa persiana, aggiornata ai linguaggi digitali globali.
Pasdaran al centro La comunicazione non è autonoma: riflette il potere. I Guardiani della rivoluzione guidano sempre più la produzione e la diffusione del racconto.
Sciismo come grammatica Martirio, sacrificio e memoria non sono solo religione. Diventano strumenti politici e simbolici per mobilitare consenso.
Il più noto è quello che, a partire dai nativi americani, inizia mostrando le vittime della potenza statunitense: da Hiroshima al Vietnam, da Gaza all’Iran, passando per l’isola di Epstein. E si conclude con un missile iraniano che distrugge a Manhattan una versione demoniaca della Statua della Libertà (testa di Baal con corna). Ma ce n’è anche uno che mostra una caricatura di Donald Trump bebé. Senza contare quello in cui Trump e Netanyahu vengono spinti verso gli inferi da un esercito di bambine velate (chiaro riferimento alle oltre 165 vittime della scuola di Minab) assieme a bambine bionde con cartelli che recitano «Epstein files».
Dall’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran, le piattaforme social sono state invase da un’ondata di video iraniani che traducono la guerra in un linguaggio visivo ibrido, mescolando ironia, violenza e cultura meme. Non si tratta di episodi isolati. Come mostrano molti post circolati su X, questi video seguono ricorrenti schemi estetici, narrativi, simbolici, raggiungendo milioni di visualizzazioni. Intercettano soprattutto un pubblico giovane e globale, abituato a un consumo rapido e visuale dell’informazione. Non a caso, molti utenti, occidentali ma anche cinesi, hanno espresso sorpresa per la qualità tecnica dei video, arrivando a dire che produzioni simili difficilmente verrebbero realizzate nei loro stessi Paesi.
Un recente articolo del The New Yorker ha portato all’attenzione internazionale uno dei collettivi coinvolti, Explosive Media. Il raffinato settimanale ha parlato di una nuova forma di propaganda digitale, capace di combinare automazione, estetica memetica e diffusione virale. Ma fermarsi alla definizione di «nuova propaganda» rischia di essere riduttivo.
Ciò che colpisce non è solo la forma, ma la ripetizione. I video non appaiono come prodotti improvvisati: si muovono dentro un ecosistema coerente, in cui linguaggi diversi, religioso, politico, militare, tecnologico, convergono in una stessa narrazione. La viralità, in questo senso, non è il punto di partenza ma il punto di arrivo: il segnale visibile di una capacità più profonda, quella di tradurre un immaginario consolidato in codici contemporanei, adattandolo ai pubblici globali senza perdere coerenza interna.
È qui che il caso iraniano diventa particolarmente interessante. Questi contenuti
sembrano inserirsi in un sistema in cui la produzione narrativa non è separata dal potere, ma ne costituisce una componente strutturale. Per comprenderlo, però, non basta analizzare i video. Bisogna interrogarsi su ciò che li rende possibili: il rapporto tra Stato e comunicazione, il ruolo dell’apparato militare, il peso della dimensione religiosa e la capacità di tenere insieme lunga durata storica e innovazione tecnologica.
È a partire da queste domande che Krisis ha intervistato Pierluigi Franco, giornalista con oltre 30 anni di esperienza all’ANSA. Già capo del servizio ANSAmed e capo dell’ufficio di corrispondenza a Teheran, Franco è stato uno degli ultimi osservatori occidentali ad aver vissuto dall’interno la realtà iraniana.
I video propagandistici sono solo un’evoluzione tecnologica o riflettono qualcosa di più strutturato del sistema iraniano?
«In parte è sicuramente un’evoluzione tecnologica, ma ridurre tutto a questo rischia di essere fuorviante. Il punto è che in Occidente spesso non si comprende davvero che cos’è l’Iran. C’è una tendenza diffusa a immaginarlo come un Paese arretrato, quasi fuori dal tempo. In realtà, dal punto di vista dell’istruzione e della preparazione scientifica, l’Iran è tutt’altro che marginale. È uno dei Paesi con il più alto numero di laureati in discipline scientifiche e, dato ancora più significativo, con una percentuale altissima di donne in questi ambiti, si parla di circa il 70%. Questo significa che esiste una base tecnica e culturale molto solida, che si riflette inevitabilmente anche nella produzione mediatica. La qualità di questi contenuti non nasce dal nulla: è il prodotto di competenze reali, diffuse, e di un sistema che sa mobilitarle.
Per questo motivo, più che di semplice “aggiornamento tecnologico”, bisognerebbe parlare di una capacità strutturata. L’Iran non sta improvvisando una nuova propaganda, ma sta utilizzando strumenti avanzati all’interno di un impianto già esistente, adattandolo ai linguaggi contemporanei».
Quanto pesa il ruolo dei Pasdaran nella macchina comunicativa iraniana?
«Le diramazioni mediatiche dei Pasdaran esistono eccome, ma il punto vero è che oggi non si può più leggere l’Iran soltanto come il “paese degli Ayatollah”. Per molti aspetti, è diventato il Paese dei Pasdaran. La componente clericale resta decisiva sul piano della legittimazione ideologica e religiosa, ma il vero baricentro della forza del sistema si è spostato da tempo verso i Guardiani della Rivoluzione. Questo fu uno dei grandi intuiti di Khomeini: costruire un corpo armato ideologicamente fedele alla rivoluzione, alternativo all’esercito regolare, di cui il nuovo potere non si fidava fino in fondo. Da allora i Pasdaran non sono rimasti una semplice forza militare: sono diventati una struttura di potere complessiva. Hanno un peso militare superiore a quello dell’esercito regolare, controllano segmenti fondamentali dell’economia e, proprio per questo, è del tutto naturale che abbiano un ruolo centrale anche nella macchina comunicativa. In Iran la comunicazione non è separata dal potere: ne è una sua estensione. Dopo la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, questo processo si è ulteriormente accentuato. La successione di Mojtaba Khamenei non sembra aver riequilibrato il sistema a favore del clero, semmai ha confermato il peso ormai preponderante dell’apparato pasdaran nella gestione concreta del potere. Per questo credo che i Pasdaran non abbiano soltanto proprie diramazioni mediatiche: credo che siano ormai uno dei principali registi dell’intera macchina comunicativa iraniana. La dimensione religiosa continua a fornire il quadro simbolico e la legittimazione, ma la capacità di organizzare, dirigere e diffondere il racconto passa sempre più attraverso l’apparato costruito attorno ai Pasdaran».
Questa capacità narrativa affonda le sue radici nella guerra Iran-Iraq, nella cosiddetta «Sacred Defense», con cui il regime raccontò il conflitto come difesa sacra della rivoluzione islamica?
«Io andrei ancora più indietro, perché il rischio è sempre quello di leggere l’Iran solo a partire dall’attualità politica. In realtà, per capire questa capacità narrativa bisogna guardare alla lunga durata della civiltà persiana. Parliamo di una tradizione che ha prodotto figure come Avicenna, Al-Khwarizmi, e grandi poeti e scienziati come Omar Khayyam e Ferdowsi: una civiltà che da più di mille anni costruisce sapere, linguaggio, immaginari. Per questo la capacità di produrre narrazioni forti non è un fenomeno recente. Un po’ come noi europei ci percepiamo eredi della tradizione greco-romana, allo stesso modo l’Iran si pensa dentro una continuità persiana molto profonda. A questo si aggiunge un elemento spesso dimenticato: una forte autocoscienza storica. Pensiamo a Ciro il Grande e al cosiddetto cilindro, spesso interpretato come una delle prime formulazioni di diritti. Detto questo, la svolta decisiva sul piano della comunicazione moderna arriva con la guerra Iran-Iraq e con la cosiddetta Sacred Defense. È lì che il regime costruisce un vero linguaggio narrativo contemporaneo: il martirio, il sacrificio, la dimensione epica della guerra diventano elementi centrali e sistematici. Quella stagione non solo consolida il potere dopo la rivoluzione del 1979, guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini, ma crea un immaginario collettivo che ancora oggi viene continuamente riattivato. Ed è qui che entra in gioco un elemento fondamentale, spesso sottovalutato in Occidente: il ruolo dello sciismo. È proprio lo sciismo, con la centralità del martirio e della memoria del sacrificio, a fornire la grammatica simbolica che rende questa narrativa così potente e duratura».

Quanto incide la dimensione sciita nel modo in cui l’Iran costruisce la propria narrazione?
«Incide moltissimo, ma va capita nel modo giusto, altrimenti si rischia di semplificare.
L’Iran non nasce sciita: lo diventa nel XVI secolo, con la dinastia safavide, che impone lo sciismo come religione di Stato. È un passaggio fondamentale, perché lega per la prima volta in modo strutturale identità politica e appartenenza religiosa. La vera svolta contemporanea, però, arriva con la rivoluzione del 1979. È lì che lo sciismo non è più soltanto un elemento identitario, ma diventa il linguaggio stesso del potere: un sistema capace di organizzare il consenso, costruire simboli e dare senso all’azione politica. Detto questo, bisogna evitare un equivoco molto diffuso in Occidente: identificare automaticamente la società iraniana con questa dimensione religiosa. Per esperienza diretta, si può dire che esiste una forte distanza tra il piano ufficiale e quello vissuto. La religione è centrale nella narrazione dello Stato, ma la società iraniana è molto più articolata, spesso più aperta e meno rigidamente aderente a quel modello di quanto si immagini dall’esterno. C’è poi un altro elemento importante: l’Iran è oggi il principale centro politico dello sciismo, ma non ne è il luogo originario. I riferimenti storici e spirituali fondamentali si trovano altrove, in particolare in Iraq, con città come Najaf e Karbala. Questo rende ancora più evidente come lo sciismo, in Iran, sia stato anche una costruzione politica oltre che religiosa. Per questo, più che dire che l’Iran è “religioso”, bisognerebbe dire che utilizza la religione, e in particolare lo sciismo, come una grammatica narrativa estremamente potente: capace di mobilitare simboli, memoria e identità in modo continuo».
Quindi anche il concetto di attesa del Mahdi, il dodicesimo Imam, non è così centrale come potrebbe sembrare dall’esterno?
«Il tema del Mahdi è importante, ma va collocato nel suo contesto reale. All’interno dello sciismo duodecimano, dominante in Iran, esiste la credenza nel ritorno di Muhammad al-Mahdi (imam dello sciismo duodecimano, discendente della famiglia del profeta Maometto, ndr), che secondo la tradizione si è occultato nel IX secolo e tornerà alla fine dei tempi come figura di giustizia. È una componente dottrinale fondamentale e ha un peso significativo nel discorso religioso ufficiale: nel linguaggio del clero, il riferimento all’attesa del Mahdi è ricorrente e strutturante. Questo però non significa che sia vissuto con la stessa intensità nella vita quotidiana della popolazione. Esiste una distanza tra il piano ufficiale e quello sociale: l’attesa del Mahdi fa parte del quadro simbolico, ma non orienta necessariamente il modo di vivere e di pensare della maggioranza dei cittadini. In altre parole, è un elemento forte della narrativa religiosa e politica, ma non coincide automaticamente con la realtà sociale del Paese».

Quest’idea dell’attesa, del sacrificio e del ritorno finale si traduce concretamente in una cultura del martirio, che è poi quella che ritroviamo nei video di propaganda?
«Sarebbe un errore pensare che la cultura del martirio sia esclusivamente sciita. Il tema del sacrificio attraversa l’intero mondo islamico e ha avuto un ruolo centrale anche in contesti sunniti, basti pensare a gruppi come Isis o al-Qaeda. Nel caso iraniano, però, assume una forma più strutturata. Questo perché nello sciismo esiste una figura fondativa che segna profondamente l’immaginario: il sacrificio dell’imam Husayn ibn Ali a Karbala. Quel modello, il sacrificio consapevole come testimonianza di giustizia, diventa una matrice narrativa potentissima, ripresa e rielaborata soprattutto a partire dalla guerra Iran-Iraq, quando il regime costruisce una vera e propria estetica del martirio. È lì che questo elemento religioso si trasforma in linguaggio politico e visivo: il martire diventa un modello civico e uno strumento di mobilitazione. I video propagandistici contemporanei si inseriscono in questa tradizione: non inventano nulla di nuovo, ma aggiornano con strumenti moderni un immaginario già consolidato. Quindi sì, il martirio è centrale, non perché esclusivo dello sciismo, ma perché in Iran è stato trasformato in un linguaggio politico particolarmente efficace».
Per linguaggio visivo, formato e diffusione, questi video sembrano pensati per un pubblico occidentale e tendenzialmente giovane. L’obiettivo resta la coesione interna o stanno diventando uno strumento di public diplomacy 2.0?
«Direi entrambe le cose. Da un lato, questi contenuti rispondono a un’esigenza interna molto concreta: rafforzare la coesione in un momento di crisi. In situazioni di conflitto, soprattutto quando il Paese si percepisce sotto attacco, la società tende a ricompattarsi, anche al di là delle divisioni politiche. In questo senso, la realtà del conflitto pesa spesso più della propaganda. Dall’altro lato, è evidente che questi video sono pensati anche per l’esterno. Il linguaggio visivo, l’uso dell’intelligenza artificiale e l’estetica adottata sono calibrati per un pubblico internazionale, in particolare giovane e occidentale. Si può quindi parlare di una forma di public diplomacy evoluta, che utilizza i codici delle piattaforme globali. L’obiettivo non è tanto convincere direttamente, quanto influenzare il clima percettivo: introdurre dubbi, spostare sensibilità, costruire empatia. Per questo le due dimensioni non sono in contraddizione: la stessa narrazione rafforza l’interno e si proietta all’esterno. È proprio questa sovrapposizione a renderla particolarmente efficace».
All’interno del Paese questa macchina comunicativa è efficace? Riesce a creare consenso?
«Credo che oggi in Iran esista una distanza crescente tra la narrazione prodotta dal sistema e la realtà sociale del Paese. Per capirla, bisogna partire da un dato: l’Iran non è un blocco omogeneo, ma un paese attraversato da almeno tre grandi componenti. La prima è quella più legata alla dimensione religiosa e al sistema, che continua a riconoscersi nell’impianto ideologico della Repubblica islamica. La seconda è una componente minoritaria ma reale, di orientamento monarchico, che guarda con interesse a un ritorno della dinastia di Mohammad Reza Pahlavi. La terza è forse la più dinamica: quella di chi immagina un Iran diverso, più aperto e vicino a modelli liberali, e che negli ultimi anni si è espressa anche attraverso proteste significative. In questo quadro, la macchina comunicativa del regime continua a funzionare, ma in modo selettivo: rafforza chi è già dentro il sistema, difficilmente convince chi ne è uscito. Allo stesso tempo, però, non bisogna sottovalutare la capacità del sistema di mantenere il controllo, anche grazie al ruolo crescente dei Pasdaran, che nelle fasi di crisi tendono a rafforzarsi. Per questo, oggi la situazione appare sospesa: la comunicazione produce ancora consenso in una parte del Paese, ma non è più un collante universale. E proprio questa frattura, tra narrazione e società, potrebbe diventare un elemento decisivo per il futuro dell’Iran».
Questi contenuti danno l’impressione di una narrazione quasi escatologica, dove il conflitto non è solo politico, ma è uno scontro tra bene e male. È una lettura corretta o è una semplificazione occidentale?
«In parte è una lettura corretta, ma rischia di diventare una semplificazione se non la si colloca nel contesto giusto. L’idea di un conflitto tra bene e male ha radici molto antiche nello spazio culturale persiano. Pensiamo, ad esempio, al dualismo elaborato da Mani (profeta persiano del III secolo, fondatore del manicheismo, ndr), fondato sulla contrapposizione tra luce e tenebre: un elemento che, in forme diverse, attraversa secoli di elaborazione religiosa e filosofica. Detto questo, non bisogna attribuire questa visione esclusivamente all’Iran o allo sciismo. La contrapposizione tra bene e male è una struttura narrativa molto più ampia, presente in molte religioni e anche nei conflitti politici, dove ogni parte tende a rappresentarsi come portatrice del “bene”. La specificità iraniana sta nel modo in cui questa struttura viene utilizzata oggi. Nella comunicazione ufficiale, soprattutto nei contesti di crisi o di guerra, il conflitto viene elevato a un piano simbolico più alto: non solo politico, ma morale, quasi cosmico. Questo non significa che tutta la società lo viva in questi termini, ma che il sistema utilizza questa chiave narrativa perché è estremamente efficace: semplifica la realtà, mobilita le emozioni e rafforza il senso di appartenenza. Quindi sì, quell’impressione non è del tutto sbagliata. Ma più che descrivere la realtà, descrive il modo in cui il potere sceglie di raccontarla».
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Autore
Maria PappiniNata nel 1987, ha una formazione interdisciplinare che unisce scienze politiche, storia ed economia. Dopo la laurea magistrale in Scienze del Governo presso l’Università di Torino e un master in Histoire des théories économiques et managériales conseguito a Lione, ha lavorato per oltre dieci anni nel settore bancario, maturando un’esperienza professionale continuativa in ambito finanziario e gestionale. Nel 2023 ha scelto di tornare alla ricerca storica iscrivendosi al corso di Scienze Storiche dell’Università Statale di Milano, concentrando i propri studi sui Balcani contemporanei, sui conflitti etnici e sui processi di costruzione della memoria. È autrice di una tesi magistrale dedicata al conflitto tra serbi e albanesi in Kosovo.Visualizza tutti gli articoli