Dall’auto alle armi? La riconversione tedesca che non c’è

Dal blog https://sbilanciamoci.info

Gianni Alioti 7 Aprile 2026 |

Di fronte alla crisi dell’auto – specie in Germania – la riconversione verso produzioni militari è presentata da imprese e media come un’occasione di sviluppo. La realtà è che non ci sono processi rilevanti di questo tipo e il loro impatto sul lavoro è molto limitato.

Era bastata una dichiarazione nel marzo 2025 di Armin Papperger, Ceo del gruppo tedesco Rheinmetall – uno dei maggior produttori di armi della Germania -, sull’interesse ad acquisire lo stabilimento Volkswagen di Osnabrück, uno dei tre siti della multinazionale di Wolfsburg destinato a essere dismesso, per affermare che in Europa si apriva una potenziale riconversione dal civile al militare.

La Commissione Europea, in difficoltà a far digerire alle opinioni pubbliche il piano ReArm Europe appena presentato, si affrettava a sostenere che i vantaggi del riarmo avrebbero superato gli ingenti costi attraverso “nuovi posti di lavoro, maggiore competitività (…) e crescita economica”. 

Non era da meno il cancelliere tedesco Friedrich Merz (ex-manager BlackRock). Messo con le spalle al muro per il terzo anno consecutivo di recessione economica e per i desolanti dati del settore manifatturiero, si aggrappava al teorema del Ceo di Rheinmetall. Le ingenti risorse pubbliche destinate dal suo governo all’aumento delle spese militari (3,5% del PIL entro il 2029) avrebbero invertito il processo di de-industrializzazione.

La notizia sul “rilancio” del sito di Osnabrück dalla produzione di auto a quella di carri armati diventava il paradigma con cui media, decisori politici e sindacalisti (sprovveduti) amplificavano la narrazione di una riconversione dal civile al militare “in atto” e della “via di uscita” che il riarmo rappresentava per la crisi del settore automotive in Europa.

In quei giorni il ministro delle imprese e del made in Italy Adolfo Urso, coglieva l’attimo per rendere pubblico un progetto fino allora riservato. Dopo aver trasferito (con la Legge di Bilancio 2025) 4,6 miliardi di euro dal Fondo automotive (per la transizione ecologica) alle spese militari, il Governo italiano prevedeva di riconvertire l’industria dell’auto– con incentivi alle aziende di componentistica – verso settori in crescita come l’aerospazio, la difesa e la cyber-sicurezza.

Il tam tam mediatico andrà avanti per circa un mese, quanto basta per convincere molti (anche in buona fede) che lo stabilimento di Osnabrück fosse passato dal Gruppo VW alla Rheinmetall e dalla produzione di auto a quella di carri armati e veicoli corazzati. In realtà le cose sono andate diversamente e non è successo nulla. Ovviamente i media che avevano dato ampio risalto alla notizia, compresi quelli economici-finanziari, non sono più tornati sull’argomento.

La dichiarazione di Armin Papperger, da cui tutto ha avuto origine, un risultato l’aveva però ottenuto. Il titolo in Borsa di Rheinmetall quel giorno (12 marzo 2025) era balzato del 10%. 

Abbiamo dovuto, invece, aspettare esattamente un anno (il 12 marzo 2026) per ritrovare una notizia su come è andata a finire. La Rheinmetall non sarebbe più interessata allo stabilimento VW di Osnabrück, in quanto ha deciso di far fronte alla forte domanda di veicoli corazzati, ampliando le proprie capacità produttive nel suo stabilimento di Kassel, nel land dell’Assia.

A sua volta il Ceo di Volkswagen Oliver Blume ha annunciato che una decisione sul futuro dello stabilimento di Osnabrück sarà presa entro la fine del 2026. Dopo pochi giorni il Financial Times del 25 marzo 2026 pubblica la notizia che Volkswagen è in trattative con l’azienda statale israeliana Rafael Advanced Defense Systems, per convertire lo stabilimento di Osnabrück, alla produzione di componenti per il sistema di difesa missilistica Iron Dome (autocarri pesanti per il trasporto di missili, lanciatori e generatori elettrici). 

Ma la multinazionale di Wolfsburg ha subito smentito questa notizia: “Volkswagen AG continuerà a escludere la produzione di armi. Non partecipiamo a speculazioni relative a progetti per lo stabilimento di Osnabrück. Negli ultimi mesi, lo stabilimento Volkswagen di Osnabrück ha sviluppato diversi prototipi di veicoli per esplorare potenziali opportunità di mercato e prospettive future. Non è ancora chiaro se e in che misura ciò si tradurrà in progetti concreti. Ad oggi non è stata presa alcuna decisione o conclusione definitiva sulla direzione futura dello stabilimento”. Una doccia fredda per i fautori della riconversione dal civile al militare e del rafforzamento dei rapporti con l’industria militare israeliana. Comunque vadano le cose a Osnabrück, è del tutto mistificatorio parlare di riconversione dell’auto verso militare quando sarebbero coinvolte solo poco più di 2 mila persone su un totale di 284 mila occupati nel Gruppo Volkswagen in Germania e di fronte a un programma di riduzione di 50 mila posti di lavoro entro il 2030.

Neppure mettendo in fila i pochi casi concreti di “riconversione dal civile al militare” verificatisi in Germania, possiamo parlare, nonostante l’ampio spazio mediatico, di una tendenza diffusa e di dimensioni tali da imprimere una svolta economica e industriale. 

Il primo caso riguarda la tedesca Daimler Truck, il più grande produttore mondiale di camion Mercedes Benz (con oltre 36 siti produttivi e oltre 105.000 dipendenti). Ha fatto notizia per la scelta di raddoppiare le dimensioni del suo business nel settore militare entro il 2030, nell’ottica di aumentare i profitti e ridurre i costi. La cosa di cui si parla meno è che, nell’ambito di tale impegno, Daimler Truck prevede di eliminare circa 5 mila posti di lavoro in Germania (il 14% dell’organico). 

Un secondo caso riguarda il gruppo Alstom, che dopo 176 anni di produzione ferroviaria, ha deciso di cedere la storica fabbrica della Alstom di Görlitz, al confine orientale della Germania, alla KNDS il consorzio franco-tedesco leader nella produzione di carri armati. La fabbrica sarà riconvertita per la produzione dei Leopard II e di veicoli blindati corazzati Puma, simbolo della svolta militare e industriale tedesca. Un tempo la fabbrica occupava 2 mila persone, ridotte a sole 700 al momento della vendita. KNDS si è impegnata di mantenerne solo la metà, con la promessa di qualche assunzione in futuro.

Il terzo caso riguarda la Hensoldt, l’azienda tedesca di elettronica per la difesa di cui è azionista Leonardo con il 22,8%. Nell’ambito della sua espansione produttiva e occupazionale ha comprato una fabbrica di elettrodomestici Bosch con 400 lavoratori per riconvertirla in attività militari, conservando l’occupazione. Peccato che solo nella componentistica auto la Bosch ha tagliato nel 2024 9 mila posti di lavoro, ai quali se ne aggiungeranno altri 13mila entro il 2030. 

Il quarto caso sta coinvolgendo il sito produttivo di Wedding (Berlino) della Pierburg, che faceva parte della divisione automotive di Rheinmetall. L’anno scorso Rheinmetall ha deciso di cedere a terzi il controllo della Pierburg e di convertire la fabbrica berlinese dalla produzione di alette per catalizzatori auto alla produzione di involucri per munizioni pesanti (da 155mm), trasferendo 293 su 345 lavoratori alla Rheinmetall Waffe Munition. Il resto del personale (addetti alla progettazione e sviluppo) continuerà a lavorare per la Pierburg. A distanza di quasi un anno si registrano forti ritardi per la messa a punto delle nuove linee di produzione, casi di obiezione di coscienza e un’opposizione sul territorio.

Finora, sono questi gli unici casi in Germania per i quali possiamo parlare precisamente di “riconversione industriale dal civile al militare”. E con risultati non certo esaltanti sul piano dell’occupazione. La realtà, quindi, è abbastanza lontana dalla narrazione dei media. 

Non ci troviamo dunque di fronte a fabbriche di lavatrici che passano a produrre droni, o a fabbriche di auto che sfornano carri armati. Quello che avviene – da diversi anni – è un’espansione della domanda di beni e servizi per scopi militari. In Germania, come nel resto d’Europa, la retorica sulla necessità di prepararsi a un conflitto con la Russia ha trasformato le esigenze di sicurezza in un “pretesto per trasferimenti massicci di denaro pubblico verso il settore privato della difesa”, come ha scritto lucidamente Maurizio Boni sulla rivista “Analisi Difesa” nel giugno 2025.

Le spese militari tedesche dal 2020 sono cresciute di oltre l’80%, raggiungendo i 95 miliardi di euro nel 2025. E il piano di riarmo approvato prevede che nel 2029 la spesa militare annua arriverà a 162 miliardi di euro, con un ulteriore incremento del 70% rispetto al budget del 2025. La Germania, in questo modo, raggiungerebbe nel 2029 l’obiettivo del 3,5% del PIL di spese militari concordato in ambito Nato, in largo anticipo rispetto al 2035. 

In questo contesto, in Germania come negli altri paesi, assistiamo a una crescita dei fatturati militari, dei profitti e del numero di occupati delle aziende aerospaziali e della difesa. Ma, più che a un processo di riconversione dal civile al militare, si tratta della costruzione di nuovi stabilimenti (specie per munizioni e esplosivi) o dell’ampliamento di quelli esistenti. La vera trasformazione avviene invece a livello tecnologico, con aziende informatiche, di elaborazione dati, di software e microelettronica, nate per il civile, che stanno dirottando la loro ricerca e sviluppo verso contratti in campo militare.

La figura 1 documenta gli effetti occupazionali per le prime dieci aziende per fatturato militare presenti in Germania (7 tedesche e 3 trans-europee). 

L’aumento medio del numero degli occupati è di quasi il 30%, ma va messo in relazione all’aumento di quasi il 260% della spesa militare destinata all’acquisto di nuovi armamenti, munizioni e alla ricerca e sviluppo.

L’aumento in valore assoluto, pari a poco meno di 20 mila occupati in più, è sicuramente un numero significativo, ma lontano dai 245 mila posti di lavoro che si sono volatilizzati negli stessi anni nell’industria manifatturiera tedesca. Il dato delle prime 10 aziende per fatturato militare è rappresentativo, in quanto copre il 45% dell’intera occupazione diretta nel settore aerospaziale e della difesa in Germania.

Secondo la BDLI, l’associazione delle industrie aerospaziali tedesche, a fine 2024 nel settore erano occupati complessivamente 120 mila persone, di cui 83.500 nell’aeronautica civile, 26.500 nell’aeronautica militare e 10mila nello spazio. A questi numeri vanno sommati 60 mila occupati nel comparto della difesa terrestre e 16 mila in quello della difesa navale. Per un totale 196 mila occupati. Se, a questa occupazione diretta, sommiamo gli indiretti della catena di sub-fornitura e l’indotto si stima un’occupazione complessiva di 387 mila unità. L’intera filiera dell’industria aerospaziale e difesa (54% nel militare e 46% nel civile) rappresenta, quindi, il 7% dell’intera occupazione nell’industria in Germania. 

In base ai dati a consuntivo (2020-2025) della crescita registrata dalle prime dieci aziende aerospaziali e della difesa in Germania è realistico pensare a futuri incrementi occupazionali nei prossimi 5 anni dell’ordine del 30-35%.

In pratica un aumento di 116-135 mila posti di lavoro sull’intera filiera, di cui solo 62-73 mila derivanti dalla componente militare. Non certo trascurabili come nuovi posti di lavoro, ma relativamente pochi in rapporto alle risorse pubbliche spese in armamenti a scapito di altri settori e oltremodo lontani dai milioni di posti a rischio in Germania nell’industria manifatturiera, a partire dall’automotive.

La tesi, pertanto, che le politiche di riarmo e la relativa crescita dell’industria militare possano invertire il trend della de-industrializzazione e che interi settori possano riconvertirsi dal civile al militare è quindi del tutto fantasiosa. In Germania come in qualsiasi altro paese.

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