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- 07 Aprile 2026 Piero Orteca
La Siria è uno di quei Paesi che, più di altri, rischiano di essere fatti a pezzi dopo l’attacco all’Iran. I suoi fragilissimi equilibri, sconvolti da anni di guerre civili, tribali e di religione, ora sono messi a dura prova, perché il nuovo governo islamista di Damasco si trova sotto un fuoco incrociato. E gli ayatollah sciiti hanno deciso di far pagare salata, al sunnita Al Sharaa, la sua intesa con gli americani e Israele.
Effetto ‘Vaso di Pandora’
Trump e Netanyahu, bombardando l’Iran, non hanno fatto altro che togliere il tappo a un gigantesco vaso di Pandora, i cui venti ciclonici dal Golfo Persico spirano impetuosi ormai in tutte le direzioni. I due ‘strateghi’, fin troppo assortiti, non solo non hanno calcolato correttamente tempi e metodi del loro intervento militare, ma di sicuro sembrano anche avere completamente ignorato gli impatti immediati delle loro scelte. Si tratta di conseguenze pesanti, sia nel campo economico che in quello geopolitico. In particolare, sono state sottovalutate le ricadute sui Paesi vicini, che potremmo definire ‘di difficile transizione’. Ci siamo già occupati dell’Iraq e della sua fibrillante ‘tripartizione’ (in regioni curde, sciite e sunnite), messa in crisi dall’ennesimo conflitto nel Golfo. Oggi, però, parliamo di Siria, perché, nel puzzle della nuova politica estera Usa, fatta a casaccio, questo Paese appare come una delle tessere più traballanti del mosaico mediorientale. Esso rappresenta anche una sorta di campo neutro, dove le potenze regionali vicine si scontrano, spesso ‘per procura’, per regolare i loro conti. È anche il crocevia del cosiddetto ‘corridoio sciita’, che da Teheran, attraverso Damasco, porta fino al Libano, proprio ai confini con l’Alta Galilea israeliana, dove operano le agguerrite milizie di Hezbollah.
Torna l’emergenza
Dopo la caduta di Bashar Al-Assad e la presa del potere degli ex fondamentalisti islamici (sunniti) di Al-Sharaa, la Siria anziché stabilizzarsi è rimasto un Paese frammentato e turbolento. È diviso, non omogeneamente, in aree abitate da etnie e culture diverse, che possono scontrarsi tra di loro, magari animate da stimoli e ‘consiglieri’ esterni. Insomma, a Damasco e dintorni si giocano troppe partite, che non sono propriamente siriane, ma di cui, invece, proprio i siriani pagano il prezzo più alto. Il caso della guerra all’Iran è emblematico. Un conflitto certo non voluto dal nuovo Presidente Al-Sharaa, che però ha ricadute immediate sul suo Paese, dove operano da lungo tempo agguerrite milizie sciite sostenute dalla teocrazia persiana. Questo ha posto i sunniti di Damasco in rotta di collisione con gli sciti di Teheran, col risultato di portare la Siria in una specie di guerra asimmetrica ‘a bassa intensità’. Una situazione preoccupante, perché se ‘salta’ quest’anello della catena mediorientale, in successione se ne possono spezzare tanti altri, come Iraq e Libano, che peraltro hanno già i loro guai.
Allarme Siria del Financial Times
«La guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran minaccia la Siria» ha titolato qualche giorno fa il Financial Times, aggiungendo che «il Paese si trova ad affrontare attacchi da parte di milizie irachene, Hezbollah e dell’esercito israeliano, mentre il suo governo, ancora agli inizi, cerca di evitare il conflitto. Anche perché Damasco sta cercando di posizionarsi come hub di transito energetico per le nazioni colpite dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Intanto, i siriani hanno dichiarato di aver intercettato un attacco su larga scala con droni contro ex basi statunitensi vicino al confine iracheno, portato da gruppi di miliziani sciiti. Il mese scorso, le truppe governative sono state oggetto di bombardamenti di artiglieria anche da parte di Hezbollah che, nel vicino Libano, come i gruppi in Iraq, si è unito alla mischia a sostegno di Teheran. Inoltre – scrive sempre il Financial Times – una cellula di miliziani sciiti clandestina ha rivendicato diversi attacchi contro obiettivi statunitensi e israeliani nelle ultime tre settimane. Il gruppo si è formato all’inizio di quest’anno, con l’obiettivo di combattere il governo sunnita di Ahmed al-Sharaa».
Un gioco complicato
La verità è che siamo di fronte a una partita diplomatica molto complessa, per non dire caotica. Ahmad Al-Sharaa ha conquistato il potere con i Kalashnikov, ma oggi si ritrova con un Paese in frantumi, che ha una disperata esigenza di stabilità e sviluppo. Deve barcamenarsi tra gli americani, i curdi, le pretese turche, la prepotenza israeliana, i petrodollari sauditi, le basi militari di Putin (ancora esistenti nel Paese), ciò che resta dell’Isis e col ‘convitato di pietra’: l’Iran. Che manovra a suo piacimento l’Asse di Resistenza e fa giungere i suoi rifornimenti, via Siria, agli sciiti del Libano. La guerra contro Teheran ha polarizzato l’attenzione di Damasco in questa direzione, mettendo in secondo piano le altre emergenze. Così, per mettere una pezza agli altri contenziosi aperti, Al-Sharaa ha firmato un paio di cambiali (diplomatiche) in bianco con Trump e Netanyahu, oltre che con i curdi. Si tratta, a nostro giudizio (e conoscendo il soggetto) di impegni solo di facciata, ma che comunque Al-Sharaa per ora deve onorare. Ecco perché adesso gli ayatollah sono furibondi con lui, e hanno dato il via libera di attaccare ai loro gruppi locali alleati. Secondo il think tank Al Monitor, i lanci di droni, in arrivo dall’Irak, sono avvenuti dopo la scoperta di alcuni tunnel transfrontalieri per il contrabbando di armi. Va ricordato che, nei giorni scorsi, cinque missili sono stati lanciati dall’Iraq verso una base nella provincia nord-orientale di Hasakah.
Le basi Usa prese di mira
«Sabereen News, un canale Telegram affiliato alle milizie irachene sostenute dall’Iran – riporta Al Monitor – ha riferito che una base americana nella zona era stata presa di mira. In Siria sono presenti circa 1.000 soldati statunitensi nella coalizione internazionale per combattere lo Stato Islamico. Tre giorni dopo l’attacco di Hasakah, l’agenzia di stampa semi-ufficiale iraniana Fars News Agency ha riportato affermazioni secondo cui personale statunitense, britannico e israeliano alloggiava negli hotel Sheraton e Four Seasons di Damasco, in quella che sembrava essere una minaccia contro questi obiettivi».
In una dichiarazione rilasciata domenica, infine, la milizia irachena Kataib Hezbollah, sostenuta dall’Iran, ha accusato il Presidente siriano Ahmed al-Sharaa di «tradimento e di essersi venduto agli interessi dei nemici». È seguita poi una minaccia, che fa capire come la guerra contro gli ayatollah non abbia fatto altro che spargere sale su antiche ferite: «Oggi – gridano gli sciiti iracheni – il campo di battaglia apre le sue porte al popolo libero della Siria».