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Tahar Lamri 07 Aprile 2026
“Morte e distruzione dal cielo, tutto il giorno”. Lo ha detto al Pentagono Pete Hegseth, Segretario alla Difesa degli Stati Uniti. E Trump, in diretta televisiva: “Li riporteremo all’età della pietra, dove meritano di stare”. E oggi, martedì 7 aprile: “Un’intera civiltà morirà stasera”. Dal 28 febbraio, giorno in cui l’aggressione all’Iran è cominciata con il bombardamento di una scuola elementare a Minab – 170 bambine morte sotto le macerie – gli Stati Uniti e Israele hanno sistematicamente demolito l’ossatura civile, culturale e scientifica dell’Iran: oltre seicento scuole, decine di ospedali e siti archeologici. È più di una guerra. È un programma di cancellazione
“Morte e distruzione dal cielo, tutto il giorno”. Non è la sceneggiatura di un film distopico. È Pete Hegseth, Segretario alla Difesa (o meglio, alla guerra) degli Stati Uniti, qualche giorno fa in una conferenza stampa al Pentagono. E Trump, in diretta televisiva: “Li riporteremo all’età della pietra, dove meritano di stare”. Non sono scivoloni. Sono la dottrina.
Dal 28 febbraio, giorno in cui l’aggressione è cominciata con il bombardamento di una scuola elementare femminile a Minab – 170 bambine morte sotto le macerie, tra i 7 e i 12 anni – gli Stati Uniti e Israele hanno sistematicamente demolito l’ossatura civile, culturale e scientifica dell’Iran.
Oltre 600 scuole e centri educativi colpiti. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano davanti al Consiglio ONU per i Diritti Umani a Ginevra. Lo ha confermato la relatrice speciale dell’ONU per l’istruzione: più di 230 bambini e insegnanti uccisi. Più di 30 università con attacchi diretti. L’Università di Scienze e Tecnologie di Teheran un intero edificio raso al suolo. La Facoltà di Farmacia di Shiraz. L’Università di Tecnologia di Isfahan. Shahid Beheshti, uno dei più prestigiosi atenei iraniani: il suo Istituto di Ricerca Laser e Plasma distrutto. L’Università Imam Hossein (Teheran) colpita, colpiti parti del campus di Scienze e Tecnologie e del campus dell’Ospedale veterinario specializzato dell’Università di Urmia, anche le università di Mashhad, Sanandaj e Ahvaz hanno subito ingenti danni. L’ultima, il 6 aprile, l’Università Sharif di Tecnologia di Teheran, la principale scuola di ingegneria in Iran.
Poi i centri di ricerca e le strutture sanitarie. L’Istituto Pasteur d’Iran, fondato nel 1920: raso al suolo. L’OMS lo ha confermato: “reso incapace di continuare a erogare servizi sanitari”. La fabbrica farmaceutica Tofigh Daru, distrutta. Esfandyar Batmanghelidj, ricercatore sulle sanzioni e fondatore del think tank Bourse & Bazaar Foundation, ha detto: “L’Iran produce il 90 per cento delle dosi di farmaci di cui ha bisogno. Aziende come Tofigh Daru producono ingredienti e precursori utilizzati per una vasta gamma di farmaci nazionali. L’unico motivo per colpire questo obiettivo è limitare la produzione di medicinali in Iran”. Il giorno dopo, un secondo stabilimento farmaceutico, Daro Bakhsh Pharmaceutical Factory (Teheran). In totale, secondo il viceministro della Salute iraniano, oltre 190 strutture sanitarie colpite. Il Gandhi Hospital nel nord di Teheran è stato danneggiato, l’ospedale Khatam al-Anbiya, l’ospedale Motahari (grandi ustionati), l’ospedale Valiasr (Teheran) colpiti, l’ospedale Delaram Sina (psichiatrico, Teheran) ha subito danni significativi, l’ospedale Imam Ali (Andimeshk, Khuzestan) danneggiato, l’ospedale Persian Gulf Martyrs (Bushehr) è stato messo fuori servizio. 21 centri di emergenza medica sono stati danneggiati in tutto il paese e un magazzino della Mezzaluna Rossa è stato direttamente preso di mira, con la distruzione di contenitori di soccorso, due autobus e altri veicoli di emergenza.
E poi il patrimonio dell’umanità. Oltre 131 siti storici e culturali colpiti. A Teheran: il Palazzo Golestan – la “Versailles persiana”, come l’ha definita l’UNESCO – con la sala degli specchi in frantumi. Il grande Bazaar è stato danneggiato negli attacchi. Si tratta di molto più di un centro commerciale: è una rete urbana vivente che intreccia commercio, vita religiosa e interazione sociale, con un ruolo storico cruciale. Palazzo del Marmo (Kakh-e Marmar), Casa Teymourtash, Complesso di Saadabad danneggiati. Isfahan: Piazza Naqsh-e Jahan (Patrimonio UNESCO, era Safavide), danneggiata dai bombardamenti, il Palazzo Chehel Sotoun (delle Quaranta Colonne), con un affresco di quattrocento anni spaccato a metà. Palazzo Ali Qapu (Patrimonio UNESCO, era Safavide), danneggiato, Masjed-e Jame (Moschea del Venerdì, Patrimonio UNESCO, la più antica moschea del venerdì d’Iran), un’onda d’urto ha fatto precipitare a terra le iconiche piastrelle turchesi, e i pannelli calligrafici sono stati spostati e distrutti, insieme a danni nell’area del minareto storico. Il Grande Bazaar (Patrimonio UNESCO, era Safavide), colpito nei raid. Masjid-e-Atiq (grande moschea congregazionale, VIII sec., era abbaside) una delle più grandi moschee congregazionali dell’Iran, la cui prima costruzione risale all’VIII secolo sotto il califfo abbaside Al-Mansur. Buyidi, Selgiuchidi, Safavidi e Qajar l’hanno ampliata e rifinita nei secoli, un palinsesto storico unico è stato danneggiato. Le grotte preistoriche della Valle di Khorramabad – testimonianze della presenza umana 63.000 anni fa – fratturate. L’UNESCO aveva comunicato le coordinate di tutti i siti prima degli attacchi. Non è servito a nulla. Poi: Castello di Falak-ol-Aflak a Khorramabad – Lorestan. Palazzo Asef Vaziri, Palazzo Salar Saeed, Palazzo Khosroabad a Sanandaj. Le aree storiche urbane di Qom, Tabriz, Shiraz hanno anch’esse subito danni. A queste si aggiunge che 48 musei in tutto il paese hanno subito danni, con collezioni e spazi espositivi colpiti.
Più di cento esperti di diritto internazionale statunitensi – professori di Yale, NYU, Harvard, ex consiglieri legali del governo e delle forze armate – hanno firmato una lettera: “L’attacco è una chiara violazione della Carta delle Nazioni Unite. La condotta della guerra solleva seri interrogativi su potenziali crimini di guerra”. La Missione indipendente dell’ONU parla già di atti che “possono configurare crimini contro l’umanità“.
Non è una guerra. È un programma di cancellazione. Colpire le scuole significa colpire la memoria futura. Colpire i laboratori significa colpire la capacità di guarire. Colpire i siti archeologici significa colpire le radici di un popolo. Colpire le università significa colpire la possibilità stessa di un paese di rialzarsi.
Trump lo ha detto esplicitamente. E lo sta facendo.
Il silenzio dell’Europa è complicità.
Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore)