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7 Aprile 2026 Paolo Andruccioli e Paolo Barbieri
Sono le ore 5.31 del 21 luglio 2020: ci sono volute novantadue ore di vertice fra i leader europei per siglare l’accordo per l’emissione di debito comune europeo (tabù fino a quel momento) finalizzato al varo di prestiti e sussidi ai Paesi più colpiti dalla pandemia, Italia in testa. A Roma sono destinati circa ottantadue miliardi di sussidi a fondo perduto e 127 di prestiti.
Alcuni dei presenti non lesinano l’enfasi: secondo Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, si tratta di un’“intesa storica”; secondo Paolo Gentiloni, allora commissario all’Economia, “la più importante decisione economica dall’introduzione dell’euro”. Recovery Plan, Next Generation EU, Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr): strumenti diversi, definizioni solo parzialmente sovrapponibili, ma che hanno rappresentato la principale fonte di investimenti e riattivazione dell’economia nel pieno della crisi del continente europeo: in particolare dell’Italia, travolta da pandemia, guerre, rotture commerciali, inflazione, e poi anche frenata dalla poca fortuna, chiamiamola così, nella composizione e nell’indirizzo politico degli ultimi due governi.
In Italia, il Piano nazionale di ripresa e resilienza venne varato ufficialmente nel 2021 per rilanciare l’economia. È anche utile ricordare le priorità dei progetti che erano state condivise a livello europeo: digitalizzazione, cultura, innovazione, transizione ecologica, inclusione sociale e salute. Sono stati tre i governi che hanno gestito il Pnrr: il governo Conte II, il governo Draghi e, dal 2022, il governo Meloni.
A che punto siamo?
Com’è stato gestito, come si è trasformato e, soprattutto, a che punto è il Pnrr? Un indizio per rispondere a quest’ultima domanda possiamo trovarlo nelle parole del ministro Tommaso Foti, che detiene la delega al Pnrr: in una recente intervista a “La Stampa” ha spiegato che “i lavori hanno teoricamente una scadenza al 30 giugno e vanno rendicontati entro il 31 agosto”. Già, “teoricamente”, perché poi “bisognerà vedere se la Commissione europea prenderà provvedimenti al riguardo, vista la situazione straordinaria che stiamo affrontando” (il riferimento è alla guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran).
Per Foti i progetti finanziati sono 625mila, già conclusi cinquecentomila (l’80%), 11.400 in fase di conclusione, circa centomila ancora in esecuzione. Un po’ diverso, apparentemente, il bilancio contenuto in un grafico dell’Orep, Osservatorio Recovery Plan dell’Università Tor Vergata, secondo cui sono al 79% le risorse erogate, ma solo al 61% i “milestone e i target conseguiti”. Nei mesi scorsi, qualche dubbio sull’affidabilità della rendicontazione governativa è stato sollevato dall’Area politiche di sviluppo della Cgil, che ha parlato di “dati incoerenti” e di “pesanti interrogativi sull’attendibilità e sulla trasparenza delle informazioni sulle quali si basa il confronto pubblico e si prendono decisioni rilevanti per il nostro Paese”.
Corsa contro il tempo
Di certo c’è che quella del governo Meloni è stata una corsa contro il tempo. Modifiche significative alla fase esecutiva del Piano sono ancora in corso. Nel novembre 2025, è stata approvata la sesta revisione del Pnrr, che ridisegna in profondità la distribuzione delle risorse, con l’obiettivo dichiarato di rispettare le scadenze del 2026, evidentemente ritenute a rischio dallo stesso esecutivo. Sia l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) sia la relazione presentata a fine anno dal governo concordano su un punto chiave: circa 14,2 miliardi sono stati definanziati e riallocati verso interventi più rapidamente realizzabili o verso strumenti finanziari che consentono di rinviare la spesa. I principali beneficiari sono digitalizzazione e infrastrutture.
La Missione 1 (Digitalizzazione e imprese) registra l’aumento più consistente, pari a 4,4 miliardi, grazie al rafforzamento di “Transizione 4.0” con 4,7 miliardi di prestiti destinati a coprire oltre cinquantamila crediti d’imposta. In crescita anche la Missione 3 (Infrastrutture e mobilità), con 1,2 miliardi in più e la creazione di un investimento unico da 6,6 miliardi per linee ferroviarie regionali e nodi metropolitani. Sul fronte opposto, i tagli colpiscono soprattutto energia e ambiente. La Missione 7 (REPowerEU) perde 4,2 miliardi, quasi interamente per il ridimensionamento di “Transizione 5.0”, mentre la Missione 2 (Rivoluzione verde) cala di circa un miliardo, con riduzioni per le comunità energetiche rinnovabili e per il contrasto al dissesto idrogeologico.
A trazione settentrionale
Sarebbe una lettura superficiale, tuttavia, attribuire solo a preoccupazioni tecniche, di efficacia nella finalizzazione degli investimenti, i numerosi cambiamenti intervenuti fra il primo progetto del governo Conte 2 e l’ultima versione, ancora forse non definitiva, del governo Meloni. Non a caso l’economista Gianfranco Viesti ha recentemente ricordato, sul “manifesto”, “le continue rimodulazioni degli interventi del Pnrr sempre a sfavore del Sud”. Nella prima relazione sullo stato di avanzamento del Pnrr, redatta dal governo Draghi nel dicembre 2021, veniva ricordato che “la coesione territoriale è uno degli obiettivi identificati dal regolamento europeo che istituisce il Dispositivo per la ripresa e resilienza”, e per questo Bruxelles aveva “preso atto della proposta del governo italiano di assegnare alle regioni del Mezzogiorno non meno del 40% degli investimenti”.
Ma come è andata nella realtà? A titolo di esempio, uno studio di Federcepicostruzioni, citato dall’Osservatorio di Tor Vergata, sottolineava, nel marzo 2025, che dei fondi già assegnati nei settori della digitalizzazione, delle infrastrutture, della scuola, dell’università e della ricerca, complessivamente 163,1 miliardi di euro, ben 70,9, vale a dire oltre il 43,5% è stato assegnato alle regioni del Nord, mentre appena il 31,6% (51,5 miliardi) a quelle del Sud. “Così si stravolge la missione del Pnrr”, era stata la denuncia emersa dallo studio.
Naturalmente il tema dell’efficienza è reale: lo Svimez, lo scorso anno, denunciava un “ritardo generale delle amministrazioni meridionali nell’avvio della fase esecutiva dei lavori. Il ritardo risulta più ampio per le Regioni e più contenuto nel caso dei Comuni”. Ma anche qui c’è una interpretazione politica possibile.
Secondo il blogger ed economista Luca Antonio Pepe, il governo ha bloccato per oltre un anno lo scorrimento delle graduatorie del concorso Coesione Sud, “che avrebbe garantito il reclutamento nel Mezzogiorno di circa 2200 tecnici, specializzati nell’attività di progettazione e con competenze specifiche in materia di politiche di coesione”. Del resto, che il governo Meloni sia una compagine a forte trazione settentrionale, se ne sono accorti anche gli elettori del Sud, che nel recente referendum costituzionale sulla giustizia hanno dato un segnale piuttosto chiaro di “sgradimento” nei confronti della coalizione di destra-centro.
Risorse dirottate
Il governo, come da obblighi di legge, ha pubblicato i dati sull’attuazione dei progetti legati al Pnrr alla fine di marzo, dopo l’approvazione della sesta rimodulazione del Pnrr da parte della Commissione europea, l’approvazione della legge di Bilancio (legge 199/25), con la copertura finanziaria di una parte rilevantissima delle misure introdotte, che deriva dal Pnrr, e il pagamento dell’ottava rata delle risorse del Piano attribuite all’Italia. Tutti i dati sono pubblicati sulla piattaforma ReGis della Ragioneria generale dello Stato, che fornisce un aggiornamento dello stato di attuazione del Pnrr ogni tre mesi.
L’apparente trasparenza nella gestione dei fondi viene contraddetta già a livello informativo, perché i dati forniti dai ministri del governo Meloni non coincidono quasi mai non solo con quelli degli osservatori indipendenti (la Cgil si è dotata per esempio di una sua piattaforma di controllo), ma anche con quelli (sempre istituzionali) forniti appunto dalla Ragioneria generale.
La mancata trasparenza permette al governo di indirizzare risorse, inizialmente messe in campo per determinati progetti sociali, verso altre destinazioni (in questo momento sono particolarmente gettonati i progetti di riarmo).
“Appare evidente – si legge in un documento della Cgil nazionale – come l’utilizzo di artifici contabili per spostare consistenti risorse del Pnrr su spese attualmente imputate a risorse nazionali, cosa che ha consentito la copertura più consistente alla recente ‘manovra’ varata dal governo, testimonia il fatto che la rimodulazione non è stata pensata per migliorare interventi, investimenti o riforme previste dal Piano, ma è usata come una coperta (al momento l’unica) tirata di qua e di là per dare risposte immediate a richieste settoriali (vedi gli incentivi alle imprese), o per dare un po’ di spazio finanziario a una legge di Bilancio coerente con le politiche di austerità che il governo ha deciso di mettere in atto”.
Dalla coesione alle armi
Lo stravolgimento dei progetti (e dello spirito) originari del Piano europeo di ripresa è diventato palese con il governo Meloni, in particolare negli ultimi due anni, da quando cioè è cominciata l’era del riarmo. “Con un comunicato della presidenza del Consiglio del 26 marzo – si legge in una nota stampa del segretario confederale della Cgil, Christian Ferrari – si rivendicava il merito di aver ottenuto, nell’ambito della revisione di medio termine della politica di coesione, il via libera della Commissione europea allo spostamento di fondi europei, già attribuiti all’Italia, sulla competitività delle imprese, la realizzazione di alloggi a prezzi calmierati, sugli interventi in ambito idrico ed energetico”.
Contemporaneamente, la Commissione europea rendeva però noto che circa 248 milioni di euro di quei fondi saranno destinati alla difesa. “L’omissione del governo italiano testimonia la sua cattiva coscienza”, azzarda Ferrari.
In ogni caso, il gioco delle tre carte e l’illusionismo del governo di destra sfiorano l’incredibile, come spiega sempre il segretario Cgil. “Le risorse in questione – precisa Ferrari – vengono, guarda caso, da programmi riferiti a sei regioni governate da tempo dalla destra: Sicilia (199 milioni di euro), Calabria (14,8 milioni), Basilicata (13,7 milioni), Abruzzo (11,2 milioni), Lombardia (7,5 milioni) e Molise (1,9 milioni). La scelta di queste Regioni e di palazzo Chigi, peraltro compiuta surrettiziamente, apre la strada, anzi l’autostrada, all’utilizzo di risorse destinate alla lotta alle diseguaglianze e ai divari territoriali per accrescere, invece, le spese militari”. Su tutti, spicca l’esempio della Sicilia, che ha deciso di “distrarre” quasi duecento milioni di euro per finalità di riarmo.
Navigare senza Pnrr
In discussione in parlamento c’è l’ennesimo decreto-legge (dl 19/26), che, in un clima di totale accentramento delle decisioni nelle mani della presidenza del Consiglio, prevede importanti investimenti e riforme che avranno rilevantissime conseguenze sulla vita dei cittadini, mentre la Commissione europea ha introdotto un’ulteriore rimodulazione, che non ha avuto nessun passaggio partecipativo nemmeno negli organismi istituzionalmente preposti alla gestione del Pnrr. Fondamentali, a questo punto, la trasparenza delle scelte e il coinvolgimento. Per questo la Cgil ha chiesto l’istituzione, in tempi brevi, di una cabina di coordinamento sulle riforme e sugli investimenti del Pnrr, che avranno un impatto sociale anche dopo il 2026, con la piena partecipazione delle parti sociali.
Così l’ultimo provvedimento del governo sancisce l’avvio di una sorta di fase due del Pnrr, che proseguirà anche dopo il 2026, alla luce della previsione dell’utilizzo di risparmi e delle economie, a seguito del completamento dei progetti da parte dei soggetti attuatori e della creazione di ulteriori strumenti finanziari per incentivare gli investimenti, spalmando le risorse fino al 2030. La posizione della Cgil su questo punto è però netta: “Chiediamo che nessuna risorsa risparmiata sia distratta dai fini del Pnrr e che vengano definite priorità vincolanti (salute, non autosufficienza, disabilità ecc.)”.
Gli industriali: rotto il patto di fiducia
“Economia quasi ferma”. Questa l’analisi lapidaria di una nota “Congiuntura flash” del centro studi di Confindustria, diffusa nel gennaio scorso. Già prima della crisi energetica – che sta esplodendo in questi giorni come conseguenza della guerra in Iran –, gli industriali italiani spiegavano che “il prezzo del petrolio non scende più, il dollaro debole compromette l’export, i casi di Venezuela e Groenlandia alimentano l’incertezza che in Italia spinge le famiglie a risparmiare, frenando i consumi”. Per Confindustria, l’economia italiana regge solo perché è pompata dal Pnrr, e, alla sua scadenza, si vedranno gli effetti sul già fragile tessuto produttivo della penisola.
Il tavolo chiesto a gran voce dalle imprese alla fine c’è stato. Convocato per il primo aprile dal Mimit, il ministero di Adolfo Urso, ma la situazione è tesa. Lo strappo del decreto fiscale, che taglia al 35% il bonus di Transizione 5.0, è stato vissuto da Confindustria come una lesione del patto di fiducia stretto a novembre con lo stesso Urso e i ministri Giancarlo Giorgetti (Economia) e Tommaso Foti (Pnrr). Il presidente degli industriali, Emanuele Orsini, non ha esitato a bollare come “esodati 5.0” quanti tra gli imprenditori si sono affidati alle promesse dello Stato, investendo per migliorare l’efficienza energetica e rimasti con il cerino acceso in mano. Ma non sarà facile sciogliere i nodi.
Le imprese sono molto inquiete, perché si sono fatte un po’ di conti. Al di là delle rassicurazioni dei ministri a novembre, la legge di Bilancio, approvata a fine dicembre, stanziava 1,3 miliardi per le imprese rimaste in coda sul bonus 5.0, circa 7.417. Alla fine, sono arrivate richieste per 1,65 miliardi. Ma il governo, con il decreto fiscale, ha tagliato le risorse ad appena 537 milioni. Significa che, se prima al massimo su cento euro investiti le aziende avevano dallo Stato un credito di quarantacinque euro, ora si scende al 35% di quei quarantacinque euro, poco più di un terzo: circa sedici euro. Anche considerando il 20% garantito da Transizione 4.0, con la nuova norma, si scenderebbe a un terzo del bonus. E quindi da venti euro su cento si passerebbe ad appena sette. Cifre basse e diverse da quanto pattuito. In realtà, le imprese italiane si sono ormai convinte che, senza il Pnrr, tutta l’economia italiana rischia la stagnazione o la recessione, con una crescita vicina allo zero o negativa.
La linea di Bankitalia
Molta preoccupazione anche dalle parti di via Nazionale. La Banca d’Italia ha valutato positivamente l’impatto del Pnrr sulla crescita del Pil italiano, confermando il ruolo chiave degli investimenti infrastrutturali e della domanda interna per sostenere l’economia, anche oltre la scadenza del 2026.
Il Piano è fondamentale per contrastare la fase di crescita stagnante. Secondo gli studi della banca centrale, è anche evidente che lo strombazzato risultato positivo del migliore mercato del lavoro dai tempi di Garibaldi (copyright Giorgia Meloni) è legato essenzialmente al Pnrr, che ha generato un picco di occupazione, con circa trecentomila posti di lavoro aggiuntivi nell’anno di punta, principalmente nel settore delle costruzioni.
Anche sul terreno del monitoraggio e della trasparenza nelle scelte, Bankitalia ha messo in evidenza, più volte, come la rimodulazione del Pnrr rappresenti una sfida complessa, mentre l’Unità di Informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia monitora le operazioni sospette legate all’attuazione del Piano. In generale, comunque, le proiezioni 2026-2028 indicano chiaramente la funzione di “salvagente” del Pnrr, a maggior ragione in un contesto in cui la crescita stenta a decollare, a causa di incertezze geopolitiche sempre più preoccupanti.
Secondo il governatore Fabio Panetta, l’utilizzo dei fondi del Pnrr ha sostenuto l’economia negli ultimi anni. In una fase di debolezza ciclica è essenziale procedere con determinazione nella loro attuazione. Ma servono riforme, com’è già successo per la digitalizzazione della Pubblica amministrazione, promossa dal Pnrr, che ha reso i servizi pubblici più accessibili e le procedure di aggiudicazione delle opere più efficienti e trasparenti. Ma è evidente che l’azione di riforma richiede tempo e continuità, e dovrà quindi proseguire oltre la scadenza del Pnrr. Le priorità restano quelle indicate nel Piano strutturale di bilancio per il prossimo quinquennio: ambiente imprenditoriale, Pubblica amministrazione, giustizia e sistema fiscale.
Non certo le armi, su cui, invece, il governo Meloni sembra ormai puntare buona parte delle sue poste.