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di Lucio Caracciolo – 09/04/2026
Fonte: Il Fatto Quotidiano
C’è una crisi del sistema anche sull’atomica: tutto in mano al comandante in capo
Lucio Caracciolo, direttore di Limes, crede poco che la tregua annunciata da Trump possa reggere anche perché i segnali di guerra che giungono dall’area sono evidenti. Intervista a cura di Salvatore Cannavò
Perché non crede alla tregua?
Perché in questo momento Israele comanda in modo assoluto e totalitario. Il bombardamento incredibilmente potente su Beirut, rappresenta il rifiuto di qualsiasi accordo con l’Iran. Ed evidenzia anche una risposta all’apparente, e sottolineo il termine, scelta di Trump di cercare un accordo attraverso un cessate il fuoco.
Perché apparente?
Perché il cessate il fuoco è basato sul nulla, i punti di partenza delle parti sono troppo distanti per dare vita a un accordo vero. Appena Trump, contrariamente al primo ministro pakistano (dietro il quale c’è la Cina) è intervenuto dicendo che in effetti nel cessate il fuoco non è compreso il Libano, Netanyahu ha scatenato l’inferno. Ma la situazione e il futuro del Libano non possono essere disgiunti da quelli iraniani, ecco perché penso che siamo di fronte a una finta sul ring.
Ha fatto riferimento alla Cina: che ruolo ha giocato?
Mi sembra chiaro che sia intervenuto per cercare di sedare una crisi che fino all’altra notte sembrava definitiva e dagli esiti catastrofici. Perché quando Trump dice che in una notte “cancellerà una civiltà” , vuol dire che pensa all’arma atomica. Dei Paesi in conflitto, del resto, due su tre, Usa e Israele, sono potenze atomiche.
Siamo in una fase in cui l’atomica è un’opzione?
Dal punto di vista strategico la situazione per gli Usa è disperata: hanno un presidente non padrone di sé che gioca con la tattica del deal per poi trovare accordi minimi e soprattutto ha speso tutte le risorse possibili dal punto di vista militare. L’atomica, che prima era una deterrenza, sempre più viene sbandierata come la misura che può chiudere le ostilità, con la decisione nelle mani del “comandante in capo”.
Ma Trump ha problemi o no all’interno dell’esercito Usa?
Si sono visti scontri nel bel mezzo della guerra. La crisi della potenza militare Usa – in un mese e mezzo non sono riusciti a realizzare nulla – sembra conclamata e nelle forze militari Usa, sia a livello di base sia ai piani alti, si nota un’evidente insofferenza per il comandante in capo. Nelle ultime settimane c’è stato un ammutinamento sulla principale portaerei, spacciato per blocco delle fognature, e segnali di insofferenza si sono visti con il licenziamento del capo di stato maggiore dell’Esercito. C’è una crisi del sistema che riguarda anche l’impiego della bomba atomica: nella catena decisionale, a quanto si apprende, ci sono figure che hanno detto di no al suo utilizzo.
Che previsioni possiamo fare nel prossimo periodo?
Da un punto di vista strategico, a oggi, non c’è dubbio che Usa e Israele siano in una impasse. Solo che mentre Israele vuole continuare la guerra, l’America vuole uscirne spacciando il risultato per vittoria. Ma non ci sono le condizioni: dopo la ripresa dei bombardamenti da parte di Israele e la nuova chiusura di Hormuz, siamo tornati a dove eravamo la sera prima dell’ultimatum e paradossalmente l’Iran è meglio armato e resiste più di quanto si pensasse, e soprattutto non c’è nessuno nel Paese che possa rovesciare il regime.
Che idea si è fatta del comportamento di Trump?
Che c’è un problema strutturale: Trump non è libero di decidere visto il potere di ricatto di Israele, come dimostrano i resoconti delle riunioni riservate pubblicati dal New York Times. Ci può essere una componente patologica, ma questo è tema degli specialisti. Certo, osserviamo una forma non coerente dell’agire, un’attitudine da pokerista che per esaurirsi necessita di un’ammissione della sconfitta, cosa però impossibile. Resta il problema che nella maggiore superpotenza una decisione così importante come la guerra viene affidata a una persona sola. In queste forme non era mai avvenuto.