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Paolo Perri – Simone Guglielmelli 9/ aprile/26
A Cosenza due giorni di riflessione comune sui Sud, tra i Sud. Una discussione necessaria dopo le mobilitazioni degli ultimi anni e il sonoro No al governo Meloni
A Cosenza, sabato 11 e domenica 12 aprile 2026, diverse realtà organizzate del Sud Italia, ma anche studiose e singole cittadine, si ritroveranno a La Base per due giorni di discussione e riflessione comune sui Sud, tra i Sud. Sarà un’occasione per connettere e amplificare le tantissime iniziative politiche che vengono portate avanti nei nostri territori. Questo spazio di confronto, avviato da tempo su iniziativa del movimento No Ponte, ha visto una precedente tappa proprio a Messina, lo scorso gennaio.
Una necessità, quella di incontrarsi e confrontarsi, che la fase politica attuale e le sfide a cui le persone sono chiamate a rispondere collettivamente rendono quanto mai urgente. Quest’esigenza è radicata nella consapevolezza che il processo politico di trasformazione all’altezza dei bisogni e dei desideri di chi vive i territori meridionali e di quanti, non per scelta, hanno dovuto lasciarli, non potrà che passare dalla forza e dalle capacità di chi, quotidianamente, nelle città come nei piccoli paesi e nelle aree interne, è impegnato nelle lotte sociali e nell’autorganizzazione. Una responsabilità, più che un’importante ambizione, che va oltre dogmi e certezze, senza ricette preconfezionate in tasca.
Gli ultimi mesi hanno visto emergere almeno due fatti politici di notevole importanza. Le mobilitazioni che hanno attraversato i nostri territori nello scorso autunno, insieme al voto referendario di marzo, rappresentano, infatti, seppur in forme molto diverse, segnali di un chiaro No al governo Meloni per la sua complicità con il genocidio dei palestinesi, per la posizione di totale subalternità al duo Trump-Netanyahu, e ovviamente a testimonianza di un crescente malumore, dovuto al carovita, agli innumerevoli scandali che stanno colpendo ministri ed esponenti della maggioranza e alla sempre più chiara dimostrazione che le politiche neoliberiste adottate dalle destre italiane si stanno rivelando assolutamente inadeguate per far fronte alla crisi montante.
Si tratta di momenti che, sebbene differenti tra loro, sembrano indicare una disponibilità alla contrapposizione a questo stato di cose e a questo modello di governo. A emergere sono state anche, e forse soprattutto, una serie di istanze e di domande di cambiamento – provenienti in gran parte dai giovani e dal Sud – di cui è necessario prendere atto e su cui le organizzazioni politiche devono interrogarsi.
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Da quale punto di osservazione partire, allora, per tentare di leggere i processi politici in atto? Dalla pluralità dei Sud, territori non omogenei ma che condividono condizioni socio-economiche strutturali simili. Dal margine, dove le condizioni materiali rendono ancora più intelligibile il fallimento del modello neoliberista, e dove la concretizzazione della narrazione su crescita e sviluppo si traduce ormai da decenni in povertà, emigrazione forzata e scomparsa dei territori. Da Taranto a Bagnoli, da Niscemi a Crotone, questa condizione di marginalità imposta ai nostri territori – radicata in processi storici secolari e nella stessa struttura dell’organizzazione capitalista italiana – non scalfisce, anzi rafforza, la fiducia nell’azione politica. Crediamo che la marginalità possa rappresentare un campo di possibilità,dal quale immaginare alternative,produrre un discorso contro-egemonicoe organizzare l’attacco frontalealle classi dirigenti locali e nazionali.Una possibilità politica impossibile da delegare.
La crisi socio-ecologica che stiamo vivendo, come confermato dai cicloni e dagli eventi climatici estremi dello scorso inverno, rappresenta una sfida esistenziale, specialmente alle nostre latitudini, e sta contribuendo a gettare nuova luce sui meccanismi di governo che regolano questi territori: una condizione di marginalizzazione strutturale, alimentata da un sistema di potere che ritiene il Sud e le Isole delle periferie sacrificabili, serbatoio di manodopera e risorse. La promessa o il miraggio di mega infrastrutture, come il ponte sullo stretto, evidenziano infatti la distanza siderale tra le necessità di chi queste aree le abita e quelle del governo nazionale. Progetti che sottraggono risorse alle urgenze reali per alimentare un’economia dell’eccezione e dell’emergenza permanente, capace di garantire profitti a pochi e nessun vantaggio reale sul territorio. E non si tratta di un caso isolato, ma di un vero e proprio paradigma di gestione politico-amministrativa.
L’«eccezionalità» come endemico sistema di governo e l’incapacità di mettere in campo valide politiche pubbliche che non non alimentino «lo sviluppo del sottosviluppo», sono sempre andate di pari passo con il continuo impiego di forme emergenziali e commissariali per fronteggiare diseguaglianze economiche e sociali profonde. Dalla fine del XIX secolo, un’interminabile serie di leggi speciali e dispositivi eccezionali – in campo economico, politico, militare, culturale – ha caratterizzato l’amministrazione del potere in tutto il Mezzogiorno. In un misto di sviluppismo, paternalismo e una certa dose di pregiudizi, si impose la convinzione che le popolazioni meridionali, inadatte e/o incapaci di crescere autonomamente, sarebbero potute uscire dall’arretratezza soltanto attraverso aiuti eccezionali e misure assistenziali. Una scelta precisa, quindi, funzionale a mantenere regioni, territori e intere aree del paese in una condizione periferica o semi-periferica.
Oggi questa logica si ripresenta sotto nuove forme. Il processo di ridefinizione dello Stato in senso competitivo e aziendalista – di cui l’autonomia differenziata rappresenta un ulteriore passaggio – spinge i territori a competere tra loro per attrarre risorse, investimenti e capitali, accentuando disuguaglianze e mettendo in discussione diritti e legami solidaristici. In questo scenario, chi non riesce a nuotare affoga e intere aree del paese – siano esse nel Meridione, nelle Isole o anche nel profondo Nord – diventano ugualmente sacrificabili in nome dell’efficienza e del profitto.
Alle nostre latitudini queste dinamiche sono rese ancora più evidenti da una mefitica e stantia classe dirigente e politica, di centrodestra e di centrosinistra, che ha costruito le proprie fortune su clientele, voto di scambio e connivenze criminali, e si è dimostrata del tutto priva di visioni e prospettive, incapace anche solo di una benché vaga autonomia decisionale. Mai come oggi la rappresentanza politica delle regioni meridionali è debole e sempre più appiattita sui diktat che arrivano dal centro. Le conseguenze di queste dinamiche non fanno che alimentare nuove ondate di emigrazione. Un fenomeno endemico, continuo, che attraversa i decenni e che oggi paradossalmente non rappresenta più nemmeno un mezzo per un rapido miglioramento delle condizioni economiche, ma una scelta praticamente «obbligata» che impone di produrre ricchezza altrove per salari da fame, e di cui molto spesso le stesse famiglie meridionali si trovano a sostenere i costi.
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Il Sud, anzi i Sud, allora, rischiano davvero di diventare dei meri luoghi di passaggio, o di trasformarsi definitivamente nel villaggio vacanze del paese, alla totale mercé di logiche e forme di produzione a basso valore aggiunto, come vorrebbero i tanti «piani e progetti di sviluppo» così in voga negli ultimi anni. Oppure, ancora più semplicemente, rischiano di sparire, schiacciati tra spopolamento e sfruttamento. Dei luoghi dove non è possibile neppure immaginare di poter rimanere a vivere, e sicuramente non in maniera dignitosa, al netto di romanticizzazioni di sorta e delle narrazioni su south working e nomadismo digitale. I Sud possono e devono diventare uno spazio in cui sviluppare nuove forme di organizzazione e conflitto, altri modi di abitare i luoghi, i nostri luoghi: uno sguardo che parta dal Mediterraneo, che guardi ai popoli nordafricani e mediorientali sfuggendo al «dogma» dell’atlantismo per rimettere in discussione dalle fondamenta la centralità del mercato e il dominio tecnico-militare come orizzonte inevitabile. Ma questo piano teorico ha senso solo se resta strettamente intrecciato alla soddisfazione dei bisogni più urgenti e immediati. Non potrà avere alcuna incisività senza la rivendicazione di una sanità territoriale efficiente, senza la pretesa di infrastrutture adeguate, senza la difesa dei territori da estrattivismo e devastazione, senza la lotta contro precarietà e sfruttamento lavorativo, perché è solo dando risposta a questi bisogni fondamentali che la possibilità di rimanere a Sud smette di essere un’aspirazione e diventa una realtà politica concreta. Questo è il piano su cui bisogna misurarsi.
Proprio nelle pratiche di resistenza alle rigide logiche dello sviluppo risiede il potenziale per una nuova politica conflittuale, capace di spezzare la narrazione di un progresso lineare e di scardinare i meccanismi di sottomissione politica, economica e culturale. Nei Sud oggi si moltiplicano i segnali di questa rinascita, che vede le diverse e plurali forme di attivismo contrapporsi agli imperativi di un capitalismo sempre più predatorio e violento.
A partire da questa consapevolezza, alcune domande diventano centrali. È davvero inevitabile continuare a essere trattati come periferie sacrificabili, spazi da cui estrarre lavoro, risorse e consenso? Oppure è possibile rompere con un paradigma fondato sull’emergenza permanente, sulla marginalizzazione strutturale e sulla riproduzione delle disuguaglianze territoriali?
Quali strumenti politici, sociali e culturali possono permettere ai nostri territori di sottrarsi a questa condizione di dipendenza e subordinazione? E quali forme di organizzazione collettiva e di produzione del sapere possono contrastare e contribuire a costruire alternative credibili a un modello di sviluppo che continua a produrre spopolamento, precarietà e devastazione ambientale? Come costruiamo consenso, e quindi maggioranze sociali, intorno a queste alternative?
Per alimentare il dibattito sui Sud, per rafforzare legami tra singoli e realtà organizzate, e per trovare delle risposte collettive, in tante ci ritroveremo a Cosenza l’11 e 12 Aprile 2026 a La Base.
*Simone Guglielmelli è militante de La Base Cosenza e dottorando di ricerca in Scienza politica. Paolo Perri è militante de La Base Cosenza e ricercatore in Storia contemporanea.