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10 Apr , 2026|Michela Salvati
«L’hai mandata la mail?». Inizia così, con un’interferenza burocratica nel bel mezzo del silenzio, la giornata di chi ha smesso di abitare il tempo per iniziare a subire la prestazione. C’è questo dover mandare, questo inviare compulsivo che mangia lo spazio del respiro: un’attività che non conosce festivi e non rispetta il sonno. Domani manderò le mie mail; le manderò impaurita, sebbene io non voglia, perché quel ping non è comunicazione, ma il battito cardiaco richiesto dall’algoritmo per misurare la nostra docilità operativa. Dietro quel semplice clic risiede il rito stanco di chi deve confermare la propria esistenza attraverso un output digitale; una prova di rendimento pretesa da un sistema che, seguendo la logica del New Public Management, ha trasformato la scuola in un’azienda e il docente in un terminale di rendicontazione h24.
Come sto sopportando questo sfinimento non lo chiedi, non lo sai chiedere con garbo. Perché il garbo – quella dote che Eugenio Borgna ne L’arcipelago delle emozioni descrive come la capacità di ascoltare l’anima dell’altro senza calpestare la sua alienazione – è stato espulso dai protocolli ministeriali. Non sai quanto lo sfinimento stia erodendo l’amore per ciò che faccio; vorrei una vita che non sia la proiezione di un foglio di calcolo, una vita che non debba scusarsi per il desiderio di fermarsi a respirare. Mi turba dover confermare la mia presenza con una notifica, come se senza quel segnale la mia persona svanisse dai radar dell’efficienza. Ma la verità è che nemmeno vi ricordate di me, e allora dico: «Meno male». Rivendico l’oblio come uno spazio sacro, una libertà malinconica in cui siamo esentati dalla visibilità forzata. Come sostiene Byung-Chul Han ne La società della trasparenza, “viviamo in un’esposizione incessante che uccide l’incontro reale, obbligandoci a una reperibilità che è diventata la nuova forma della sorveglianza totale”.
Il dramma della nostra epoca è che abbiamo trasformato il disagio interiore in un guasto tecnico. Se non produci, se non carichi dati sul registro elettronico, diventi un ingranaggio difettoso. Ci hanno insegnato a supportare per mercificare, non per curare. Borgna ci ammonisce sulla rimozione della sofferenza in una società che esalta solo l’efficienza, scrivendo che viviamo in un mondo che tende a considerare quasi come una colpa la vulnerabilità e la debolezza. Ma chi decide cos’è utile? È forse utile un progetto portato a termine mentre il cuore urla? C’è una perversione sottile nel chiederci di “appassionarci” al nostro stesso logorio, mentre l’ideologia inclusiva ufficiale si riduce a una sfilata di protocolli che soffocano l’ascolto vero sotto una montagna di carte bollate. Chiediamo empatia nelle circolari, ma il tempo per un sorriso fuori di scuola è visto come una “fuga” dal dovere burocratico.
Qui entra in gioco quella che Paulo Freire nella Pedagogia degli oppressi chiamava la “concezione depositaria” dell’educazione: siamo trattati come contenitori da riempire di mansioni, espropriati della nostra capacità di essere soggetti. Freire ci ricorda che l’oppresso spesso “ospita” l’oppressore dentro di sé, e lo fa ogni volta che prova colpa per il proprio bisogno di fermarsi. Abbiamo interiorizzato il padrone e ora la sua voce ci punisce se il corpo reclama il diritto al silenzio. Eppure, proprio mentre affogo in questa reificazione, accade qualcosa che rompe l’algoritmo. Uno studente mi ferma fuori scuola, un ragazzo che non entra in aula da tre mesi, un fantasma per le statistiche sulla dispersione scolastica che oggi colpiscono circa il 9% dei giovani italiani (INVALSI 2025). Io gli sorrido, gli chiedo del suo stato d’animo. Mi racconta della sua paura paralizzante di stare con gli altri. In quel momento, io lo ascolto. È un tempo necessario, sottratto alla produzione e restituito all’umano. È l’essenza di quanto insegnava Don Lorenzo Milani in Lettera a una professoressa: “ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio, sortirne tutti insieme è la politica”. Gli chiedo di tornare, con calma: «Vuoi venire domani prima delle lezioni?». Lui sorride e ci stringiamo la mano. «Promessa di cavaliere» gli dico, facendo mio il monito di Antoine de Saint-Exupéry secondo cui rendere possibile l’avvenire non significa prevederlo, ma fondarlo (Citadelle, 1948). Lui torna a scuola per farmi una sorpresa, e io resto lì a pensare a quanto il sistema ci voglia controllori di presenze, quando dovremmo essere solo cercatori di anime.
C’è un paradosso lancinante nell’essere l’adulto che accoglie la fragilità altrui mentre la propria viene calpestata dalla retorica della resilienza. Insegniamo ai ragazzi l’empatia mentre siamo immersi in una struttura che la nega alla radice. Don Milani diceva che “non c’è nulla di più ingiusto che fare parti uguali fra disuguali”, ed è ciò che accade quando il neoliberismo scolastico pretende la stessa velocità da tutti, anche da chi sta lottando con uno scoramento profondo. La parola dovrebbe renderci liberi, ma oggi le nostre espressioni sono prigioniere dei linguaggi aziendali e dei monitoraggi standardizzati. Il mio I Care milaniano si scontra con il cinismo di un sistema che usa la “passione” come dispositivo di sfruttamento, ignorando che il burnout tra i docenti italiani ha raggiunto picchi del 35% (INDIRE 2024) a causa di un carico burocratico insostenibile.
Mi prendo la colpa di dare troppo valore all’anima rispetto alla rendicontazione, ma in questa colpa trovo l’ultimo baluardo di resistenza. Questo ritiro non è un atto di codardia, ma uno sciopero esistenziale. Se l’unico modo per relazionarmi con l’altro è rispondere alla domanda «Hai mandato la mail?» prima ancora di un «Come stai?», allora scelgo l’invisibilità. Scelgo di non esserci per i vostri algoritmi. Rivendico il diritto all’impossibilità, il diritto di essere un ingranaggio che si ferma perché ha deciso di tornare a essere un cuore. Perché l’anima non è una merce e il mio dolore, per quanto inutile ai vostri occhi di programmatori di efficienza, è l’unica cosa che mi rende ancora spaventosamente umana. Se la fragilità è la colpa, allora scelgo di essere colpevole. La mia promessa di cavaliere allo studente è la promessa che faccio a me stessa: non lascerò che una mail decida se io esisto o meno. Non manderò le mail. Non perché non posso, ma perché scelgo di non alimentare l’algoritmo. La mia disobbedienza è pedagogia della cura.
Di: Michela Salvati