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10 Apr , 2026|Paola Bergamo
A volte ci sono coincidenze strane: sembrano casualità fortuite o singolari sincronismi. Fatto sta che proprio nei giorni dei bombardamenti di Donald Trump contro l’Iran, tra l’altro fondamentale perno per un potenziale compattamento euroasiatico, Peter Thiel è venuto in Italia, nella Città Eterna, Roma, “Caput Mundi”, un tempo potente impero, al cui interno vi è pure il Vaticano e oggi, per tutti, culla e museo di civiltà.
Scriveva Tucidide che “la forza dello Stato non è nelle fortificazioni né sulle navi ma nei suoi uomini”. Mi chiedo che ne penserebbe oggi di alcuni leader mondiali e di certi “sacerdoti” tecnologici che fanno della forza un vanto, appagati da tornaconti personali ingenti, indifferenti al danno arrecato alla propria gente e ad altrui comunità — “forgotten” o giù di lì essi siano — nel nome di un profitto teso, mi appare, più a instaurare una Repubblica tecnologica illiberale che a garantire una democrazia fatta di coesione sociale e di redistribuzione della ricchezza.
Il binomio Trump/Thiel, non diversamente da quello Trump/Musk, mira a una “rivoluzione” prepotente che trova sponda anche altrove, ma i cui effetti negativi si percepiscono già, specie in Europa.
Anche in Italia la “razza digitale”, autoproclamatasi “super razza”, si muove oramai in modo padronale, dispensandoci lezioni di civiltà, mettendoci in guardia su rischi apocalittici dagli stessi spesso indotti, noi che appariamo forse distratti anche perché custodi di un’eredità culturale senza tempo. Nel mentre, ogni occasione è propizia per manipolare la realtà, far percepire più pericolosa e insicura la nostra quotidianità – la guerra cognitiva ha a sua volta un ritorno economico – sì da piazzare ad aziende, organizzazioni e persino governi prodotti tecnologici che contribuiscono a modificare nella sostanza la democrazia liberale.
Certo Tucidide si occupava della Guerra del Peloponneso, ma le guerre, in fondo, si somigliano tutte. Per lui la virtù nel guerriero, così come nel politico, risiedeva nel coraggio, nella disciplina, nel senso civico, nell’affidabilità e credibilità, nella capacità di sacrificio nel nome del bene comune, la polis.
Tucidide ci insegna che, anche se Atene era fortissima — flotta, mura —, le divisioni interne e le decisioni sbagliate indebolirono il sistema.
In sintesi, la vera forza dello Stato risiede nel carattere e nella coesione dei cittadini, se guidati da un leader affidabile.
A Roma, Peter Andreas Thiel, nativo di Francoforte, naturalizzato americano, imprenditore di successo, fondatore tra l’altro di PayPal, Palantir Technologies, Founders Fund e Clarium Capital Management, si è proposto non solo come un esperto di tecnologia digitale ma, con suggestiva comunicazione, pure di Anticristo e Apocalisse.
Sappiamo che Thiel, ritenuto l’anima nera della Silicon Valley — titolo, peraltro, di un interessante libro del giornalista Luca Ciarrocca, che da anni si occupa delle dinamiche legate agli squilibri del potere —, è attratto dall’esoterismo ed è appassionato di Tolkien, come testimonia il nome stesso scelto per la sua più famosa company, appunto Palantir Technologies, con evidente riferimento alle magiche pietre del buon Gandalf ma anche del malevolo Sauron della saga del Signore degli Anelli.
Penso al volto di Tucidide di fronte a tanta fusione di scienza, tecnologia, avvenirismo e spiritualità, lui che credeva fermamente nel bene comune e nel valore del fatto sociale, proprio come Machiavelli, secondo cui uno Stato forte si compone di buoni cittadini e non solo di buoni soldati, armi e strutture, ma anche di virtù civiche quali impegno e responsabilità.
Per Thiel, probabilmente, va meglio Hobbes: in fondo, se “homo homini lupus”, nulla di meglio che offrire come soluzione una delle applicazioni o piattaforme Palantir, oramai in uso a governi e apparati militari. Se Tucidide puntava alla qualità delle persone, Hobbes vedeva gli uomini come esseri da temere e perciò da controllare. L’abilità del magnate americano risiede nel far immaginare agli altri quello che è più utile al proprio business e a Roma non è venuto a parlarci di un pericolo qualsiasi ma dell’avvento dell’Anticristo e dell’Apocalisse, prospettando immagini di una società inquietante e inquieta, in estremo pericolo e al bivio, forse ritenendo tali le nuove superpotenze che sfidano l’egemonia americana.
Giova ricordare che Donald Trump, come del resto Peter Thiel, hanno sovente frequentato le dimore di Jeffrey Epstein, intrecciandosi perciò in un sistema di potere controverso e moralmente discutibile. Frequentare persone influenti non significa però necessariamente essere coinvolti in pratiche deviate o occulte, ma la quantità di file accumulati lascia aperte nuove possibilità di rivelazioni e c’è chi mette in relazione a tutto questo pure l’attacco all’Iran, condotto in sinergia con un Israele che prosegue indefesso la propria battaglia, i cui effetti non si limitano più alla propria sopravvivenza e non riguardano più solo il mondo mediorientale.
La scelta di Roma per una “lectio” apocalittica è piuttosto interessante.
Roma, con al suo interno il Vaticano, è punto di riferimento per i cattolici di tutto il mondo ed è parso singolare e piuttosto evocativo che Thiel sia venuto proprio qui da noi per parlare di Anticristo, cioè dove “Pietro edificò la Chiesa” e, come disse Cristo, “le porte degli inferi non prevarranno”!
Però Cristo, figlio di Dio e nel contempo Dio lui stesso, sapeva bene quello che predicava e faceva; infatti operava miracoli sociali concreti, non si limitava a trasformare l’acqua in vino o a resuscitare i morti: guariva i malati e condivideva pani e pesci con gli affamati, senza accumulare beni personali.
Trump, tra guerra e pace, e un Nobel mancato, si propone uomo credente. Qualche giorno prima della campagna nel Golfo e qualche giorno dopo aver bombardato i barconi dei narcos – azione propedeutica alla conquista del petrolio venezuelano – si è fatto riprendere dalle telecamere in profondo raccoglimento e preghiera, mano nella mano nella Stanza Ovale. Un’immagine semplice ed efficace, ma mi sono chiesta se in quei momenti di partecipazione spirituale il Tycoon pensasse al bene comune, così caro a Dio, alle sorti degli ultimi o non piuttosto a petrolio e portafoglio.
Le fonti ufficiali confermano che il presidente americano ha triplicato il proprio patrimonio personale da quando è tornato inquilino alla Casa Bianca, mentre gli europei, da quando lui è al potere, hanno visto significativamente erodere la propria ricchezza e produttività.
Nella sua lezione romana Peter Thiel ha disvelato la sua personalità: un mix tra il filosofo e il techno-santone, invitandoci a diffidare di chi promette pace e armonia. Non so se l’intento recondito fosse quello di metterci in guardia soprattutto sulla Cina, in fondo punto di ricaduta ultimo anche dell’operazione americana in Iran; fatto sta che sottolineava come un sistema troppo ordinato potrebbe avere come contraltare la limitazione della libertà individuale, l’imposizione di un pensiero unico e la messa al bando del dissenso. Thiel provocatoriamente ha sostenuto che le società che puntano a eliminare il conflitto nel nome dell’armonia – splendido concetto confuciano molto caro al presidente cinese Xi Jinping – sono sospette e potenzialmente pericolose, perché chi promette pace, stabilità e assenza di conflitto proporrebbe una “armonia forzata”, quindi ingannevole, schema teorico che si collega all’Anticristo.
L’idea di fondo di Thiel, come del resto di Trump, è che meno regole significhi più libertà e che il conflitto non sia sempre qualcosa di negativo. Entrambi enfatizzano deregulation e riduzione del ruolo statale, privilegiando gli interessi individuali su quelli collettivi. Questo contrasta con la visione cinese ma, in fondo, anche con quella europea – non della UE – che nel secolo scorso fece dello Stato sociale una delle più importanti conquiste per la propria gente, cercando di porre regole per società eque e coese, eredi di quel Liberté, Égalité, Fraternité, per cui libertà, uguaglianza e solidarietà restano principi universali informatori.
Purtroppo oggi la politica sembra piuttosto sbilanciata verso gli interessi della grande finanza speculativa di cui Trump è interprete di successo. Sono però sempre più consistenti le voci del suo coinvolgimento in una sorta di insider trading, perché succede con coincidenza sorprendente, forse sistemica, che quando Trump annuncia dazi e una raffica di nuove tariffe i mercati vacillano, la volatilità esplode, ma poi, all’improvviso, il presidente americano inverte la rotta, dice il contrario di quanto asserito qualche giorno prima, e allora Wall Street rimbalza con violenza.
Questo è uno dei tanti esempi del caos trumpiano.
A me però mio padre, Giorgio Mario, sull’onda di suo padre, Mario Bergamo, aveva tramandato che la politica – del resto l’etimo non lascia dubbi – è quell’attività umana legata all’organizzazione della convivenza sociale e alla risoluzione dei conflitti di una comunità, ma prima di tutto va intesa come “palestra per la propria coscienza”.
Se nel tema politico diviene centrale anche la coscienza, più che lasciarsi condurre da Peter Thiel e dal suo spauracchio evocante l’Anticristo, forse conviene seguire il pensiero di Federico Faggin, vicentino, naturalizzato americano, il “papà” del microchip e del touch screen. Quest’ultimo, dopo una vita dedicata a scienza e tecnologia, si è messo a riflettere sulla coscienza, opponendosi al transumanesimo tecnologico che pretende di sostituire o replicare la mente. Transumanista pragmatico lo è anche Peter Thiel.
Per Faggin, prima di tutto, la coscienza non nasce dal cervello ma è una realtà fondamentale, primaria, indipendente dal corpo: il corpo sarebbe solo un’interfaccia temporanea. La coscienza per Faggin è legata alla fisica quantistica e ciò conferma l’abisso incolmabile tra mente umana e computer.
Se la scienza spiega neuroni, segnali elettrici e comportamento, non spiega il “sentire” (qualia). Il punto è fondamentale perché non è che tutto possa essere ridotto a materia: la fisica quantistica non è solida e oggettiva come ci appare la realtà, ma è fatta di probabilità, di relazioni e informazione. La materia è solo uno stato e la coscienza esiste prima della materia.
Il punto è dirimente proprio per le società che stiamo costruendo e che prevedono sempre maggior delega all’IA: mentre i computer elaborano l’informazione, l’uomo sente, ed è un meccanismo esperienziale insostituibile e ineguagliabile.
Questa visione esclude che i computer possano essere coscienti.
L’uomo, a differenza della macchina, sente, prova emozioni e responsabilità morale.
Faggin ci offre quindi non un approccio inquietante, non invoca il pericolo dell’Anticristo e non pensa affatto di prendere per il naso le “Parche” propugnando formule transumaniste, ma invita a un approccio etico e filosofico: la politica sia quindi palestra della coscienza, e la tecnologia uno strumento al servizio dell’uomo, non per il dominio di alcuni sull’umanità.
La coscienza è indipendente, immortale nella sua essenza, e la vera sfida non è l’Apocalisse di biblica memoria, ma saper tener testa a quelle élite politico-tecnologiche che, nel nome di Mammona, abdicano alla responsabilità morale e sociale, infiammando il mondo. Di: Paola Bergamo