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11 Aprile 2026 Gian Paolo Caprettini
Ossessione e quindi rinuncia, nervosismo e quindi frustrazione, questa è la situazione ormai ingestibile in cui stiamo vivendo.
Assediati dal cieco e fallace rigorismo delle istituzioni, esposti a qualsiasi azione repressiva anche infondata, tenuti sotto controllo tutti nello stesso modo, con l’idea che chiunque può diventare pericoloso, e allora giù botte, con l’idea che ci si può ammalare di qualsiasi cosa allora giù vaccini, che il futuro è elettrico ma intanto il presente è petrolifero, e allora giù guerre.
L’individuo è scomparso con i suoi diritti, la sua dignità e la sua unicità; esiste soltanto una umanità indistinta soggiogata da una oligarchia remota e perversa.
Tempo fa esistevano i trend, le tendenze nei consumi e nelle mode. Ora la sociologia ha cambiato statuto, deve occuparsi di una società non più frammentata ma in preda alla sopravvivenza, dove si mescolano inquietudine e intolleranza, e dove le vere aggregazioni sociali sono rimaste quelle che contengono seppur minimi progetti di felicità.
Chi ci amministra è spesso sadico, un nevrotico-ossessivo con la perversione tipica di quella carriera burocratica di cui scrissero mirabilmente Dostoevskij e Kafka, con una vocazione alla indifferenza assoluta di fronte all’altro e con un sordo cinismo programmatico che finisce di perpetuare la violenza del sistema.
Queste sono state le premesse indispensabili perché ad esempio il signorotto senza scrupoli, l’erede degno o indegno non me frega niente, possa vendere aziende storiche e demolire tradizioni senza colpo ferire perché lui ha le giuste protezioni.
Se però all’onesto e/o al povero viene in mente troppo spesso che c’è chi se la cava comunque, allora a costoro, sinora pacifici, potrebbe venire voglia di prendere per le corna chi abusa della loro pazienza.
Ogni potere, segnando un divario incolmabile, viene sempre di più esercitato per dimostrare che esiste, che c’è e basta, trascurando di doversi mettere al servizio di qualcuno.
Un potere miliardario, mondializzato, univoco che, cancellando nello stesso tempo l’umano e il divino dalla storia di tutti e di ciascuno, lo sta sostituendolo con i progetti di ridisegno di una umanità soggiogata da una cosmologia opprimente dominata dal denaro.
E allora la pace? Nessuno vuole una pace fondata sulla paura o sulle minacce reciproche, nessuno vuole una pace residuale.
È venuta invece l’ora di costruire una pace rivoluzionaria, è venuta l’ora che ci si batta per individuare l’essenziale e poterne tutti godere, per condividere una piccola ma ambiziosa, minima ma immensa gioia comune.

Gian Paolo Caprettini
Ha insegnato all’Università di Torino dal 1975 al 2013, dove è stato professore ordinario di Semiotica e Semiologia del Cinema, ha diretto Extracampus, la TV dell’Università, e il Master di Giornalismo. I suoi libri più recenti: Scrivere come sognare (Cartman), Vertigini dell’immaginario (con A. Bálzola, Meltemi), Complice la poesia (L’Indipendente), Dizionario della fiaba italiana (Meltemi).