The Weapon WATCH – Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei’s Post
Seppur con ritardo, sta circolando rapidamente la notizia dell’“attentato” che ha interrotto per tre giorni l’afflusso di greggio attraverso il TAL. L’oleodotto Transalpino alimenta le grandi raffinerie tedesche, austriache, ceche, a partire dai due pontili di carico nel porto di Trieste.
I media tedeschi hanno diffuso la notizia con dieci giorni di ritardo rispetto ai fatti, avvenuti il 25 marzo scorso. Welt am Sonntag ne ha parlato il 5 aprile, ripresa poi dai media del gruppo Axel Springer, quindi dalla Radio della Svizzera Italiana e dai quotidiani locali (Il Piccolo, il Dolomiti). Ieri i social hanno rilanciato turbinosamente e oggi la notizia è approdata sui quotidiani nazionali.
Il sabotaggio è avvenuto in un tratto della linea elettrica ad alta tensione gestita da Terna nei pressi di Terzo, frazione di Tolmezzo, provincia di Udine, linea che alimenta la stazione di pompaggio di Paluzza, 12 km più a nord. Secondo il comunicato del gestore della Rete elettrica nazionale, il traliccio n° 416 è stato «danneggiato ad opera di ignoti», e Terna ne ha informato le autorità di polizia. TAL, il gruppo europeo che gestisce l’oleodotto Transalpino, in una sua nota smentisce invece il sabotaggio e definisce «non veritiere» le notizie riportate dalla stampa tedesca e riprese dai media, adducendo che «nel mese di marzo l’oleodotto è stato interessato da un rallentamento tecnico delle attività dovuto a molteplici occorrenze, proprie e di terzi». Tuttavia le immagini diffuse dal TG1 sembrano incontrovertibili, e mostrano i tagli alla fiamma ossidrica compiuti alla base perché il traliccio si inclinasse sui cavi. Un lavoro da professionisti.
Il gruppo TAL nel suo sito web si presenta come composto da tre società: Società Italiana per l’Oleodotto Transalpino Spa (SIOT) con sede a San Dorligo della Valle-Dolina (Trieste); Transalpine Ölleitung in Österreich Ges.m.b.H. con sede a Matrei (Osttirol); e Deutsche Transalpine Oelleitung GmbH con sede a Monaco di Baviera.
SIOT ha la gestione dell’oleodotto nei 145 km del tratto italiano sin dal 1967, quando l’impianto entrò in funzione, e di fatto da allora è il primo terminalista del porto di Trieste, con una media annua di 500 navi sbarcate.
Il capitale di SIOT è in mano a OMV Downstream GmbH, il maggior gruppo petrolchimico austriaco (32,26%), Shell Deutschland GmbH (19%), Rosneft Deutschland GmbH (11%), la società del gruppo Eni Ecofuel Spa (10%), gli specialisti olandesi del trasporto petrolifero C-Blue B.V. (10%), Exxon-Mobil Central Europe Holding GmbH (7,74%), la società ceca degli oleodotti Mero Cr A.S. (5%), Phillips 66 GmbH, (3%), Totalenergies SE (2%).
Tra gli azionisti vi sono dunque alcuni dei maggiori gruppi petroliferi mondiali, ma spicca per importanza il ruolo della filiale tedesca del gruppo russo Rosneft. In effetti, storicamente l’oleodotto Transalpino non ha mai portato alle raffinerie mitteleuropee il petrolio del Golfo persico, anzi entrò in funzione proprio per aggirare il blocco del Canale di Suez (1967-1975), conseguenza della Guerra dei Sei Giorni. Il suo bacino di approvvigionamento è sempre stato il Mar Nero, prima grazie al petrolio russo e oggi, dopo l’embargo conseguente all’invasione dell’Ucraina, al petrolio azero, con integrazioni provenienti dall’Algeria.
Rosneft Deutschland gestisce circa il 12% della capacità di raffinazione petrolifera tedesca, inclusa la raffineria PCK di Schwedt. A seguito dell’invasione dell’Ucraina, la Germania ha posto queste attività sotto amministrazione fiduciaria per garantirne l’operatività, cercando nel contempo di risolvere la complessa situazione proprietaria senza ricorrere alla nazionalizzazione, per evitare ritorsioni russe. L’amministrazione fiduciaria è stata estesa ripetutamente, e il governo di Berlino ha avviato un negoziato con gli Stati Uniti per estendere le esenzioni dalle sanzioni, evitando l’interruzione delle forniture alle raffinerie gestite. Nell’ottobre 2025 Washington ha concesso sei mesi al governo tedesco per risolvere la spinosa questione.
I sei mesi sono scaduti. Chissà se le autorità che stanno conducendo l’inchiesta sul “rallentamento tecnico” dell’oleodotto Transalpino vorranno tenerne conto. Ad oggi, tutte le inchieste riguardanti la “guerra coperta” del petrolio condotta da servizi e terroristi di paesi “amici” sono state insabbiate: dal sabotaggio dei gasdotti Nord Stream del settembre 2022 (l’inchiesta tedesca è “congelata” nonostante siano già stati individuati responsabilità e modalità) agli attacchi dinamitardi ad almeno una quindicina di petroliere russe della “flotta ombra” (la metaniera «Arctic Metagaz» è alla deriva tra Malta e Lampedusa dal 3 marzo scorso), e anche Weapon Watch si è occupata dell’attentato alla «Seajewel» del febbraio 2025 davanti al porto di Vado Ligure (la Procura di Genova ha aperto un’indagine per atto di terrorismo che sembra essersi opportunamente arenata…).