Dal blog https://www.labottegadelbarbieri.org/
di jolek78
Era un venerdì sera qualsiasi. Il pacco era arrivato dal corriere quella mattina, ma io l’avevo aperto solo dopo cena, con quella cerimonia silenziosa che faccio ogni volta che arriva dell’hardware nuovo – come se aprire una scatola velocemente fosse una forma di mancanza di rispetto nei confronti dell’oggetto. Dentro c’era un HUNSN 4K. Piccolo, quasi ridicolmente piccolo. Un mini pc in un fattore di forma che ci stava nel palmo di una mano. Lo misi sul tavolo, lo guardai. Lo guardai ancora. E poi mi venne in mente una cosa scomoda. L’avevo ordinato da un rivenditore cinese, con carta di credito, tramite un’infrastruttura di pagamento completamente tracciabile, da uno degli ecosistemi commerciali più centralizzati e sorvegliati che esistano. Per costruire un homelab che mi permettesse di uscire dagli ecosistemi centralizzati e sorvegliati.
La cosa divertente – divertente nel senso che fa ridere, ma male… – è che non sono il solo. Ogni giorno, in qualche posto del mondo, qualcuno ordina un mini-PC, un Raspberry Pi, uno switch gestito con Mikrotik, con l’obiettivo dichiarato di riprendere il controllo della propria vita digitale. Lo si ordina su Alibaba, lo si paga con PayPal, si aspetta il corriere. E non vede niente di strano in tutto questo, perché la contraddizione è talmente strutturale da essere diventata invisibile. Questo articolo è un tentativo di renderla di nuovo visibile. Senza soluzioni facili, perché non ne ho. E quando mai…
La promessa dell’homelab
Quando, nel 2019, ho cominciato a self-hostare praticamente tutto – Nextcloud (da sempre su Raspberry Pi, prima RPi3 poi RPi4), Jellyfin, Navidrome, FreshRSS e circa altri venticinque servizi su Proxmox LXC, ciascuno con il proprio daemon Docker isolato – l’ho fatto con una motivazione precisa: volevo sapere dove stavano i miei dati, chi poteva leggerli, e avere la possibilità di spegnerli io se ne avessi avuto voglia. Non quando un’azienda decide di cancellare un servizio, non quando qualcun altro cambia i termini di licenza. Io. Questo avvenne a seguito di una lunga riflessione su me stesso, sul lavoro che facevo/faccio, e sulla società tecnologica in cui vivo. È una scelta ideologica prima ancora che tecnica. La tecnologia come strumento di autonomia invece che di controllo, l’infrastruttura come qualcosa che possiedi invece di qualcosa che ti possiede. Spero che nessuno si spaventi se dico che, in parte, alcune di queste riflessioni sono partite dalla lettura del Manifesto di Theodore Kaczynski, per poi finire, ovviamente, a fonti più autorevoli.
Sì, sono matto, ma non così tanto…
Quando si paga un abbonamento a un servizio cloud, la transazione non finisce nel momento in cui autorizzi il pagamento elettronico. Shoshana Zuboff, nel suo The Age of Surveillance Capitalism, chiama questo meccanismo behavioral surplus: i dati comportamentali che vengono estratti oltre quello che serve per fornire il servizio, e rivenduti come materia prima predittiva.
Under the regime of surveillance capitalism, however, the first text does not stand alone; it trails a shadow close behind. The first text, full of promise, actually functions as the supply operation for the second text: the shadow text. Everything that we contribute to the first text, no matter how trivial or fleeting, becomes a target for surplus extraction. That surplus fills the pages of the second text. This one is hidden from our view: “read only” for surveillance capitalists.19 In this text our experience is dragooned as raw material to be accumulated and analyzed as means to others’ market ends. The shadow text is a burgeoning accumulation of behavioral surplus and its analyses, and it says more about us than we can know about ourselves. Worse still, it becomes increasingly difficult, and perhaps impossible, to refrain from contributing to the shadow text. It automatically feeds on our experience as we engage in the normal and necessary routines of social participation.
Nel regime del capitalismo della sorveglianza, tuttavia, il primo testo non è isolato; si trascina dietro un’ombra. Il primo testo, pieno di promesse, funziona in realtà come l’operazione di approvvigionamento per il secondo testo: il testo ombra. Tutto ciò che contribuiamo al primo testo, per quanto banale o fugace, diventa un obiettivo per l’estrazione del surplus. Quel surplus riempie le pagine del secondo testo. Questo è nascosto alla nostra vista: “sola lettura” per i capitalisti della sorveglianza. In questo testo la nostra esperienza viene arruolata come materia prima da accumulare e analizzare come mezzo per i fini di mercato altrui. Il testo ombra è un accumulo fiorente di surplus comportamentale e delle sue analisi, e dice di noi più di quanto possiamo sapere di noi stessi. Peggio ancora, diventa sempre più difficile, e forse impossibile, astenersi dal contribuire al testo ombra. Si nutre automaticamente della nostra esperienza mentre ci impegniamo nelle normali e necessarie routine di partecipazione sociale.
Non sei il cliente del sistema – sei la sua produzione. Le tue abitudini, i tuoi orari, le tue preferenze, le tue esitazioni prima di cliccare su qualcosa: tutto questo viene raccolto, modellato, venduto. La transazione non è mensile: è continua, invisibile, e non finisce mai finché usi il servizio. Con l’hardware, in linea di principio, la transazione è unica: compri, paghi, finisce, è tuo. Il disco è nella tua stanza, non su un server soggetto a richieste governative, breach di sicurezza, o decisioni di business che non ti riguardano ma impattano sull’accesso a quei servizi. Questa distinzione – tra strumento che usi e il sistema che ti usa – è la posta in gioco reale dell’homelab. Non è questione di risparmio, non è questione di prestazioni. È questione di chi controlla cosa.
Il problema è che costruire questa infrastruttura richiede hardware, tempo, conoscenze e risorse. L’hardware viene da qualche parte, il tempo, le conoscenze e le risorse energetiche vengono da un privilegio non concesso a tutti.
Il mercato che non avevo visto
Cercate “mini PC homelab” su qualsiasi marketplace. Quello che trovate è un ecosistema produttivo esploso negli ultimi cinque anni in modo che onestamente non mi aspettavo.
MINISFORUM, Beelink, Trigkey, Geekom, GMKtec. Zimaboard, con la sua estetica da single-board pensata esplicitamente per chi vuole rack casalinghi. Raspberry Pi e la galassia di cloni – Orange Pi, Rock Pi, Banana Pi. Switch gestiti con Mikrotik a prezzi accessibili. Case rack formato 1U da montare sotto la scrivania. SSD M.2 NVMe con TBW calcolati per workload da piccoli server. Alimentatori silenziosi progettati per girare 24/7. Un mercato costruito da zero, che esiste precisamente perché esiste una community di persone che vuole fare girare server in casa. r/homelab e r/selfhosted su Reddit hanno rispettivamente circa 2,8 e 1,7 milioni di iscritti – numeri pubblicamente verificabili, e in crescita. YouTube è pieno di canali dedicati. C’è un’intera economia dell’attenzione costruita intorno alla “fuga” dall’economia dell’attenzione.
Ma vale la pena chiedersi: chi ha costruito questo mercato, e perché. MINISFORUM e Beelink non esistono per simpatia ideologica verso il movimento homelab. Esistono perché hanno identificato un segmento redditizio e lo hanno servito con precisione industriale. Kate Crawford, in Atlas of AI, documenta come le supply chain tecnologiche seguano la domanda di nicchia con la stessa efficienza con cui seguono quella di massa: fabbriche nel Guangdong ottimizzano le linee di produzione non per una visione del mondo, ma per un margine. Il fatto che il prodotto risultante soddisfi anche un’esigenza ideologica è, dal punto di vista del produttore, irrilevante.
The Victorian environmental disaster at the dawn of the global information society, shows how the relations between technology and its materials, environments, and labor practices are interwoven. Just as Victorians precipitated ecological disaster for their early cables, so do contemporary mining and global supply chains further imperil the delicate ecological balance of our era.
Il disastro ambientale vittoriano, agli albori della società globale dell’informazione, dimostra come le relazioni tra tecnologia e materiali, ambiente e pratiche lavorative siano intrinsecamente intrecciate. Proprio come i vittoriani provocarono un disastro ecologico con i loro primi cavi, così le attività minerarie contemporanee e le catene di approvvigionamento globali mettono ulteriormente a repentaglio il delicato equilibrio ecologico della nostra epoca.
Il meccanismo era stato descritto con precisione teorica già nel 1999 da Luc Boltanski ed Ève Chiapello ne Le nouvel esprit du capitalisme. La loro tesi: il capitalismo non viene mai sconfitto dalla critica – viene incorporato. Quando una critica diventa abbastanza diffusa, il sistema la assorbe e la trasforma in segmento di mercato. La critica artista degli anni Sessanta – autonomia, autenticità, rifiuto della standardizzazione – è diventata il marketing dell’economia creativa. La critica alla centralizzazione digitale – sovranità, privacy, controllo – è diventata un catalogo online da sfogliare.
La resistenza è diventata un segmento di mercato. Ogni volta che qualcuno acquista un HUNSN per smettere di pagare abbonamenti a servizi che non controlla, una fabbrica nel Guangdong vende un HUNSN. Il capitalismo non è stato sconfitto – ha spostato (almeno per una piccola fascia di popolazione: i nerd, gli hacker) il punto di estrazione dagli abbonamenti all’hardware.
La sindrome dell’accumulo
C’è però un livello ulteriore, più ridicolo e più personale, di cui nelle community non si parla mai apertamente ma che chiunque abbia un homelab riconosce immediatamente. Il Raspberry Pi 4 comprato “per un progetto”. Il vecchio Thinkpad tenuto perché “non si sa mai”. Il disco da 4TB recuperato da un NAS dismesso – e che “potrebbe tornare utile”. Lo switch di seconda mano preso su eBay a diciotto euro perché costava poco e magari serve. I cavi, i cavi, i cavi.
r/homelab ha un termine per questo: just in case hardware. È l’hardware del futuro immaginario, dei progetti che esistono solo nella testa, delle configurazioni che un giorno – un giorno – finalmente testerai. Nel frattempo occupa uno scaffale, consuma corrente in standby, e genera un senso diffuso di possibilità che è indistinguibile dal consumismo più classico. Il meccanismo psicologico sottostante ha un nome preciso: compensatory consumption, il consumo come risposta a una perdita percepita di autonomia o controllo. Compri hardware perché comprare hardware ti dà la sensazione di recuperare agency su qualcosa. L’estetica è diversa dal consumismo tradizionale – niente logotipi di lusso, niente status symbol riconoscibili – ma il meccanismo è identico.
Detto questo, c’è una risposta parzialmente onesta a tutto questo: il mercato dell’usato e del refurbished. Il Thinkpad X230 su eBay, il server Dell R720 dismesso da un datacenter, il disco di qualcuno che ha aggiornato il proprio NAS. Il mio NAS ZFS, per dirne una, è una vecchia tower riciclata con quattro dischi da 1TB in RAIDZ – hardware che altrimenti sarebbe finito in discarica, con un ciclo di vita prolungato di anni, senza generare nuova domanda di produzione. È più vicino all’etica della riparazione che all’acquisto compulsivo. Ma ha la sua contraddizione interna: richiede ancora più competenza tecnica del nuovo – saper valutare uno stato di usura, diagnosticare un componente sconosciuto, gestire driver di dieci anni fa. La barriera d’ingresso sale ulteriormente. E il mercato del refurbished è ormai esso stesso un settore commerciale organizzato, con i suoi margini, le sue piattaforme, le sue logiche di pricing. Non è una via d’uscita pulita. È una via d’uscita meno sporca.
E poi c’è la questione energetica, che di solito viene ignorata nelle discussioni sull’homelab e che invece è la più scomoda di tutte – abbastanza scomoda da meritare di tornarci in modo più approfondito più avanti. Per ora basti dire: ogni macchina sul vostro scaffale che “consuma in standby” è una voce nel conto energetico che il movimento homelab raramente mette in bilancio.
Non è per tutti. E non dovrebbe essere così.
C’è un secondo livello del paradosso che è ancora più scomodo del primo. Per costruire un homelab ci vogliono soldi – relativamente pochi, ma ci vogliono. Ci vuole spazio fisico. Ci vuole una connessione decente. E ci vuole tempo. Molto tempo. Non il tempo di installazione – quello è misurabile, finito. Il tempo di apprendimento che precede tutto il resto. Per arrivare al punto in cui riesci a mettere in piedi un’infrastruttura funzionante con Proxmox, container LXC, autenticazione centralizzata, reverse proxy, backup automatici – devi aver già passato anni a capire come funziona Linux, come si ragiona su reti e permessi, come si legge un log. Io che ho cominciato con una Red Hat nel 1997, e ho impiegato quasi trent’anni per arrivare dove sono, lo dovrei sapere. Eppure mi sfugge sempre. E quel tempo non è caduto dal cielo. È tempo che ho potuto dedicare perché avevo un certo tipo di lavoro, una certa stabilità, una certa quantità di energia mentale rimasta a fine giornata. È tempo da classe media con posizione stabile, o quasi, non di chi fa tre turni a settimana in un magazzino. La passione non basta.
Johan Söderberg lo documenta in Hacking Capitalism: il movimento FOSS nasce come resistenza al capitalismo, ma riproduce al proprio interno gerarchie di skill e merito che lo rendono strutturalmente esclusivo. La libertà è tecnicamente disponibile per chiunque, ma l’accesso effettivo richiede risorse distribuite in modo tutt’altro che democratico. Söderberg va però oltre la semplice osservazione sull’esclusività: il lavoro volontario open source produce valore d’uso – software funzionante, documentazione, supporto comunitario – che il capitale poi estrae come *valore di scambio* senza remunerare chi lo ha prodotto. Red Hat costruisce un’azienda da miliardi su un kernel scritto in gran parte da volontari. Non è solo che non tutti possono entrare: è che chi entra spesso lavora per qualcuno senza saperlo. L’homelab eredita questo problema e lo amplifica.
The narrative of orthodox historical materialism corresponds with some very popular ideas in the computer underground. It is widely held that the infinite reproducibility of information made possible by computers (forces of production) has rendered intellectual property (relations of production, superstructure) obsolete. The storyline of post-industrial ideology is endorsed but with a different ending. Rather than culminating in global markets, technocracy and liberalism, as Daniel Bell and the futurists would have it; hackers are looking forward to a digital gift economy and high-tech anarchism. In a second turn of events, hackers have jumped on the distorted remains of Marxism presented in information-age literature, and, while missing out on the vocabulary, ended up promoting an upgraded Karl Kautsky-version of historical materialism.
La narrazione del materialismo storico ortodosso coincide con alcune idee molto diffuse nell’ambiente informatico underground. È opinione diffusa che l’infinita riproducibilità delle informazioni resa possibile dai computer (forze di produzione) abbia reso obsoleta la proprietà intellettuale (rapporti di produzione, sovrastruttura). La narrazione dell’ideologia post-industriale viene avallata, ma con un finale diverso. Invece di culminare in mercati globali, tecnocrazia e liberalismo, come auspicavano Daniel Bell e i futuristi, gli hacker guardano con ottimismo a un’economia digitale del dono e a un anarchismo high-tech. In un secondo sviluppo, gli hacker si sono aggrappati ai resti distorti del marxismo presentati nella letteratura dell’era dell’informazione e, pur non padroneggiando il vocabolario, hanno finito per promuovere una versione aggiornata del materialismo storico di Karl Kautsky.
Questa non è una stranezza del movimento homelab: è una struttura ricorrente in ogni ondata tecnologica. Langdon Winner, nel suo influente saggio Do Artifacts Have Politics? argomentava che le scelte tecnologiche non sono mai neutrali – incorporano strutture di potere, distribuiscono accesso in modo non casuale. La radio amatoriale negli anni Venti, il personal computer negli anni Ottanta, internet negli anni Novanta: ogni volta la promessa era democratizzante, ogni volta la distribuzione effettiva ha seguito le linee del privilegio preesistente. Non per malevolenza, ma per struttura. L’ironia è questa: chi avrebbe più bisogno di autonomia digitale – chi non può permettersi abbonamenti, chi vive sotto governi che sorvegliano le comunicazioni, chi è più esposto alla raccolta di dati – è esattamente chi ha meno probabilità di poter costruire un homelab. Non per mancanza di interesse o intelligenza. Per mancanza di tempo, di soldi, di anni di esposizione privilegiata alla tecnologia.
Nelle community homelab di solito non si parla di questo. Si parla di quale mini-PC comprare, di come ottimizzare il consumo energetico, di quale distro usare come base. La conversazione sull’esclusività strutturale esiste, ma ai margini – su Jacobin, su Logic Magazine, nell’attivismo dell’EFF – mentre il centro del discorso resta impermeabile. Non è che nessuno ne parli: è che ne parlano le periferie, e le periferie non dettano l’agenda. Tutta questa conversazione avviene in una stanza a cui non tutti hanno il biglietto d’ingresso. E chi ci sta dentro non sembra trovarlo particolarmente problematico.
Un cosplay tecnologico?
Quindi tutta la faccenda è una presa in giro? L’homelab è solo cosplay anti-capitalista mentre si continua a finanziare le stesse catene di approvvigionamento? In parte sì.
Il HUNSN 4K è stato progettato in Cina, assemblato in Cina, spedito via container su navi che bruciano bunker fuel. Il trasporto marittimo globale è responsabile di circa il 2,5% delle emissioni globali di CO₂ – una quota che l’IMO (International Maritime Organization) cerca da anni di ridurre con progressi lenti e target continuamente rinviati. Poi: distribuito tramite Alibaba, pagato con carta di credito. Ogni pezzo di hardware tecnologico porta con sé una catena estrattiva che inizia nelle miniere di litio in Bolivia e di cobalto nella Repubblica Democratica del Congo, passa per le fabbriche nel Guangdong, e finisce nei centri di smaltimento elettronico in Ghana. L’hardware percorre quella filiera esattamente come un qualsiasi altro dispositivo consumer. Inoltre, l’hardware ha un ciclo di vita. Tra cinque anni il HUNSN 4K sarà troppo lento, o si romperà, o uscirà qualcosa con un’efficienza energetica troppo migliore per ignorarla. E comprerò di nuovo. Il mercato dei mini-PC per homelab dipende dall’obsolescenza degli acquisti precedenti – esattamente come qualsiasi altro mercato consumer.
La critica al capitalismo, quando è abbastanza diffusa, non viene soppressa – viene incorporata. Il sistema assorbe i valori della resistenza e li trasforma in segmento di mercato. L’autonomia diventa selling point. La decentralizzazione diventa brand. Il ribelle che voleva uscire dal sistema si ritrova a finanziare un nuovo verticale dello stesso sistema, convinto di fare una scelta etica.
Il controcampo
Però c’è una differenza strutturale che sarebbe disonesto ignorare.
Quando paghi un abbonamento a un servizio cloud, il costo non è solo il canone mensile. È la cessione continuativa di dati, comportamenti, abitudini. È il behavioral surplus di cui parla Zuboff: non sei tu che usi un servizio, sei tu che vieni usato come materia prima per addestrare modelli, costruire profili, vendere pubblicità. La transazione non finisce mai, in modi che spesso non vedi e a cui non puoi sottrarti fintanto che usi il servizio.
Con l’hardware, la transazione finisce. I dati restano su disco fisico nella tua stanza, non su un server soggetto a richieste governative, breach, o decisioni di business che non ti riguardano ma impattano sulla tua vita. Il software che ci gira sopra – Proxmox, Debian, Nextcloud, Jellyfin – è open source, puoi modificarlo. Se qualcosa cambia in modo che non accetti, puoi andartene. Questa resilienza ha un valore reale – ma vale la pena notare che è una resilienza asimmetrica: funziona per chi ha le competenze per esercitarla. Per chi non ce le ha, la portabilità teorica dei propri dati da Nextcloud a qualcosa d’altro richiede esattamente le stesse skill che abbiamo già identificato come barriera d’ingresso. La libertà di uscire è reale. L’accesso a quella libertà, molto meno.
E poi c’è la questione energetica, che ho rimandato abbastanza. I grandi hyperscaler – AWS, Google, Azure – operano con un PUE (Power Usage Effectiveness) tra 1,1 e 1,2. Per ogni watt di computazione utile disperdono appena 0,1-0,2 watt in calore e infrastruttura. Hanno economie di scala enormi, raffreddamento industriale ottimizzato, investimenti significativi in energia rinnovabile, e soprattutto: i loro server girano a utilization rate altissimi. Quasi sempre occupati.
Un homelab domestico funziona in modo radicalmente diverso. La macchina gira 24/7 anche quando non fa niente – e per la maggior parte del tempo non fa niente. Navidrome che serve tre richieste al giorno, FreshRSS che fa fetch ogni ora, un container LDAP che resta in ascolto senza ricevere connessioni. Si sta pagando energeticamente l’infrastruttura a prescindere dall’utilizzo. Il PUE implicito di un homelab, calcolato onestamente sul rapporto tra consumo totale e workload effettivo, è molto peggiore di quello di un datacenter. I dati IEA (Data Centres and Data Transmission Networks, aggiornato annualmente) mostrano che i grandi cloud provider migliorano progressivamente l’efficienza energetica grazie a economie di scala che nessun homelab individuale può replicare. Il rovescio della medaglia è che quella stessa crescita della domanda che rende possibili le economie di scala vanifica i guadagni di efficienza: le emissioni assolute di Amazon sono aumentate tra il 2023 e il 2024 nonostante il miglioramento del PUE. L’efficienza migliora. Il consumo totale cresce comunque. È il paradosso di Jevons: l’efficienza energetica, invece di ridurre i consumi, li aumenta, perché abbassa il costo marginale dell’uso e stimola una domanda che cresce più velocemente dei guadagni di efficienza.
Nota: Il confronto però non è così lineare come i numeri suggeriscono. Il PUE misura l’efficienza interna di un datacenter, non il costo energetico del traffico di rete che i dati generano ogni volta che escono da esso – e che un homelab elimina quasi completamente per i servizi interni. Né misura la proporzione: AWS è efficiente nell’erogare servizi a milioni di utenti, ma quella scala non dice nulla sul costo reale di conservare cinquanta gigabyte di dati personali su un server progettato per carichi mille volte superiori. Un HUNSN N100 in idle consuma meno di 8 watt. Il confronto energetico onesto non è homelab vs hyperscaler in astratto – è homelab vs quota proporzionale di hyperscaler per il tuo specifico workload, un calcolo che nessuno riesce a fare con i dati pubblici disponibili.
Questo non significa automaticamente che il cloud sia la scelta eticamente corretta – il problema non si riduce al PUE, e la sorveglianza ha costi che non si misurano in kilowatt. Significa che chi ha valori SolarPunk e sceglie l’homelab deve fare i conti con una contraddizione reale: la scelta di sovranità può essere, watt per watt, energeticamente più costosa del sistema da cui si vuole uscire. Non ho una risposta pulita, ma ignorare la domanda sarebbe disonesto. Söderberg riconosce che il movimento FOSS ha prodotto guadagni concreti e impossibili da negare – semplicemente non bastano, da soli, a sovvertire le dinamiche del capitalismo informazionale.
In sostanza: non è una critica all’homelab, ma è una critica all’homelab presentato come atto rivoluzionario sufficiente.
Cosa succede alle undici di sera – e oltre
Quella notte, col HUNSN 4K sul tavolo, poi, sono andato avanti. Ho installato Proxmox. Ho configurato la rete. Ho cominciato a tirare su i container uno a uno. E a un certo punto – erano passate tre ore, avevo tre terminali aperti e stavo debuggando nslcd per centralizzare l’autenticazione LDAP su tutti i container – mi sono reso conto di una cosa: stavo facendo tutto questo soltanto perché mi piaceva farlo. Non per resistere a qualcosa. Non per portare avanti un’agenda ideologica. Perché c’era un problema da risolvere e risolverlo mi dava soddisfazione. Mihaly Csikszentmihalyi descrive questo stato in Flow come assorbimento totale in un compito con difficoltà calibrata alle proprie competenze: il tempo si dilata, l’attenzione si restringe, la coscienza del contesto svanisce. Non è motivazione – è qualcosa di più immediato. Il debugging di un problema di autenticazione alle undici di sera su un sistema che avrei potuto non costruire è, neuropsicologicamente, indistinguibile dal piacere. Non dalla soddisfazione di aver finito: dal processo stesso. Inoltre, per un AuDHD come me, andare in hyperfocus permette di smarrire la dimensione del tempo, e di fuggire letteralmente da un mondo che si odia visceralmente.
Ah, non lo avevate capito ancora?
Quando avevo finito e chiuso tutto, la soddisfazione era ancora lì. Insieme a una consapevolezza un po’ scomoda: probabilmente avrei potuto usare un servizio hosted, vivere bene lo stesso, e non perdere tre ore di una notte feriale. Ma nel frattempo avevo capito come funzionava PAM, avevo letto documentazione che non avevo mai aperto, l’avevo implementata sul mio homelab, avevo imparato qualcosa che non sapevo di voler sapere.
E qui il cerchio si chiude in modo un po’ inquietante. Söderberg parla del lavoro volontario open source come produzione di valore d’uso puro – il piacere intrinseco del fare, del capire, del costruire qualcosa che funziona. Ma è esattamente questo valore d’uso che il capitale poi estrae come valore di scambio: la competenza che accumulo debuggando LDAP alle undici di sera è la stessa che porto al lavoro il giorno dopo, che metto in articoli come questo, che condivido in community dove altri la usano per costruire i loro homelab. Il piacere tecnico non è neutro. Ha una catena di produzione. Non sempre visibile, ma reale.
Ecco cosa è l’homelab, almeno per me: un modo di imparare che produce come effetto collaterale un’infrastruttura che controllo. L’ideologia c’è, ma viene dopo. Prima viene il piacere di capire come funziona una cosa. O meglio: ideologia e piacere sono intercambiabili, e spesso vanno in parallelo, ma questo non risolve nessuna delle contraddizioni che ho descritto sopra – le lascia tutte in piedi, anzi le rende più strane. Sto resistendo al capitalismo o sto solo coltivando un hobby costoso con un’estetica politica?
L’etica hacker
La parola “hacker” ha avuto una cattiva stampa per decenni. Nei telegiornali degli anni Novanta era sinonimo di criminale informatico in felpa con cappuccio; nel gergo delle aziende di sicurezza è diventato un termine di marketing da anteporre a qualsiasi cosa. Né l’uno né l’altro hanno molto a che fare con quello che la parola significa storicamente. Steven Levy, in Hackers: Heroes of the Computer Revolution, ricostruisce la cultura che si formò intorno ai laboratori del MIT e di Stanford negli anni Sessanta: una comunità di programmatori per cui il codice era un oggetto estetico, l’accesso all’informazione un principio morale, e la competenza tecnica l’unica gerarchia legittima. I principi che Levy identifica come “hacker ethic” sono precisi: l’accesso ai computer – e a qualsiasi cosa possa insegnarti come funziona il mondo – dovrebbe essere illimitato e totale. Tutta l’informazione dovrebbe essere libera. I sistemi decentralizzati sono preferibili a quelli centralizzati. Gli hacker dovrebbero essere giudicati per quello che producono, non per titoli, età, razza o posizione. Si può creare arte e bellezza con un computer.
Non è un manifesto politico nel senso tradizionale. È qualcosa di più viscerale – una disposizione verso il mondo, un modo di stare di fronte a un sistema che non capisci ancora: la risposta corretta è smontarlo, capire come funziona, e rimetterlo insieme meglio di prima.
Pekka Himanen, nel suo The Hacker Ethic and the Spirit of the Information Age – con prefazione di Linus Torvalds e epilogo di Manuel Castells, il che già dice qualcosa sull’ambizione del progetto – compie un’operazione teorica più esplicita. Costruisce l’etica hacker in diretta opposizione all’etica protestante del lavoro descritta da Max Weber: dove Weber vedeva il lavoro come dovere, la disciplina come virtù, e il tempo libero come assenza di produzione, Himanen identifica nell’hacker una figura che lavora per passione, considera il gioco parte integrante del lavoro, e rifiuta la separazione netta tra tempo produttivo e tempo libero. L’hacker non lavora per il denaro – il denaro è un effetto collaterale, quando arriva. Lavora perché il problema è interessante. Perché la soluzione elegante ha un valore in sé. Perché capire come funziona una cosa è, di per sé, sufficiente.
Hacker activity is also joyful. It often has its roots in playful explorations. Torvalds has described, in messages on the Net, how Linux began to expand from small experiments with the computer he had just acquired. In the same messages, he has explained his motivation for developing Linux by simply stating that “it was/is fun working on it.”Tim Berners-Lee, the man behind the Web, also describes how this creation began with experiments in linking what he called “play programs.”Wozniak relates how many characteristics of the Apple computer “came from a game, and the fun features that were built in were only to do one pet project, which was to program … [a game called] Breakout and show it off at the club.”
Anche l’attività degli hacker è fonte di gioia. Spesso affonda le sue radici in esplorazioni ludiche. Torvalds ha descritto, in alcuni messaggi online, come Linux abbia iniziato a svilupparsi a partire da piccoli esperimenti con il computer che aveva appena acquistato. Negli stessi messaggi, ha spiegato la sua motivazione nello sviluppo di Linux affermando semplicemente che “era/è divertente lavorarci”. Tim Berners-Lee, l’uomo dietro il Web, descrive anch’egli come questa creazione sia iniziata con esperimenti di collegamento di quelli che lui chiamava “programmi di gioco”.Wozniak racconta come molte caratteristiche del computer Apple “provenissero da un gioco, e le funzioni divertenti integrate servivano solo per un progetto personale, ovvero programmare… [un gioco chiamato] Breakout e mostrarlo al club”.
Riconoscete qualcosa? Io sì. Quelle tre ore a debuggare nslcd alle undici di sera non erano lavoro nel senso weberiano – nessuno mi pagava, nessuno mi aveva chiesto di farlo, non c’era un obiettivo aziendale da raggiungere. Erano hacking nel senso preciso che Levy e Himanen descrivono: esplorazione motivata dalla curiosità, con l’infrastruttura come oggetto di studio oltre che di utilità. L’homelab è, culturalmente, un’espressione diretta dell’etica hacker. Non è una coincidenza che le community homelab e le community open source si sovrappongano quasi perfettamente, che usino lo stesso linguaggio, le stesse piattaforme, gli stessi valori. Ma qui, come altrove in questo articolo, la storia si complica.
L’etica hacker promette una meritocrazia pura: vieni giudicato per quello che sai fare, non per chi sei. È un’idea attraente. È anche, nella pratica, una finzione parziale. La meritocrazia tecnica presuppone che tutti partano dallo stesso punto – che le competenze siano accessibili a chiunque voglia davvero acquisirle, che il tempo per acquisirle sia distribuito equamente, che le reti di mentorship e le risorse di apprendimento siano disponibili a prescindere dal contesto. L’homelab come pratica hacker eredita entrambe le cose: la genuinità della curiosità come motore, e l’esclusività strutturale come effetto collaterale non dichiarato. Il piacere di smontare un sistema per capire come funziona è reale e non va svalutato. Ma quel piacere è disponibile, nella pratica, a chi ha già il biglietto d’ingresso.
Conclusioni
Il HUNSN 4K gira, insieme agli altri “baracchini elettronici”, su un rack accanto alla mia poltrona, quella dove, a fine giornata, manifesto il mio guilty pleasure di leggere un libro in compagnia dei miei gatti. Proxmox, il server Nextcloud, il NAS ZFS, un serverino MINISFORUM dove gira Ollama con alcuni modelli LLM locali in open-weight, una Raspberry Pi 5 che fa girare il Tor Relay, e un HUNSN RJ15 con PFSense che controlla il traffico in entrata e in uscita. Una infrastruttura, insomma, che mi permette di avere qualcosa che assomiglia alla sovranità digitale nei limiti del possibile. Le contraddizioni che ho descritto non si risolvono. Si tengono insieme, a fatica, come si tiene insieme qualsiasi posizione intellettualmente complessa su un sistema complesso.
La prima: il mercato che ha reso possibile l’homelab accessibile è lo stesso mercato da cui l’homelab dovrebbe emanciparci. Se non ci fosse stata questa esplosione di mini-PC economici ed efficienti – se il capitalismo non avesse deciso di costruire esattamente quello che volevamo – quanti di noi avrebbero fatto lo stesso percorso? Quanta parte della nostra “scelta etica” dipende dall’esistenza di prodotti progettati e venduti esattamente per noi?
La seconda: la resistenza incorporata viene davvero depotenziata, o resta resistenza anche quando ci guadagna qualcuno? Boltanski e Chiapello descrivono il meccanismo di incorporazione, ma non sostengono che la critica perda ogni efficacia nel processo. Forse l’homelab è contemporaneamente un prodotto del sistema e una forma reale, se parziale, di sottrazione da esso. Le due cose non si escludono.
La terza: se l’autonomia digitale richiede decenni di competenze accumulate, abbastanza tempo libero da usarle, e abbastanza denaro per comprare l’hardware, stiamo costruendo un’alternativa democratica? O stiamo costruendo un club esclusivo con un’estetica ribelle, che riproduce le stesse gerarchie di privilegio che dice di voler combattere?
La quarta: la questione energetica non ha una risposta pulita, e il paradosso di Jevons la rende ancora più scomoda – perché vale in entrambe le direzioni. Il cloud migliora l’efficienza e aumenta i consumi totali. Un homelab consuma proporzionalmente di più, ma non alimenta la domanda che fa crescere quei consumi totali. Stiamo costruendo sovranità digitale o stiamo solo scegliendo dove posizionarci dentro una contraddizione che non si risolve a livello individuale?
Non lo so. Ma almeno so dove stanno i miei dati.
Fun Fact
L’articolo è stato scritto in Markdown usando un’istanza di Flatnotes che gira come CT container su Proxmox, ascoltando una playlist di symphonic metal servita da Navidrome – altro CT container – che pescava i file ogg da un NAS ZFS via share NFS. I libri citati erano in epub su Calibre Web. In background, Nextcloud su una Raspberry Pi 4 sincronizzava e backuppava tutto. Gli errori di ortografia me li ha corretti Qwen2.5, un modello LLM servito da Ollama sul MINISFORUM, accessibile in locale tramite oterm e Open WebUI. E tutto questo, controllato da un laptop con Linux.
Coincidenze? Io non credo.
Fonti e approfondimenti
Sull’etica hacker
– Steven Levy, Hackers: Heroes of the Computer Revolution, Anchor Press, 1984. La fonte storica primaria: ricostruisce la cultura hacker del MIT e di Stanford negli anni Sessanta e i principi che la fondavano.
– Pekka Himanen, The Hacker Ethic and the Spirit of the Information Age, Random House, 2001. La lettura teorica più ambiziosa dell’etica hacker, costruita in opposizione all’etica protestante del lavoro di Weber. Prefazione di Linus Torvalds, epilogo di Manuel Castells.
Sul paradosso FOSS, capitalismo e critica incorporata
– Luc Boltanski, Ève Chiapello, Le nouvel esprit du capitalisme, Gallimard, 1999.
Il framework teorico centrale dell’articolo: come il capitalismo incorpora la critica trasformandola in segmento di mercato. Indispensabile.
– Johan Söderberg, Hacking Capitalism: The Free and Open Source Software Movement, Routledge, 2008.
Sull’esclusività strutturale del FOSS e sulla tensione tra valore d’uso e valore di scambio nel lavoro volontario open source.
– Langdon Winner, Do Artifacts Have Politics?, Daedalus, 1980.
Sul fatto che le scelte tecnologiche non siano mai neutrali ma incorporino strutture di potere. Saggio breve, disponibile online.
– Yochai Benkler, The Wealth of Networks, Yale University Press, 2006.
L’ottimismo democratizzante sull’infrastruttura distribuita – utile come contropunto a Söderberg.
Disponibile integralmente online: http://www.benkler.org/Benkler_Wealth_Of_Networks.pdf
Sul capitalismo della sorveglianza e la distinzione cloud/hardware
– Shoshana Zuboff, The Age of Surveillance Capitalism, PublicAffairs, 2019.
Sul behavioral surplus e sul fatto che negli ecosistemi cloud l’utente non è il cliente ma la materia prima.
– Mihaly Csikszentmihalyi, Flow: The Psychology of Optimal Experience, Harper & Row, 1990.
Sul meccanismo psicologico dell’assorbimento totale nel problema tecnico – quello che succede alle undici di sera davanti a un terminale.
Sulla supply chain materiale della tecnologia
– Kate Crawford, Atlas of AI, Yale University Press, 2021
Ricostruisce sistematicamente la catena estrattiva dietro l’hardware tecnologico: miniere, fabbriche, smaltimento. Essenziale per capire cosa significa davvero comprare un mini-PC.
Sul digital divide e l’accesso all’autonomia digitale
– “Reclaiming the Computing Commons”, Jacobin, febbraio 2016:
https://jacobin.com/2016/02/free-software-movement-richard-stallman-linux-open-source-enclosure/
– Brookings Institution: “Fixing the global digital divide and digital access gap” (2024):
https://www.brookings.edu/articles/fixing-the-global-digital-divide-and-digital-access-gap/
Sul paradosso energetico
– IEA, Data Centres and Data Transmission Networks, rapporto annuale: https://www.iea.org/energy-system/buildings/data-centres-and-data-transmission-networks – Dati su PUE, consumo energetico e investimenti in rinnovabili dei grandi cloud provider. Il punto di partenza per chi vuole fare i conti onesti sul proprio homelab.
– ACM SIGARCH, “The Jevons Paradox: Why Efficiency Alone Won’t Solve Our Data Center Carbon Challenge”, luglio 2025: https://www.sigarch.org/the-jevons-paradox-why-efficiency-alone-wont-solve-our-data-center-carbon-challenge/ – Sul paradosso di Jevons applicato ai datacenter: perché l’efficienza energetica, senza gestione della domanda, non riduce i consumi totali.
Sulla sovranità digitale
– Weizenbaum Institut: “Digital Sovereignty – Fundamentals”: https://fundamentals.weizenbaum-institut.de/en/digital-sovereignty/








