Ex Ilva, il gioco dell’oca

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Guido Ruotolo8 Maggio 2026

È lui il colpevole, il mandante e il becchino di una stagione di speranze, sogni, cambiamenti. Si chiama Adolfo Urso. È il ministro delle Imprese e del Made in Italy. E non ha attenuanti. Non può dire “sono appena arrivato e ho ereditato un disastro dai precedenti governi”. Per l’inerzia e gli errori dei governi e degli amministratori, il mostro di acciaio arrugginito, con le sue lingue di fuoco, sta colando a picco, come in un film catastrofico una piattaforma petrolifera in una tempesta oceanica. Destino, fatalità, errore umano? Di certo la tragedia che si sta consumando con la ex Ilva di Taranto, adesso è figlia dell’irresponsabilità del governo.

La “retata” giudiziaria del 2012, per disastro ambientale, poteva essere l’occasione per cambiare, per sanare l’ambiente e rendere green la produzione. Invece, solo per parlare degli ultimi anni, l’allora ministro Carlo Calenda (giugno 2017) spinse l’ex Ilva verso il baratro, consegnando l’ex acciaieria a ciclo integrale più grande d’Europa nelle mani del colosso franco-indiano ArcelorMittal.

Oggi il governo Meloni è in causa con Arcelor-Mittal, per i danni provocati da una gestione che mirava solo a neutralizzare un concorrente straniero, cioè la stessa ex Ilva. Non immaginando che i “segreti” commerciali e di mercato dell’ex Ilva (“la rete di fornitori di materie prime”, soprattutto) erano la “ricchezza” che i franco-indiani volevano acquisire. E il gruppo siderurgico pubblico, diventato Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria, oggi è in vendita al maggior offerente.

Il paradosso è che la gara aperta dal ministro Urso si è trasformata in una strada senza uscita. Ma è mai possibile che i cultori del libero mercato infrangano loro stessi, e sempre di più, le regole del mercato?

Se si fa una gara, si devono rispettare le condizioni e i termini di scadenza. Invece, nel caso di Taranto, si allungano i tempi delle gare, e gli stessi termini, le condizioni per garantirsi l’acquisto. La prima gara di vendita fu bandita nel luglio 2024. Nel luglio 2025, con la nuova Aia (Autorizzazione integrata ambientale), furono cambiati i termini (otto milioni di produzione di tonnellate di acciaio all’anno, con tre forni elettrici a Taranto e uno a Genova. E gli impianti (3/4) di “preridotto” (il materiale metallico che nel forno elettrico si trasforma in acciaio).

Il termine della gara fu fissato a settembre. I tre concorrenti si ritirarono, così i termini della gara furono riaperti. E, per farla breve, l’ultima prorogatio scadeva ad aprile. Una settimana fa. I due concorrenti, il fondo americano Flacks e gli indiani di Jindal, non convincono, e il ministro Urso si è presentato due giorni fa in parlamento per rispondere a un question time. “La gara è aperta a nuovi soggetti e l’ipotesi di una cordata italiana (Arvedi) resta sullo sfondo”. Il giorno prima, il “Sole 24 ore” aveva annunciato “il piano B del governo”. La cordata italiana con Arvedi e il gruppo “Qatar Steel”.

Siamo al gioco dell’oca. Si ritorna al punto di partenza. Michele Riondino, attore, regista, coscienza critica di Taranto, non ci sta. La sua radicalità lo colloca in una posizione alternativa anche al movimento operaio e sindacale. E sembrano non esserci più margini di mediazione tra l’ambientalismo di una maggioranza di cittadini di Taranto, e le ragioni del movimento sindacale, che tuttavia tanta strada ha fatto sul terreno del diritto alla salute e all’ambiente sano. Mercoledì scorso, Michele Riondino – uno degli organizzatori del primo maggio (alternativo) di Taranto, un contro-appuntamento sempre di più nazionale – ha rilasciato un’intervista a “Radio Capital”. Tema, l’ex Ilva di Taranto: “È un catorcio di fabbrica che non produce acciaio, ma voti e tessere sindacali, materiale combustibile per campagne elettorali. Produce profitto individuale”.

Si chiede Riondino: “A cosa serve una fabbrica che non produce? Sicuramente a non dare lavoro, visto che oggi abbiamo più di cinquemila cassaintegrati che paghiamo noi contribuenti. I cinquemila cassaintegrati sono genitori, padri che anche emotivamente non contribuiscono alla crescita della società”. “Bonificare Taranto porta lavoro per trent’anni”.

Riondino chiede che i cassaintegrati partecipino a un programma di formazione, per essere i protagonisti della bonifica della città.

È vero che la posizione di Michele Riondino è “politicamente scorretta”. Ma non è nulla in confronto alle responsabilità del governo e del ministro Urso. Anche i sindacati sono esasperati dall’atteggiamento del governo.

I tre segretari nazionali di Fiom, Fim e Uilm lanciano un appello: “Riteniamo incomprensibile l’assoluta mancanza di confronto e di coinvolgimento, vista la situazione sempre più drammatica in cui versano migliaia di lavoratori e la totale incertezza e confusione sul futuro. Per questi motivi, chiediamo la convocazione del tavolo ex Ilva a palazzo Chigi”.

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