Per ora vince l’Iran con la “Dottrina Hormuz”

Dal blog https://www.remocontro.it

14 Maggio 2026 Piero Orteca

A Teheran giocano come il gatto col topo. Può sembrare incredibile ma, nella guerra scatenata dagli israelo-americani contro l’Iran, adesso le parti appaiono invertite: sono gli ayatollah a dare le carte, mentre Trump gira intorno al tavolo, sempre più trafelato. Il tempo lavora per loro. Hanno una strategia precisa e noi le abbiamo dato un nome.

Usa: altre brutte notizie

Il Presidente degli Stati Uniti si è finalmente accorto (o qualcuno gli ha dato la sveglia) che, continuando di questo passo, getterà a mare gli ultimi due anni del suo mandato, dopo le elezioni di Medio termine. Inguaiando Partito repubblicano, finanziatori, Borsa e tre quarti dei consumatori a stelle e strisce. Certo, nella dottrina “Maga” non ci si preoccupa granché di ciò che avviene all’estero, tuttavia siate sicuri che questo sfacelo “pandemico” scombussolerà anche il resto del pianeta.

In Iran, invece, tremila anni di storia hanno lasciato un’eredità indelebile. Che non dipende solo dai rapporti di forza, ma anche e soprattutto dalla cultura. Gli ayatollah (sciiti, ma anche persiani) hanno elaborato una loro strategia che, con un neologismo che piace tanto agli americani, potremmo definire “Dottrina Hormuz”, dato che fa perno sul collo di bottiglia che chiude il Golfo Persico. Proprio ieri, infatti, è arrivata la notizia che gli “strategist” di Mojtaba Khamenei speravano di sentire, per completare la botta relativa all’incremento dei prezzi al consumo (+ 3,8%) negli Usa.

L’economia americana a picco

Si tratta di un’altra legnata per le aspettative dell’economia americana, perché riguarda lo stratosferico rialzo dei prezzi alla produzione. Secondo il Dipartimento del Lavoro, siamo nell’ordine dell’1,4% solo ad aprile, rispetto a marzo. Cioè, quasi tre volte in più di quanto gli specialisti avevano pronosticato (+0, 5%).

“Il mese scorso – scrive allarmato il Wall Street Journal – l’inflazione all’ingrosso ha raggiunto il livello più alto degli ultimi anni, a dimostrazione di come il conflitto con l’Iran stia spingendo al rialzo i prezzi lungo tutta la catena di approvvigionamento. L’aumento di aprile ha portato il tasso di inflazione PPI (Producer Price Index) su base annua al 6%, il valore più alto da dicembre 2022. Secondo il rapporto PPI – aggiunge il Journal – a causa del protrarsi della chiusura dello Stretto di Hormuz, i prezzi all’ingrosso dell’energia sono aumentati del 7,8% ad aprile, rispetto a marzo”.

Stop, costi quel che costi

Ormai l’ondata di critiche anti-Trump sta diventando uno tsunami, perché quando dai paludati temi della filosofia morale e delle relazioni internazionali si scende fino alla carne viva (il borsellino) dei cittadini di tutte le estrazioni sociali, allora la catastrofe politica è dietro la prima curva. Si chiama “consenso” e Trump lo sta perdendo, in tutte le direzioni, a una velocità che stupisce anche i sondaggisti. 

Come lucidità di pensiero e azione, al suo confronto, l’ultimo Joe “Sleepy” Biden (quello che hanno “dimesso”) sembrava Otto Von Bismarck. Con prezzi all’ingrosso che viaggiano sul 6% annuo, l’inflazione al dettaglio nei prossimi mesi potrebbe avere una vampata di quelle storiche. Occhio, perché così sbilancerebbe ulteriormente sistemi economici che già oscillano tra stagnazione e recessione.

In definitiva, un massacro. E ancora non abbiamo parlato dell’effetto-domino dei dazi e manco delle rivolte (che ci saranno, urbi et orbi) quando bisognerà tagliare sul serio la spesa sociale, per finanziare il riarmo. Insomma, Trump ha un “fronte interno”, che il regime iraniano non ha, appunto perché esercita un potere repressivo. Dunque, Teheran si può permettere di condurre una guerra di logoramento, con una “curva di sopportazione” decisamente più alta di quella che tollerano gli elettori occidentali.

Né la Cia e né il Mossad sono stati in grado di organizzare una rivoluzione generale, che culminasse con un colpo di Stato. E, per la verità, non è che gli americani ci credessero molto. Chi ha studiato l’Iran da vicino e, in particolare, la lunga e micidiale guerra con l’Irak di Saddam Hussein, conosce benissimo il radicamento della teocrazia persiana sul territorio. Per scalzarlo militarmente, bisognerebbe fare una guerra sanguinosa sul terreno. Città dopo città. Chi si sente di sbrogliare questa matassa?

L’Iran detta le sue condizioni

La logica conseguenza della nostra analisi è che la strategia degli ayatollah finora sta pagando. In sostanza, non solo respingono gli ultimatum, ma avanzano delle controproposte dettando delle vere e proprie condizioni. Per la verità, il loro punto di vista potrebbe essere, in qualche modo, anche “interpretato” dalla stampa occidentale con qualche chiave di lettura non proprio congrua.

Noi, più semplicemente, ci affidiamo sempre al Teheran Times, organo, di fatto, del regime, che ne diventa la sua voce più affidabile.  “L’Iran – scrive il giornale degli ayatollah – ha ora formulato cinque richieste principali per avviare colloqui sul nucleare con gli Stati Uniti in una seconda fase di una proposta di pace. L’Iran afferma che gli Stati Uniti devono soddisfare queste richieste nella prima fase, se vogliono porre fine alla guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz:

  1.  La fine delle ostilità in tutto il Medio Oriente, inclusa la guerra israeliana contro il Libano;
  2. La revoca delle sanzioni contro l’Iran;
  3. Il risarcimento dei danni causati dalla guerra statunitense e israeliana contro l’Iran;
  4. Lo sblocco dei beni iraniani congelati;
  5. Il riconoscimento del diritto dell’Iran sullo Stretto di Hormuz.

L’Iran ha dimostrato resilienza, unità e capacità strategica nella difesa della propria sovranità”.

Il distillato della strategia iraniana

“Un’ulteriore escalation non solo aggraverebbe l’instabilità nella regione, ma esacerberebbe anche le tensioni economiche negli Stati Uniti, eroderebbe ulteriormente la fiducia del pubblico nella leadership di Trump e rappresenterebbe un serio rischio politico per i Repubblicani in vista delle elezioni di Medio termine di novembre. La diplomazia fondata sul realismo e sul rispetto, non sulla coercizione, rimane l’unica strada percorribile verso una stabilità duratura”.

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