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14 Mag , 2026|Giuseppe Gagliano
Dalla potenza navale alla guerra dei flussi
La storia insegna che il mare non è mai stato soltanto una distesa d’acqua. È stato strada, frontiera, ricchezza, rifugio, campo di battaglia, spazio di conquista e strumento di dominio. Chi controllava il mare controllava il commercio; chi controllava il commercio accumulava ricchezza; chi accumulava ricchezza poteva costruire flotte, finanziare eserciti, aprire colonie, imporre trattati, decidere la pace e la guerra.
Ma nel XXI secolo questa verità antica cambia forma. Non scompare, si complica. Oggi non basta più dire che una potenza domina i mari perché possiede più navi, più portaerei, più basi o più missili. La potenza marittima non consiste soltanto nella capacità di sconfiggere una flotta nemica. Consiste sempre di più nella capacità di garantire, deviare, rallentare o interrompere i flussi da cui dipende l’economia globale: petrolio, gas, merci, grano, semiconduttori, terre rare, cavi sottomarini, dati, assicurazioni, credito, logistica.
È qui che i passaggi obbligati del mare tornano al centro della storia. Gli stretti, i canali, i punti di strozzatura non sono più soltanto luoghi geografici. Sono interruttori della mondializzazione. Basta toccarli perché il sistema intero tremi. Hormuz, Malacca, Bab el-Mandeb, Suez, Bosforo, Gibilterra, Taiwan, Dover, Panama, il Capo di Buona Speranza, i passaggi artici: ognuno di questi nomi indica una porzione di mare, ma anche una vulnerabilità politica, economica e militare.
La globalizzazione ha costruito la propria fortuna sull’idea della fluidità. Navi sempre più grandi, porti sempre più automatizzati, tempi sempre più calcolati, catene produttive sempre più estese. Ma proprio questa efficienza ha creato una fragilità nuova. Quando tutto funziona, il mare sembra invisibile. Quando qualcosa si blocca, si scopre che il mondo moderno, con tutta la sua tecnologia, dipende ancora da rotte antiche e da passaggi stretti.
Mahan e la lezione della potenza marittima
Alfred Thayer Mahan aveva intuito alla fine dell’Ottocento ciò che le grandi potenze europee avevano già sperimentato nella pratica: la potenza mondiale nasce dal mare. La flotta non è un ornamento militare, ma la condizione della forza economica. Le rotte commerciali, le basi, i porti, i passaggi strategici, le colonie, la marina mercantile e quella da guerra formano un unico sistema.
Per Mahan, il mare era il grande spazio della competizione tra imperi. Chi riusciva a proteggere le proprie comunicazioni marittime e a minacciare quelle del nemico possedeva un vantaggio decisivo. La guerra non era soltanto scontro tra eserciti, ma lotta per mantenere aperte le proprie arterie e chiudere quelle altrui. In questo senso, il mare era già economia militarizzata.
Oggi questa intuizione resta valida, ma non basta più. Perché le rotte marittime non collegano soltanto imperi coloniali e mercati lontani. Collegano fabbriche distribuite su continenti diversi, catene produttive frammentate, sistemi energetici interdipendenti, piattaforme digitali, assicuratori, banche, porti automatizzati, reti di telecomunicazioni e interessi finanziari globali.
La nave che attraversa uno stretto non trasporta soltanto merci. Trasporta continuità industriale. Trasporta stabilità dei prezzi. Trasporta sicurezza alimentare. Trasporta equilibrio politico interno per governi che dipendono dall’energia importata o dalle esportazioni. È per questo che gli stretti sono diventati più importanti, non meno. La mondializzazione non li ha superati; li ha resi più vulnerabili.
Castex e la strategia come totalità
Raoul Castex aiuta a capire il passaggio successivo. Per lui la strategia navale non può essere separata dalla strategia generale dello Stato. Il mare non è un teatro isolato, abitato solo da ammiragli e flotte. È parte della politica nazionale, della diplomazia, dell’economia, dell’industria, della psicologia collettiva, della capacità di resistenza di un Paese.
Questa lezione è oggi decisiva. La crisi di uno stretto non è mai soltanto una crisi navale. Se Hormuz si blocca, non soffrono solo le marine militari: salgono i prezzi dell’energia, aumentano i costi di produzione, tremano le borse, si complicano i bilanci pubblici, cresce l’inflazione, si indeboliscono governi lontani migliaia di chilometri. Se Suez viene minacciato, non è solo l’Egitto a essere coinvolto: l’Europa deve ripensare le proprie forniture, le compagnie assicurative aumentano i premi, le navi allungano le rotte, i porti subiscono ritardi, le industrie ricevono componenti in ritardo.
Il mare, dunque, non è una periferia del potere. È il sistema nervoso della potenza contemporanea. La sua interruzione produce dolore in parti del corpo politico ed economico che sembravano lontane. Un colpo in un punto di strozzatura può avere effetti a catena su continenti interi.
Da questo punto di vista, Castex è più attuale di quanto sembri. Aveva compreso che la marina non combatte mai da sola: combatte dentro una strategia generale. Oggi potremmo dire che anche una nave commerciale non naviga mai da sola: naviga dentro una strategia globale fatta di produzione, energia, finanza, sicurezza e diplomazia.
Gli stretti come dogane della potenza
Il XXI secolo sta trasformando i passaggi marittimi in dogane politiche della mondializzazione. Non basta che una rotta esista. Bisogna che sia sicura, assicurabile, prevedibile, accettata dagli attori regionali, protetta da una forza credibile e inserita in un quadro giuridico stabile.
Quando una di queste condizioni viene meno, il mare si restringe. Non fisicamente, ma politicamente. La nave può ancora passare, ma il suo passaggio diventa più caro, più rischioso, più lento, più incerto. E l’incertezza è già una forma di potere.
Chi controlla uno stretto non deve necessariamente chiuderlo. Può fare qualcosa di più sottile: può minacciare di chiuderlo, può rallentare il traffico, può imporre ispezioni, può rendere più costosa l’assicurazione, può costringere le navi a cambiare rotta, può creare un clima di rischio tale da modificare i calcoli delle imprese e degli Stati.
È questa la nuova arte della coercizione marittima. Non sempre serve sparare. A volte basta rendere il mare meno affidabile. La potenza non si esprime solo con la battaglia navale, ma con la capacità di alterare le aspettative. Il traffico mondiale vive di regolarità; la strategia vive spesso di incertezza. Chi introduce incertezza nei flussi controlla una parte del sistema.
Hormuz, il laboratorio della nuova guerra economica
Il caso di Hormuz è emblematico. Per decenni lo stretto è stato considerato una delle grandi vulnerabilità dell’economia mondiale. Una parte essenziale del petrolio e del gas naturale liquefatto passa da lì. È una cerniera tra Golfo Persico e Oceano Indiano, tra produttori energetici e consumatori asiatici ed europei. Ma oggi Hormuz non è soltanto un luogo di transito. È un campo di pressione politica.
Quando l’Iran minaccia Hormuz, non minaccia solo il traffico marittimo. Minaccia la stabilità dei mercati energetici, la tranquillità delle economie asiatiche, la sicurezza degli alleati degli Stati Uniti, la credibilità della protezione americana nel Golfo. Teheran sa di non poter competere simmetricamente con Washington sul piano navale. Non può mettere in mare una flotta equivalente a quella statunitense. Ma può usare la geografia come moltiplicatore di potenza.
Qui si vede il passaggio dalla vecchia alla nuova geopolitica del mare. Nel modello classico, la domanda era: chi controlla il mare? Nel modello attuale, la domanda diventa: chi può rendere instabile il flusso? Una potenza inferiore può compensare la propria debolezza con missili costieri, mine, droni, unità veloci, guerra elettronica, forze speciali, attacchi informatici contro infrastrutture portuali, minacce contro petroliere e capacità di intimidazione.
Questo non dà necessariamente la vittoria. Ma dà potere negoziale. L’Iran non deve dominare l’Oceano Indiano. Gli basta poter rendere Hormuz problematico. Nella guerra economica contemporanea, spesso non serve controllare tutto: basta disturbare il punto giusto.
Bab el-Mandeb, Suez e la fragilità europea
Lo stesso vale per Bab el-Mandeb e Suez. La crisi del Mar Rosso ha mostrato che un attore non statale o semi-statale può condizionare una delle principali arterie commerciali del pianeta. Gli attacchi contro le navi hanno obbligato molte compagnie a deviare verso il Capo di Buona Speranza, allungando tempi, costi e rischi. Il risultato non è stato soltanto militare. È stato economico.
L’Europa, in particolare, ha scoperto ancora una volta la propria dipendenza dal mare. Si parla molto di autonomia strategica europea, ma un continente che dipende da rotte vulnerabili, da energia importata, da componenti prodotte altrove e da cavi sottomarini esposti non può illudersi di essere pienamente sovrano.
La sovranità non si misura soltanto con le leggi approvate nei parlamenti. Si misura con la capacità di garantire continuità alle catene vitali. Se una crisi nel Mar Rosso o nel Golfo Persico basta a destabilizzare prezzi, forniture e decisioni industriali, allora l’autonomia resta parziale.
L’Europa ha grandi porti, grandi imprese, grandi mercati. Ma ha una debolezza strategica: tende a considerare la sicurezza dei flussi come un dato naturale, quasi amministrativo. Non lo è. È il prodotto di rapporti di forza, presenza navale, diplomazia, intelligence, industria militare, accordi regionali e capacità di protezione.
Malacca e Taiwan: il cuore indo-pacifico della competizione
Se Hormuz è la chiave energetica, Malacca e Taiwan sono due delle chiavi decisive della competizione indo-pacifica. Lo stretto di Malacca collega Oceano Indiano e Pacifico. Da lì passano merci, energia e componenti indispensabili alle economie asiatiche. È una vulnerabilità per la Cina, ma anche per il Giappone, la Corea del Sud, l’India, il Sud-Est asiatico e l’intero sistema commerciale mondiale.
La Cina conosce bene il problema. Per questo investe in porti, corridoi terrestri, ferrovie, oleodotti, vie alternative, basi e relazioni politiche lungo l’Oceano Indiano. Non si tratta soltanto di commercio. Si tratta di ridurre la dipendenza da passaggi che, in caso di crisi con gli Stati Uniti, potrebbero diventare strumenti di pressione.
Taiwan aggiunge un altro livello. Lo spazio marittimo attorno all’isola non è soltanto un teatro militare. È il punto d’incontro tra semiconduttori, rotte commerciali, supremazia tecnologica, contenimento della Cina, credibilità americana e sicurezza degli alleati asiatici. Una crisi nello Stretto di Taiwan non sarebbe una crisi locale. Sarebbe una crisi sistemica.
È qui che l’Indo-Pacifico diventa il teatro centrale della competizione strategica. Il mare non è più il retroterra fluido della globalizzazione felice. È il luogo in cui Stati Uniti e Cina misurano la rispettiva capacità di proteggere, minacciare o riorganizzare le connessioni del mondo.
Panama, Gibilterra e Bosforo: i vecchi passaggi tornano nuovi
Non esistono soltanto i grandi punti caldi del presente. Esistono anche passaggi che sembravano acquisiti alla normalità e che invece tornano strategici quando cambia il contesto mondiale.
Il Canale di Panama, per esempio, non è soltanto una scorciatoia tra Atlantico e Pacifico. È una infrastruttura vitale per il commercio del continente americano e per l’equilibrio logistico mondiale. Quando siccità, limiti idrici, congestione o tensioni politiche ne riducono la capacità, l’impatto si sente sui tempi di consegna, sui costi e sulle catene commerciali. Anche qui la geografia fisica incontra la fragilità economica.
Gibilterra resta una soglia tra Mediterraneo e Atlantico. In tempi normali appare come una porta aperta. In tempi di crisi, diventa un punto di osservazione, controllo e proiezione. Chi presidia Gibilterra guarda il Mediterraneo occidentale, l’Africa del Nord, l’Atlantico e le rotte energetiche. È un promemoria storico: certi luoghi sembrano appartenere al passato finché la crisi non li riporta al centro.
Il Bosforo e i Dardanelli mostrano invece la dimensione politica dei passaggi marittimi regolati da trattati, equilibri regionali e rapporti di forza. La guerra in Ucraina ha ricordato che il Mar Nero non è un bacino periferico, ma una frontiera strategica tra Russia, Turchia, NATO, Caucaso, grano, energia e proiezione navale. Il controllo degli accessi al Mar Nero pesa sulla guerra, sulla diplomazia, sulle esportazioni agricole, sulla sicurezza alimentare di Paesi lontanissimi.
L’Artico e le nuove rotte della competizione
Il riscaldamento climatico apre un’altra dimensione: l’Artico. Per secoli le rotte polari sono state marginali, difficili, stagionali, ostili. Oggi diventano progressivamente oggetto di interesse commerciale e militare. Non perché sostituiranno immediatamente le grandi rotte tradizionali, ma perché offrono possibilità nuove: collegamenti più brevi tra Asia ed Europa, accesso a risorse, spazi di pattugliamento, basi, sorveglianza, competizione tra Russia, Stati Uniti, Canada, Paesi nordici e Cina.
L’Artico mostra un punto fondamentale: anche il cambiamento climatico diventa geopolitica del mare. Lo scioglimento dei ghiacci non è soltanto fenomeno ambientale. È apertura di spazi, ridefinizione di confini, militarizzazione potenziale, competizione sulle risorse, nuova cartografia della potenza. Là dove il mare si apre, arriva la strategia.
La guerra sotto la soglia
La caratteristica più importante della nuova conflittualità marittima è che spesso si colloca sotto la soglia della guerra dichiarata. Non siamo sempre davanti a battaglie navali tradizionali. Siamo davanti a sabotaggi, intimidazioni, interferenze, incidenti ambigui, minacce indirette, blocchi selettivi, operazioni con milizie, attori intermedi, navi civili militarizzate, pesca usata come presenza politica, guardie costiere trasformate in strumenti di pressione.
Questa zona grigia è il vero ambiente della competizione contemporanea. È troppo grave per essere semplice pace, ma non abbastanza esplicita per essere guerra formale. È uno spazio dove il diritto fatica a reagire, perché l’aggressione è frammentata, negabile, distribuita, spesso mascherata da incidente o da misura difensiva.
Le marine militari devono quindi affrontare un compito più complesso del passato. Non basta prepararsi allo scontro decisivo. Bisogna presidiare, sorvegliare, dissuadere, accompagnare, proteggere, raccogliere informazioni, coordinarsi con alleati, rassicurare mercati, impedire escalation e allo stesso tempo mostrare fermezza. Il mare diventa una scena permanente di pressione.
La vittoria, in questo contesto, non coincide necessariamente con la distruzione del nemico. Coincide con la capacità di mantenere aperti i flussi, impedire la coercizione, assorbire gli shock e convincere avversari e alleati che il proprio sistema è più resistente.
La geoeconomia degli stretti
Gli stretti sono oggi il punto in cui geopolitica e geoeconomia coincidono. Ogni passaggio obbligato è anche un mercato potenziale della paura. Quando aumenta il rischio, aumentano i premi assicurativi. Quando le navi deviano, aumentano i costi di trasporto. Quando i tempi si allungano, le fabbriche ricevono componenti in ritardo. Quando l’energia costa di più, l’inflazione torna a salire. Quando l’inflazione sale, i governi perdono consenso.
Un missile non deve colpire una capitale per produrre un effetto politico. Può bastare che minacci una rotta commerciale. La coercizione moderna funziona anche così: non sempre distrugge; spesso rincara, rallenta, destabilizza. Trasforma l’economia in campo di battaglia senza bisogno di dichiararlo.
Questo è il punto decisivo: la mondializzazione ha creato ricchezza perché ha ridotto tempi, costi e attriti. Ma proprio per questo ha moltiplicato le vulnerabilità. Più il sistema è efficiente, meno tollera interruzioni. Più la logistica è ottimizzata, meno sopporta ritardi. Più le imprese dipendono da forniture distribuite, più soffrono quando una rotta si blocca.
Gli stretti sono quindi i luoghi in cui l’efficienza globale incontra la fragilità strategica. Per trent’anni abbiamo creduto che il commercio avrebbe pacificato il mondo. Oggi scopriamo che il commercio può essere preso in ostaggio dal mondo.
Cavi sottomarini, dati e nuovi fondali del potere
La geopolitica dei mari non riguarda soltanto navi e petrolio. Riguarda anche i cavi sottomarini. Gran parte delle comunicazioni digitali globali passa sotto il mare. Dati finanziari, comunicazioni militari, transazioni bancarie, servizi digitali, informazioni industriali: tutto scorre lungo infrastrutture fisiche spesso invisibili all’opinione pubblica.
Questo aggiunge un nuovo livello alla vulnerabilità degli stretti e dei passaggi marittimi. Non si tratta più soltanto di proteggere petroliere e portacontainer. Si tratta di proteggere infrastrutture sottomarine, nodi energetici, condotte, cavi, sensori, piattaforme, porti digitalizzati. Il mare del XXI secolo è insieme superficie, profondità e rete.
Una potenza capace di minacciare cavi e infrastrutture sottomarine può produrre effetti enormi senza occupare territori. Anche qui la guerra resta spesso sotto la soglia: un cavo danneggiato, un’infrastruttura interrotta, una causa mai chiarita, un sospetto senza prova definitiva. L’ambiguità diventa arma.
Valutazione militare: la flotta non basta più
Dal punto di vista militare, la lezione è chiara: la superiorità navale tradizionale resta indispensabile, ma non è più sufficiente. Le grandi flotte servono, le portaerei servono, i sottomarini servono, le fregate servono, i pattugliatori servono. Ma servono anche droni, sorveglianza satellitare, guerra elettronica, difesa informatica, intelligence marittima, capacità di scorta, cooperazione con porti e compagnie private, conoscenza delle rotte, protezione dei cavi e rapidità decisionale.
La guerra dei flussi è una guerra distribuita. Non si combatte in un solo punto e non si vince con un’unica battaglia. Richiede presenza continua, capacità di reazione, alleanze, basi, logistica, manutenzione, munizioni, equipaggi addestrati, cantieri navali, industria. Una potenza che non sa costruire e riparare navi non può essere davvero potenza marittima. Una potenza che dipende interamente da porti stranieri non può controllare i propri flussi. Una potenza che non protegge le proprie linee di comunicazione non è sovrana.
Questo vale anche per l’Europa. Senza una seria capacità navale, senza industria della difesa, senza coordinamento tra marine, senza presenza nell’Indo-Pacifico, nel Mediterraneo allargato, nel Mar Rosso e nell’Atlantico, ogni discorso sull’autonomia strategica resta incompleto.
Valutazione geopolitica: il ritorno della geografia
La grande illusione della mondializzazione è stata credere che la geografia fosse superata. Internet, finanza, commercio globale, trasporto a basso costo, apertura dei mercati: tutto sembrava indicare un mondo senza distanze. In realtà la geografia non era scomparsa. Era stata nascosta dalla fluidità dei flussi.
Ora torna. Torna nel Mar Rosso, nel Golfo Persico, nel Mar Nero, nello Stretto di Taiwan, nell’Artico, nel Mediterraneo orientale. Torna perché le potenze hanno capito che controllare un punto geografico può significare influenzare un sistema mondiale. Torna perché gli Stati non vogliono più soltanto partecipare alla mondializzazione: vogliono condizionarla.
La geopolitica degli stretti è dunque la geopolitica del ritorno del vincolo. Il mare sembra libero, ma è pieno di passaggi obbligati. L’economia sembra globale, ma dipende da luoghi precisi. La sovranità sembra digitale, ma poggia su porti, cavi, carburanti, scafi, assicurazioni e marinai.
La dimensione industriale: cantieri, porti e munizioni
Una potenza marittima non si improvvisa. Non basta acquistare qualche nave o annunciare una strategia. La potenza marittima richiede cantieri, acciaio, elettronica, radar, missili, manutenzione, bacini di carenaggio, scuole navali, porti sicuri, carburante, munizioni, personale qualificato. Richiede tempi lunghi e investimenti continui.
Questo è un punto spesso trascurato. La guerra marittima moderna consuma risorse in modo enorme. Una nave avanzata richiede anni per essere costruita e personale altamente addestrato per essere impiegata. Un missile intercettore può costare molto più del drone o del razzo che deve abbattere. Una campagna di protezione delle rotte può logorare scorte, equipaggi, bilanci e capacità operative.
Qui emerge la differenza tra dichiarare una presenza marittima e sostenerla nel tempo. Gli Stati Uniti mantengono ancora un vantaggio enorme grazie alla rete di basi, alle portaerei, ai sottomarini, alla logistica globale. La Cina cresce rapidamente, costruisce navi, espande la propria presenza, rafforza la guardia costiera e usa anche strumenti civili per proiettare pressione. L’Europa, invece, rischia spesso di essere ricca di analisi e povera di massa critica.
La potenza marittima è anche industria. Senza industria navale, senza munizionamento, senza manutenzione e senza capacità di sostituire rapidamente le perdite, la strategia resta letteratura.
La dimensione giuridica: il diritto del mare sotto pressione
La libertà di navigazione è uno dei pilastri dell’ordine internazionale. Ma questo principio vive oggi sotto pressione crescente. Gli Stati rivendicano zone economiche esclusive, militarizzano isole, reinterpretano diritti di passaggio, usano guardie costiere per imporre presenze, contestano arbitraggi, invocano la sicurezza nazionale per limitare transiti o controllare attività.
Il diritto del mare resta essenziale, ma viene sempre più sfidato dalla politica della forza. La nave militare può sostenere un principio giuridico, ma se non esiste volontà politica di difenderlo, il principio arretra. Al contrario, un attore determinato può cambiare gradualmente la realtà sul terreno — o meglio sul mare — senza dichiarare formalmente una rottura.
È la logica del fatto compiuto marittimo. Si occupa una scogliera, si costruisce una pista, si schierano radar, si mandano pescherecci, poi guardie costiere, poi navi militari. A quel punto il diritto continua a esistere, ma la realtà operativa è cambiata.
L’arsenalizzazione dell’interdipendenza
La parola decisiva è interdipendenza. Per anni l’abbiamo considerata una garanzia di pace: se tutti dipendono da tutti, nessuno avrà interesse a rompere il sistema. Ma questa è solo metà della verità. L’altra metà è più dura: se tutti dipendono da tutti, allora ogni dipendenza può diventare un’arma.
La Russia lo ha mostrato con l’energia. La Cina lo mostra con alcune materie prime e catene industriali. Gli Stati Uniti lo mostrano con il dollaro, le sanzioni, la tecnologia e il sistema finanziario. Le potenze regionali lo mostrano con gli stretti. L’interdipendenza non elimina il conflitto. Lo rende più sofisticato.
Gli stretti sono il luogo perfetto di questa trasformazione. Non appartengono mai davvero a un solo attore, ma alcuni attori possono condizionarli più di altri. Sono internazionali, ma vicini a coste nazionali. Sono indispensabili, ma vulnerabili. Sono regolati dal diritto, ma esposti alla forza. Sono corridoi di pace, ma possono diventare teatri di guerra in poche ore.
La conclusione: chi controlla il passaggio controlla il tempo
La geopolitica del mare nel XXI secolo non può più limitarsi alla vecchia immagine della flotta che domina l’orizzonte. Deve guardare ai flussi, ai ritardi, ai costi, alle assicurazioni, ai cavi, ai porti, alle catene logistiche, ai droni, ai missili, alle crisi sotto la soglia, alle dipendenze energetiche e industriali.
Mahan aveva ragione: la potenza mondiale passa dal mare. Castex aveva ragione: la strategia navale è parte della strategia generale. Ma oggi bisogna aggiungere un passaggio ulteriore: chi controlla gli stretti non controlla soltanto lo spazio. Controlla il tempo.
Controlla il tempo delle consegne, il tempo della produzione, il tempo dei mercati, il tempo della diplomazia, il tempo della crisi, il tempo della decisione politica. Rallentare un flusso significa guadagnare potere. Interromperlo significa imporre un prezzo. Garantirlo significa esercitare egemonia.
Gli stretti sono piccoli sulla carta, ma immensi nella politica mondiale. Sono i punti in cui la libertà del mare incontra la durezza della potenza. Sono i luoghi in cui la globalizzazione rivela la propria dipendenza dalla forza. Sono, in fondo, la prova che il mondo moderno, pur pieno di algoritmi, satelliti e finanza digitale, resta appeso a passaggi antichi, a corridoi stretti, a coste contese, a mari sorvegliati.
La storia non è tornata indietro. Ha semplicemente tolto la maschera. Il mare non è mai stato neutrale. E oggi, più che mai, chi sa stringere il mare può stringere il mondo.