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23 Mag , 2026|Emanuele Dell’Atti
Al di là delle polemiche sulle Indicazioni nazionali per i Licei, con le loro deplorevoli e intenzionali omissioni e con i vari cortocircuiti e incongruenze disciplinari che le caratterizzano, la scuola di Valditara non si muove di un millimetro dalla visione generale che negli ultimi decenni ha egemonizzato il mondo dell’istruzione. Anzi, rincara la dose.
Nella Premessa alle Indicazioni, infatti, dopo aver celebrato il valore eminentemente formativo dell’istruzione, dopo aver esaltato retoricamente la storia e la funzione dei licei in un afflato pseudo-hegeliano volto a rimarcare il valore dell’universale sul particolare e della comunità sull’individuo, dopo aver sottolineato l’importanza delle tradizioni culturali e dei loro autori di riferimento, si passa a confermare (e a rinforzare) i soliti obiettivi: scuola del territorio, competenze digitali, alternanza scuola-lavoro, STEM e – proprio così – “competenze imprenditoriali”.
Ma mettiamo da parte le Indicazioni e torniamo per un momento all’inizio di quest’anno scolastico. Il MIM a settembre inviò a molti docenti un questionario con l’obiettivo di elaborare dei descrittori utili per il RAV, il Rapporto di Autovalutazione che ogni scuola redige ogni tre anni. I docenti erano invitati a rispondere a delle domande sui punti di forza e sulle criticità della scuola in cui lavorano, elementi utili per migliorarne la produttività. E fin in qua nulla di nuovo: è lo schema a cui ormai siamo abituati, quello che emula il metodo e il lessico del management aziendale.
Ma ecco che a un certo punto del questionario compare la domanda che invita il docente ad indicare le metodologie didattiche che utilizza prevalentemente. Segue un elenco surreale di proposte: circle time, cooperative learning, flipped classroom, debate, gamification, outdoor education, peer education, problem solving, storytelling, tinkering. La lezione, intesa tradizionalmente, non era prevista nemmeno come possibilità.
L’apparato ministeriale, insomma, con il suo stuolo di esperti, consulenti e pedagogisti, vuole far passare l’equivalenza “lezione frontale = nozionismo”. Con quale scopo? Eliminarla, in quanto “novecentesca”, perciò vetusta, polverosa, inefficace, nonché autoritaria per definizione.
La lezione, invece, non consiste nella “trasmissione di nozioni” e non è l’atto del trasferimento di un contenuto dalla bocca del docente alla testa del discente. La lezione è un processo attivo in cui i partecipanti “risuonano” e in cui il docente porta in dono a chi ascolta un sapere complesso e stratificato, rendendolo fruibile e invitando gli alunni a smontarlo e rimontarlo autonomamente. Non solo in una dimensione strettamente cognitiva, ma anche – in alcuni momenti soprattutto – in una cornice ad alto potenziale emotivo.
La lezione – se dialogica, aperta alla discussione, problematizzante, ma allo stesso tempo rigorosa, ben programmata e gestita – è un modo per mettere davvero in moto il pensiero autonomo, critico, riflessivo e non solo operativo degli studenti.
È questo il punto. Docenti e alunni, oggi, sono stati catturati da una dimensione produttivistica ed efficentista senza precedenti che non necessita, anzi detesta, la riflessione teorica e la sospensione del giudizio, a caccia sempre di “fatti”, “traguardi”, “risultati”, “operazioni”. E la lezione, così, diventa il granello di sabbia che inceppa gli ingranaggi della macchina, in quanto spazio di resistenza all’indottrinamento omologante che finalizza l’istruzione all’operare e che piega il “sapere” (conoscenza) al “saper fare” (competenze).
La funzione docente, infatti, deve essere destrutturata e piegata ai nuovi diktat della “scuola di mercato”: gli insegnanti devono farsi “fornitori di servizi formativi”, “erogatori di didattica”, “sviluppatori di competenze”, “facilitatori”. Mentre gli alunni vengono derubati della possibilità di confrontarsi e scontrarsi con la durezza delle “materie” e di sviluppare una personalità ed un pensiero autonomi, a vantaggio dell’acquisizione di saperi liofilizzati, flessibili, merciformi e spendibili.
Il regime performativo della scuola, in una società di mercato, richiede inoltre continui monitoraggi della produttività, al pari di un’azienda. La pedagogia econometrica imperante, così, espone i docenti ad un monitoraggio e una misurazione continui di quanto producono, tramite format, griglie, tabelle, report; i lavori che gli studenti realizzano ormai si chiamano “prodotti” e i compiti da somministrare loro devono essere “sfidanti”.
Lo scenario è desolante. Non si tratta, però, di assumere la postura dei lodatori dei tempi passati che rimpiangono la scuola che non c’è più, ma di riconnettersi alla prospettiva democratica della scuola che non c’è ancora: quella della Costituzione, della libertà di insegnamento, del sapere che ha come scopo il sapere stesso e la formazione della persona.
Si tratterebbe, però, di ridiscutere tutto l’impianto ideale su cui oggi si fonda la scuola. Il fatto è che nessuna forza politica oserebbe mettere in discussione questo impianto, perché tutte, di questo impianto, sono promotrici.
Le forze dette “progressiste” o di “sinistra”, come è noto, hanno aperto la strada a questa deriva trent’anni fa, in più occasioni e con diversi ministri l’hanno in seguito alimentata e oggi meno che mai sarebbero capaci di metterla in discussione. La destra, invece, mentre dichiara a parole di voler cambiare rotta, nei fatti si limita ad interventi episodici e squisitamente retorici, pienamente rispondente, anch’essa, all’ideologia neoliberale di fondo, vivendo in una cronica schizofrenia tra intenzioni e agìti.
Nessuno affronta il problema alla radice, dunque, perché nessuno è nelle condizioni di affrontarlo. Non per imperizia o incapacità, ma perché affrontarlo significherebbe operare un vero e proprio “riorientamento gestaltico”: vedere ciò che affiora in superficie come epifenomeno di una struttura profonda, una struttura che ha a che fare con una più vasta “progettazione sociale” che risponde ai desiderata di specifici dispositivi istituzionali sovranazionali portatori di specifiche visioni del mondo e interessi di classe.
E qui, dalle nostre parti, nessuno ha intenzione di mettere in discussione questa progettazione.