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26 Mag , 2026|Giuseppe Gagliano
Droni, Nato e Russia: quando l’Europa smette di parlare e comincia a preparare la guerra
Il punto più pericoloso del mondo non è più soltanto la linea del fronte ucraino, né il Medio Oriente, né Taiwan. È il Baltico. È lì che oggi si concentra il rischio più grave di una guerra diretta tra Nato e Russia. Estonia, Lettonia e Lituania sono piccoli Paesi, ma occupano una posizione enorme nella nuova geografia della paura europea. Sono il confine nervoso tra l’Alleanza Atlantica e Mosca, il luogo dove un drone fuori rotta, un attacco non rivendicato, una risposta russa o una dichiarazione troppo avventata possono trasformarsi in crisi continentale.
Il nodo è l’escalation. Da anni la guerra in Ucraina procede per gradini: prima le sanzioni, poi le armi leggere, poi i carri armati, poi i missili a lungo raggio, poi gli attacchi in profondità sul territorio russo. Ora si arriva alla questione più delicata: droni che colpiscono la Russia e che, secondo le accuse e le ammissioni parziali emerse nel dibattito, avrebbero a che fare con lo spazio baltico. La Nato inizialmente nega, poi ammette che il problema esiste, ma sostiene che Kiev non avrebbe il diritto di utilizzare quei territori.
Eppure, se qualcosa accade, la colpa viene comunque attribuita a Mosca. È il meccanismo classico dell’escalation senza responsabilità: si aumenta il rischio, ma si pretende che solo l’avversario sia responsabile della crisi.
Il vero vuoto è diplomatico. Da più di quattro anni Europa e Russia non parlano realmente. Non esiste un negoziato serio, non esiste un tavolo stabile, non esiste una volontà politica di ascoltare le ragioni strategiche dell’altro. Le capitali europee parlano di Mosca, contro Mosca, mai con Mosca. E quando la diplomazia viene espulsa, resta solo la logica militare.
In questo vuoto si sono imposte le voci più dure: Paesi baltici e Polonia. La loro ostilità verso la Russia nasce da traumi storici reali, ma proprio per questo non può diventare la linea generale di un continente di centinaia di milioni di abitanti. È sorprendente che l’Europa abbia affidato di fatto la propria voce più visibile a un’area politicamente e psicologicamente dominata dalla paura russa. Il risultato è che la prudenza delle grandi potenze europee è stata sostituita dall’impulso dei Paesi di frontiera.
La Germania, che avrebbe dovuto frenare, sembra invece spingere. Berlino ha una responsabilità particolare: nel 1990 fu protagonista della riunificazione tedesca e delle promesse fatte all’Unione Sovietica sul futuro della Nato; nel 2015 fu garante, insieme alla Francia, degli accordi di Minsk 2; oggi avrebbe il dovere storico di impedire una nuova guerra europea. Invece parla di riarmo, di preparazione militare, di nuova centralità strategica. Il cancelliere Merz viene rappresentato come il simbolo di questa svolta: nessuna scintilla diplomatica, nessuna iniziativa verso Mosca, nessun tentativo di far incontrare ministri degli Esteri o capi di governo. Solo rimilitarizzazione.
La Francia segue un’altra ambiguità. Macron invoca l’autonomia strategica europea, e in teoria avrebbe ragione: dopo ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’Europa dovrebbe poter decidere senza dipendere dagli Stati Uniti. Ma se l’autonomia viene costruita come ostilità verso la Russia, allora non è vera autonomia. È solo atlantismo con bandiera europea. A questo si aggiunge il Regno Unito, che da secoli coltiva una diffidenza strutturale verso Mosca. Ne nasce una miscela pericolosa: Baltico aggressivo, Germania in riarmo, Francia ambigua, Londra bellicosa, Commissione europea priva di autentica funzione diplomatica.
L’Ucraina, dal canto suo, ha una logica chiara. Non può sconfiggere da sola la Russia. Quindi ha interesse ad allargare la guerra. Ogni attacco in profondità, ogni drone contro il territorio russo, ogni operazione contro infrastrutture sensibili, persino contro elementi collegati alla triade nucleare russa, serve ad alzare la posta. Kiev cerca di provocare una risposta tale da trascinare l’Europa dentro il conflitto. È la stessa logica con cui Israele tenta spesso di coinvolgere gli Stati Uniti in guerre regionali più vaste: quando non si può vincere da soli, si cerca di trascinare il protettore dentro la battaglia.
Il vertice Nato di Bucarest del 2008 resta uno snodo decisivo. Allora si promise che Ucraina e Georgia sarebbero entrate un giorno nell’Alleanza. Angela Merkel capì che quella formula poteva essere interpretata da Mosca come una dichiarazione di guerra. Si oppose a un calendario formale, ma accettò la dichiarazione politica finale. Da quel momento la moderazione tedesca cominciò a cedere.
Poi venne il 2014. A Kiev, dopo un accordo per evitare il collasso istituzionale e accompagnare Yanukovych verso nuove elezioni, il potere cambiò mano in modo extracostituzionale. Gli Stati Uniti riconobbero subito il nuovo assetto. La Germania si adeguò. Nel 2015 Minsk 2 avrebbe dovuto fermare la guerra nel Donbass: autonomia sostanziale per Donetsk e Luhansk dentro l’Ucraina, fine dei combattimenti, garanzia franco-tedesca, approvazione unanime del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ma l’accordo non fu applicato. Peggio: anni dopo fu presentato quasi come uno strumento per guadagnare tempo e armare Kiev.
Questa è la memoria rimossa dell’Europa. Si cancellano il 1990, Bucarest, Maidan, Minsk, l’abbandono del Trattato sui missili antibalistici, il deterioramento del controllo degli armamenti. Resta solo una storia infantile: la Russia è il male assoluto, la Nato è pace, l’Occidente è innocente. Chi ricorda la complessità viene accusato di ripetere la linea del Cremlino.
Sul piano militare, il Baltico è un incubo strategico. È uno spazio stretto, densissimo, pieno di infrastrutture critiche, radar, basi, truppe avanzate, sistemi di difesa aerea, rotte marittime, comunicazioni e vulnerabilità. In caso di incidente, i tempi di decisione sarebbero brevissimi. Non ci sarebbe spazio per una diplomazia lenta. Una ritorsione russa, un abbattimento, un drone caduto su territorio Nato, una risposta sproporzionata potrebbero mettere in moto l’articolo 5 o almeno una pressione politica per invocarlo.
Il problema è che una guerra Nato-Russia non avrebbe vincitori. Sarebbe una strage. Il rischio di passare dalla guerra convenzionale alla minaccia nucleare non è propaganda: è inscritto nella natura stessa del confronto tra potenze nucleari. Ecco perché parlare con leggerezza di guerra entro il 2029, di ombrello nucleare europeo, di droni contro Mosca, di riarmo tedesco, significa normalizzare l’impensabile.
Sul piano economico, l’Europa ha già perso. La rottura con la Russia ha colpito energia, industria, competitività, finanze pubbliche. La Germania, privata dell’energia russa a basso costo, vede indebolirsi il proprio modello industriale. I Paesi baltici ottengono centralità politica, ma diventano bersagli avanzati. Gli Stati Uniti, invece, rafforzano la loro presa: vendono gas, armi, tecnologie, protezione strategica. Più cresce la paura della Russia, più cresce la dipendenza europea da Washington.
La conclusione è brutale. Il Baltico è pericoloso non solo perché confina con la Russia, ma perché concentra tutte le patologie della politica europea: paura storica, odio ideologico, assenza di diplomazia, subordinazione agli Stati Uniti, riarmo tedesco, ambizione francese, disperazione ucraina. L’Europa voleva difendere la propria sicurezza. Rischia di trasformarsi nel campo di battaglia della guerra che non ha saputo impedire.