Ex Ilva, a che punto siamo

Dal blog https://www.terzogiornale.it/

18 Maggio 2026 Guido Ruotolo

Parla Loris Scarpa della Fiom Cgil

Bisogna professare un grande atto di fede per immaginare una fabbrica green che produca acciaio nella città dei due mari, Taranto. Che cioè sia non estranea ma assorbita in un ambiente di una straordinaria bellezza. Che non inquini, che non ostacoli un territorio che vuole progettare il suo futuro. Loris Scarpa ci crede. Per chi viene da una storia di sacrifici e di lotte, di ideali e di impegni sociali, la sua stessa vita è sincronizzata con i processi di emancipazione e di trasformazione. Responsabile del settore siderurgia del sindacato dei metalmeccanici della Cgil, la Fiom, Scarpa fa un bilancio della vertenza ex Ilva di Taranto. Lo abbiamo intervistato.

Non è facile trovare una ragione convincente perché quel mostro che sputa lingue di fuoco debba continuare a produrre acciaio. Il mostro è paralizzato, il suo destino è segnato. La città vorrebbe che non esistesse. Gli stessi lavoratori sembrano in attesa di accettare gli “ammortizzatori sociali”.

Non si può non cogliere la sfiducia a Taranto e tra le lavoratrici e i lavoratori degli stabilimenti ex Ilva d’Italia. Non c’è più posto nemmeno per la rabbia, troppe promesse mancate e troppe ferite aperte: salute, ambiente e lavoro, a prescindere dall’ordine in cui lo si dica. Il siderurgico non è il prodotto del male, ma sono la sua gestione privata, il malaffare e il lasciar fare che attorno vi è girato, i fattori che hanno portato a quelle ferite che oggi sembrano quasi mortali.

L’inizio della fine ha una data precisa, il 2012, quando la procura di Taranto ha ottenuto il sequestro degli impianti per disastro ambientale. I proprietari e i dirigenti della fabbrica sono stati arrestati, e con loro esponenti politici, uomini delle istituzioni.

Non è vero però che non ce ne fossimo accorti, che il nostro silenzio fosse la sottomissione al ricatto del lavoro a qualsiasi prezzo. I lavoratori e i sindacati che li rappresentano hanno sempre lottato per migliorare le condizioni di lavoro, per ridurre gli incidenti sul lavoro, per rendere la fabbrica compatibile con l’ambiente.

Ma oggi il divorzio tra la fabbrica e la città è una realtà. Si può trovare una giustificazione solo nel comportamento irresponsabile della “politica”, dei governi che si sono succeduti a partire dalla retata giudiziaria del 2012?

I governi, come alcune istituzioni, sono stati e sono sordi e senza idee, soprattutto privi dell’intelligenza generata dalla conoscenza dei fatti e dei processi in atto. Vogliono disfarsi dell’Ilva. Una parte dei cittadini e dei lavoratori crede che la semplificazione della chiusura sia la soluzione, pensando che la chiusura stessa sia portatrice di alternative positive a prescindere. Se fosse così, perché le alternative non vengono cantierizzate? In realtà, non sono state nemmeno cercate.

Si può credere a un’acciaieria a ciclo integrale davvero green?

Il siderurgico decarbonizzato può esistere insieme ad altro, perché ora più che mai ci sono tutte le tecnologie necessarie. Fiom, Fim, Uilm, in fin dei conti, stanno chiedendo questo. E come Fiom, fin dal 2012, abbiamo detto che solo un’Ilva pubblica, almeno per un periodo, avrebbe potuto garantire la transizione, l’occupazione, la salute di lavoratori e cittadini e dell’ambiente.

Se penso che l’Ilva di Taranto è un impianto dieci volte più grande dell’ex Italsider di Bagnoli, a Napoli, non riesco a capire perché in prospettiva non si possano progettare impianti ad alimentazione green di piccole di dimensioni, disperse su tutto il territorio nazionale.

Intanto, dobbiamo affrontare l’emergenza, cioè il presente. Il siderurgico oggi non è in grado di garantire la produzione perché mancano le risorse per gli interventi necessari a farlo funzionare in sicurezza, tanto più che i maggiori impianti impattanti, dal punto di vista ambientale, sono nei fatti fermi, ma debbono essere presidiati e sottoposti a continue manutenzioni ordinarie e straordinarie. È per questo che chiediamo la presenza dei lavoratori. Il punto vero, che oggi rimane aperto, è la salute e la sicurezza dei lavoratori, e l’uscita dalla cassa integrazione, riducendone l’impatto sulle persone. Come organizzazioni sindacali non l’abbiamo accettata perché è senza prospettiva e senza la certezza di rientrare al lavoro in un luogo sano e decarbonizzato.

In un contesto sempre più globalizzato, il settore siderurgico è davvero strategico?

L’acciaio e l’energia sono un punto imprescindibile per il rilancio del Paese. Che Taranto possa ritornare centrale per l’Italia è una necessità non solo industriale. Oggi produrre l’acciaio del tipo che si produceva, e che si produrrebbe con le nuove tecnologie in ex Ilva (quattro, sei, otto milioni di tonnellate di acciaio all’anno), significa essere decisivi nel mondo industriale europeo. Nel 2025, l’Italia ha importato ventinove milioni di tonnellate di cui dodici milioni di laminati piani, e l’Ilva è arrivata a produrne a stento due milioni.

Intanto i laminatoi del Nord lavorano con acciai “sporchi”, acciai ricavati con la rottamazione

La transizione del siderurgico va affiancata alla transizione sanitaria e sociale. Non possiamo continuare a vivere in un conflitto permanente, nella lotta di tutti contro tutti, che fa pagare il prezzo più alto ai lavoratori e ai cittadini. Vanno trovate soluzioni che uniscano, non che dividano.

Ma, intanto, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, chiude e riapre la gara per la cessione dell’ex Ilva.

Il governo continua a decidere di andare da solo, con procedure di vendita inutili, e che ora fanno perdere tempo, soldi e salute. Così ci porta tutti nel baratro. La messa in discussione della continuità industriale dell’ex Ilva oggi significa non volere affrontare il problema e lasciarlo marcire.

Da tempo la vostra parola d’ordine è l’intervento pubblico, per risanare e rilanciare la transizione ecologica del settore siderurgico. Il governo è sordo?

Una Ilva pubblica, e con adeguate risorse finanziare, per un progetto di decarbonizzazione industriale ambientale e sociale è il punto di partenza che tutti auspicano, anche le istituzioni locali, come ha dichiarato il presidente della regione Puglia, Decaro. Come arrivarci lo abbiamo detto fin troppe volte. La magistratura fa ciò che la politica e le istituzioni si rifiutano di fare. E cioè fermarsi e ripartire per sistemare ciò che non va. Il governo dovrebbe essere il coordinatore, il facilitatore, il programmatore di questo processo, con un intervento pubblico anche di transizione. E la presidente del Consiglio dovrebbe capirne l’importanza e decidere di affrontare direttamente questo dossier.

Invece il ministro Urso sta portando la siderurgia nel baratro.

Il ministro continua a muoversi come un elefante in una cristalleria. Facilitando la distruzione dei gioielli italiani, con la concorrenza che ringrazia e il Paese che si impoverisce sempre più, in balia degli eventi internazionali.

Non c’è solo il dossier ex Ilva al ministero delle Imprese e del Made in Italy. Sono tanti i punti di crisi nel mondo del lavoro.

Ora è necessario che scenda in campo un movimento che cambi regole e priorità. La Fiom lavora per creare questo, e le persone, per farlo, ci sono e debbono sentirsi protagonisti. Si parta dalle grandi vertenze industriali, e l’Ilva è una di queste, è il banco di prova. Costruiamo un nuovo modello industriale fuori dalla logica del profitto a tutti i costi.

E Urso invece è impegnato a disfare la tela di Penelope. Siamo sempre ai nastri di partenza per la gara a chi si aggiudicherà l’Ilva.

Il governo sta perdendo tempo, credendo così che rimuoviamo il destino di ventimila famiglie. Alla sola idea di cancellarle non si può dormire la notte. Noi siamo come un orologio: battiamo il tempo, non lo lasciamo scorrere e basta. Il governo sa che, se a breve non risponde alle nostre richieste, noi sotto i palazzi ci torniamo, quei palazzi che ospitano inquilini e sono di proprietà del popolo, l’unico che decida chi li abiti temporaneamente.

L’attore, regista, coscienza critica tarantina, Michele Riondino, non crede alla “fabbrica”. Dice che l’Ilva è un catorcio che non produce più acciaio, ma voti e tessere sindacali

A Riondino non è necessario rispondere, perché per noi parla la nostra storia, le nostre lotte fatte sul territorio, e poi, quando si parla di Ilva, si rischia sempre di generalizzare e troppo spesso si semplifica. Non si tiene in considerazione il sentimento dei lavoratori che lì dentro ci lavorano e che nella città ci abitano.

Come se ne esce?

Come Fiom Cgil, in un contesto in cui difficilmente, e con infinita fatica, si riesce a condividere un percorso, siamo maledettamente convinti del fatto che il nostro ruolo rimane quello di continuare a mettere assieme le lavoratrici e i lavoratori con altri soggetti, con le tante realtà associative presenti sul territorio, che abbiano l’obiettivo di continuare a lottare contro le ingiustizie, e che siano interessati a garantire a lavoratori e cittadini il diritto a una giusta transizione ecologica e sociale. Questa è la nostra storia, e crediamo che sia necessario continuare a unire le giuste rivendicazioni per evitare un disastro sociale senza precedenti, che sembra essere alle porte e a cui noi non ci rassegniamo.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.