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Gianluca Riccio 27 Maggio 2026
La Russia cercava manodopera e ha trovato 70.000 lavoratori indiani. Insieme al lavoro, è arrivato dell’altro.
Nel 2022 la Russia aveva rilasciato circa 8.000 permessi di lavoro a lavoratori indiani. Tre anni dopo sono diventati 70.000, e per il 2026 se ne prevedono altri 40.000. Dietro questi numeri c’è un buco preciso: l’economia russa, secondo la Higher School of Economics, è a corto di 2,6 milioni di lavoratori, una cifra che potrebbe superare i tre milioni entro il 2030.
La guerra in Ucraina ha trattenuto a casa molti centroasiatici che prima riempivano cantieri e cucine. Qualcuno doveva sostituirli. I lavoratori indiani sono la risposta che Mosca e Nuova Delhi hanno messo nero su bianco qualche mese fa.
Braccia a me, lavoro a te
L’accordo intergovernativo sulla mobilità del lavoro è stato firmato durante la visita di Vladimir Putin a Delhi, in un incontro con Narendra Modi. Sulla carta, conviene a entrambi: la Russia trova le braccia che le mancano, l’India trova uno sbocco per il suo enorme surplus di manodopera.
Per dare un’idea della scala, gli indiani che lavorano all’estero nella sola regione del Golfo sono più di nove milioni, e le rimesse verso casa hanno toccato i 135 miliardi di dollari nel 2024. Spostare qualche decina di migliaia di persone verso Mosca, per Delhi, è uno scherzo: quasi un arrotondamento.

Da dove arrivano i lavoratori indiani, e perché ora
Per anni la Russia aveva riempito i lavori più faticosi con i centroasiatici: uzbeki, tagiki, kirghisi, quasi tutti russofoni, abituati a muoversi dentro lo spazio post-sovietico. Poi, dopo l’escalation del 2022, molti hanno preferito restare a casa: il timore di finire arruolati ha pesato più del salario. Si è aperto un vuoto, e i vuoti nel mercato del lavoro hanno la brutta abitudine di non riempirsi da soli.
I dati sugli attraversamenti di frontiera raccontano la velocità del fenomeno: circa 32.000 ingressi indiani nel primo trimestre del 2025, 36.000 nel secondo, poi un balzo a 63.000 nel terzo. L’identikit è abbastanza preciso: uomini tra i 19 e i 43 anni, impiegati come magazzinieri, operai edili, addetti tessili, personale delle pulizie. Si stabiliscono soprattutto a Mosca e San Pietroburgo, le città dove la carenza morde di più. Contratti di un anno, legati a un solo datore di lavoro: chi arriva con un visto non può cambiare impiego liberamente, e quando il contratto scade, di norma torna indietro.
Il motivo per cui Mosca guarda così lontano sta in un numero che il Cremlino fatica a digerire: la disoccupazione russa è al 2,2%, un minimo storico. Tradotto, non c’è più nessuno da assumere in casa. E con la natalità ferma intorno a 1,4 figli per donna da decenni, il bacino interno non si ricostituisce: i nati nel 1999, l’anno del minimo storico delle nascite, sono quelli che oggi dovrebbero entrare in fabbrica. Sono pochi, proprio per definizione.
Cosa viaggia insieme ai lavoratori indiani
Qui la storia si fa più interessante, e meno raccontabile coi soli numeri. Perché quando sposti decine di migliaia di persone da un continente all’altro, non arriva solo la forza lavoro: arriva tutto quello che quelle persone si portano dentro. Lingua, religione, regione di provenienza, e in alcuni casi il sistema delle caste, che la Costituzione indiana avrebbe messo fuori legge addirittura nel 1950 ma che la vita quotidiana non ha mai del tutto archiviato.
Un reportage del sito indiano Open Magazine raccoglie testimonianze di datori di lavoro russi che descrivono attriti dentro le cucine e i dormitori: lavoratori che rifiutano di condividere lo spazio con connazionali percepiti come di rango inferiore, e responsabili di sala che, per far girare la linea, mettono un russo “in mezzo” come separatore. Sono racconti di prima mano, non dati verificati, e vanno presi per quel che sono: la fotografia di un osservatore, non una statistica. Ma il fenomeno di fondo è documentato anche altrove.
Le organizzazioni che seguono la diaspora indiana, come Terre des Hommes, segnalano da tempo che le antiche gerarchie sociali non si fermano alla frontiera: riaffiorano nei matrimoni combinati, nelle reti di mutuo aiuto e, appunto, nei rapporti di lavoro tra migranti nei settori meno tutelati. Era già successo nei Paesi del Golfo. Sta succedendo, su scala più piccola, anche in posti come Ulyanovsk.
C’è poi una sfumatura che i diplomatici indiani citati nello stesso reportage tengono a precisare: spesso non è casta, è classe. La distanza che un ingegnere di Delhi sente verso il bracciante di un villaggio dell’Andhra Pradesh somiglia più allo snobismo che alla teologia. Un’ironia non da poco, considerando che agli occhi di un caposala di Mosca sono semplicemente “gli indiani”, indistinguibili, tutti dentro lo stesso contratto annuale di più o meno cinquecento euro al mese.

Come andrà avanti questa storia
Orizzonte stimato: il flusso è già qui e crescerà nei prossimi 2-4 anni, ma resterà strutturalmente temporaneo finché reggono i contratti annuali vincolati a un solo datore.
Perché diventi qualcosa di più di una rotazione di braccia a tempo e si possa parlare di una (molto improbabile) “invasione indiana” in Russia servono due cose che oggi mancano: percorsi di permanenza stabili e una società ospitante disposta a integrare, non solo a impiegare.
I funzionari russi ripetono di volere migranti che parlino russo e conoscano le leggi del Paese, e gli indiani che arrivano, in larga parte, non parlano né russo né inglese. Ne beneficiano per primi i datori di lavoro delle grandi città, che abbattono il costo del lavoro anche del 50%. Per i lavoratori indiani, il calcolo è quello di sempre: un anno di stipendio che a casa varrebbe il triplo, poi il ritorno.
Il punto, semmai, è che la Russia sta scoprendo una cosa che l’Europa e il Golfo hanno imparato decenni fa: il lavoro che importi non è una merce neutra che si scarica al porto. Viene con le persone attaccate. E le persone, ovunque le sposti, restano complicate.
È la stessa pressione che altrove sta spingendo verso l’automazione dei lavori che nessuno vuole fare: dove non arrivano le braccia, prima o poi qualcuno prova a mandare un robot. Mosca, per ora, ha scelto le braccia.
Alla stazione Kievskij, nella capitale, tempo fa un gruppo di ragazzi del Telangana raccontava a un giornalista di trovarsi bene: Mosca “top, top”, dicevano ridendo. Il freddo un po’ meno. Tre mesi di contratto, poi si vedrà. Passavano i moscoviti accanto, indifferenti, “ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi”.
Stranieri che incrociano stranieri, in una città che ne ha visti arrivare e andare per secoli, senza mai chiedersi troppo chi fossero. Forse è arrivato il momento di farsi qualche domanda in più.
Gianluca Riccio, direttore creativo di Melancia adv, copywriter e giornalista. Fa parte di Italian Institute for the Future, World Future Society e H+. Dal 2006 dirige Futuroprossimo.it , la risorsa italiana di Futurologia. È partner di Forwardto – Studi e competenze per scenari futuri.