L’equivoco della patrimoniale

Dal blog https://www.lafionda.org

13 Giu , 2026|Bruno Gravagnuolo

ra le tafazzate più rimarchevoli del Pd, oltre alle divisioni con i Pentastellati in ordine alla geopolitica, ve n’è una davvero plateale: la patrimoniale. Non perché non sia in linea di principio legittima l’idea di tassare i patrimoni sopra una certa soglia, che colpirebbe lo 0,5% dei contribuenti, ecc. Ammesso che poi si riesca a stanarli, con la mobilità europea dei capitali e le elusioni di ogni tipo possibili.

No, il punto è un altro. Intanto, già in passato Schlein scrisse addirittura di imposte sopra i 500 mila euro: una cifra poi oggi lievitata a 2 milioni. Il che può generare diffidenza e allarmi, oltre a non produrre un gettito apprezzabile. Ma la questione è diversa: l’eco impopolare che il concetto stesso di patrimoniale genera mediaticamente.

Bene. Una volta varato il concetto, che garanzie vi sono che il provvedimento di solidarietà non vada a regime anche per ricchezze più esigue? Tutto sbagliato, dunque, l’approccio. Poiché sarebbe invece necessario non allarmare tutta la platea fiscale e isolare due o tre punti basati su progressività e rendite.

Battere non già sulla massa indefinita del patrimonio, slogan che viene vissuto come una minaccia in una società a individualismo proprietario come la nostra, con l’85 per cento di proprietari di casa. E, di contro, scegliere una lotta per la progressività, contro la flat tax e per un maggior numero di aliquote.

L’opposto di quel che fa la destra. E soprattutto l’inserimento delle rendite da fondi e risparmi nel sistema IRPEF, anziché nella tassazione separata. Come ha scritto più volte Stefano Fassina. Spieghiamo.

Un guadagno fino a 23 mila euro oggi viene tassato al 26 per cento alla fonte, così come uno di un milione di euro. Laddove anche per le plusvalenze in Borsa dovrebbero valere le aliquote vigenti nell’IRPEF, sia pure con tassazione separata.

Se guadagno 7 mila euro — che oggi sono di fatto esenti dall’IRPEF — pago il 26 per cento come uno che incassa centinaia di migliaia di euro all’anno. A parte i BOT al 12,5 per cento. Vi pare equo?

E poi ci sono le aliquote al 24 per cento per il profitto d’impresa. E i regimi forfettari al 15 per cento fino a 85 mila euro, e addirittura il forfettario al 5 per cento per le nuove attività. Ma il punto chiave — oltre all’ingiustizia di un’IRPEF che, rispetto alle imprese di capitali, penalizza il lavoro e incentiva il lavoro povero — sono le rendite finanziarie, oggetto di un trattamento iniquo.

È lì che la riforma fiscale dovrebbe concentrarsi. Invece di agitare spauracchi alla carlona che, specie in un periodo di bassa crescita, inflazione da guerra, riarmo ed extracosti energetici, non fanno che aiutare la destra di governo. Che, al contrario, si presenta oggi furbamente come il partito della pace, della prudenza e del fisco leggero. Contro chi vuole mettere le mani nelle tasche della gente e vuole pure accelerare l’allargamento di questa Europa coinvolta nella guerra. Europa, a torto o a ragione, vissuta oggi come matrigna. Di: Bruno Gravagnuolo

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.