Tassare i ricchi non basta

Dal blog https://attac-italia.org

18 Giugno 2026 di Marco Bersani

18 ottobre 2025, Manifestazione di Extinction Rebellion “Tax the Rich”  a Bielefeld (Germania) di Marco Molitor (CC BY-SA 4.0)

Che i super-ricchi e i loro extra-profitti debbano essere tassati è questione urgente, e chiunque abbia in mente la necessità di ricostruire una coesione sociale dentro il Paese non può attardarsi nel metterla al centro della propria iniziativa politica.

Tuttavia, non deve sfuggire come il dibattito politico su questo tema riveli due elementi di fondo, che, se non fatti riemergere, rischiano di rendere il tutto stucchevole e inefficace.

Il primo di questi riguarda la crisi dell’ordinaria sovranità fiscale.

Chiedere la tassazione dei ricchi, ancorché doveroso, rischia di divenire il lavacro etico che maschera la rinuncia a metter mano a una politica fiscale fortemente progressiva, come non esiste più in questo paese dal 1974 e come la Costituzione invece dispone debba obbligatoriamente essere. Inoltre rischia di dar voce all’indignazione (sacrosanta) sull’iniqua distribuzione della ricchezza con un intervento una tantum a valle, ma rinunciando ad intervenire sulla concentrazione della ricchezza prima che essa si formi.

Il secondo riguarda la crisi dello stato sociale, frutto di decenni di politiche liberiste in ossequio ai vincoli finanziari imposti dall’Unione europea da Maastricht in avanti.

La retorica negativa che associa il pagamento delle tasse al “mettere le mani nelle tasche degli italiani” è il frutto di un processo per il quale il sistema dei servizi pubblici è stato progressivamente privatizzato e finanziarizzato, impedendone l’accesso alle fasce più deboli della popolazione e rendendone la fruizione direttamente proporzionale alla capacità economiche delle persone.

La pressione fiscale nel nostro Paese ha raggiunto nel 2025 il 43,1% del Pil e nell’Unione europea è inferiore solo a quella della Danimarca, della Francia e dell’Austria. Qual è la differenza? Che in quei paesi si vede dove finiscono i soldi, attraverso servizi che funzionano, sanità garantita e sistemi scolastici eccellenti.

Non vi è quindi da stupirsi se le persone vivano la propria relazione con il fisco come quella della preda nei confronti del predatore, tanto più in un Paese nel quale la suddetta pressione fiscale è tutta a carico della parte più debole della società e si accompagna a un’evasione fiscale, la tolleranza verso la quale è quasi rivendicata come politica economica attiva per l’attrazione dei capitali.

Che le forze politiche della destra siano contrarie a metter mano a una fiscalità progressiva e redistributiva è evidente tanto dalle scelte fatte (flat tax sempre più estesa, condoni a ogni piè sospinto) quanto dall’approccio al dibattito, tutto basato sullo Stato nemico della libertà individuale.

Ciò che stupisce è la subalternità culturale che attraversa le forze politiche che si propongono come alternativa all’attuale governo, tra le quali la discussione è sul lessico da usare, il passo è simile a quello di chi attraversa un campo minato e il lancio della patrimoniale ha il sapore del finto ascolto di un’indignazione diffusa.

Il nodo è sempre lo stesso: se il perimetro di riferimento debbano essere i votanti, o se finalmente si vuole ascoltare chi da tempo ha smesso di votare, dalla cautela è ormai esasperato e pretende una diversa visione della società.

Una lotta senza quartiere contro il patto di stabilità, la messa in discussione dell’artificiosità del debito pubblico, una politica fiscale che non premi la rendita finanziaria rispetto ai salari, risorse per la giustizia climatica e sociale.

Non basterà l’elencazione a realizzarle, ma avere una direzione aiuta a camminare.

Il resto, patrimoniale o no, è chiacchiericcio da talk show.

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