PORNOGRAFIA GEOPOLITICA

Dal blog alessandramaffilippi@substack.com

M. Alessandra Maf Filippi
giu 20

La firma è imminente. La firma è saltata. La firma è rinviata. La firma è vicina. Anzi, no, la firma è sospesa.

E la Svizzera può attendere.

Da giorni il racconto dell’accordo tra Stati Uniti e Iran procede come una serie televisiva costruita attorno all’attesa del prossimo episodio. Nel frattempo, Gaza continua a contare i morti, il Libano continua a essere bombardato e la Cisgiordania continua a essere smantellata pezzo dopo pezzo. È la pornografia geopolitica del nostro tempo: la trasformazione dell’incertezza in spettacolo e della crisi in prodotto di consumo mediatico.

Così, mentre analisti e commentatori cercavano di interpretare ogni segnale come decisivo, la realtà sul terreno ha continuato a seguire una traiettoria diversa. In Libano, dove gli attacchi israeliani sono proseguiti malgrado il “cessate il fuoco”, le dichiarazioni del ministro della Difesa Israel Katz, secondo il quale l’esercito non lascerà la cosiddetta “zona di sicurezza” nel Libano meridionale, dalla costa fino all’area della fortezza di Beaufort, indicano una volontà di consolidare la presenza militare nel sud del paese.

A Gaza, la guerra ha ridotto la Striscia a una distesa di macerie. La devastazione è sistemica e la crisi umanitaria permanente mette a rischio la vita dei sopravvissuti. Non è possibile nemmeno pescare a pochi metri dalla riva senza diventare bersaglio. Secondo diverse fonti internazionali, oltre mille palestinesi sono stati uccisi dall’inizio del cosiddetto cessate il fuoco. Dal 7 ottobre 2023 le vittime sono ormai oltre 75.000. Numeri che, secondo studi scientifici come quelli pubblicati su The Lancet, potrebbero essere significativamente più alti se si considerano anche morti indirette e feriti.

Anche la Cisgiordania continua a registrare un’escalation spesso oscurata dall’attenzione concentrata su Gaza. Negli ultimi giorni si sono moltiplicati attacchi di coloni, incendi e devastazioni contro comunità palestinesi, comprese località a presenza cristiana. Interi villaggi sono stati oggetto di aggressioni, distruzioni e intimidazioni.

A conferma della continuità di questa dinamica, il 19 giugno le forze israeliane hanno fatto irruzione nel campo profughi di Aida, alle porte di Betlemme, dispiegandosi in diversi quartieri e conducendo perquisizioni.

Nelle stesse ore, coloni israeliani hanno attaccato un’abitazione nel villaggio di Kifl Haris, a nord di Salfit, danneggiando diversi veicoli. Più che episodi isolati, questi eventi si inseriscono in un processo più ampio di frammentazione territoriale e pressione costante sulla popolazione palestinese della Cisgiordania.

Se Gaza rappresenta la dimensione più visibile della guerra, la Cisgiordania ne costituisce quella più silenziosa: una trasformazione quotidiana del territorio che procede anche quando i riflettori internazionali sono altrove.

È dentro questa cornice che dovrebbe essere valutato l’accordo. Non in un vuoto geopolitico.

Hormuz e il limite della de-escalation

L’intesa nasce attorno allo Stretto di Hormuz e alla necessità di evitare un’escalation diretta tra Washington e Teheran. Una prima riattivazione del traffico nello Stretto è in corso, ma si tratta di un passaggio ancora parziale e rigidamente controllato, lontano da una reale normalizzazione delle rotte commerciali. Più che una riapertura, una decongestione temporanea e reversibile del nodo strategico. Una de-escalation non coincide necessariamente con una pace. Può semplicemente significare che due attori decidono di non combattersi direttamente mentre altri conflitti continuano a espandersi.

Uno dei limiti più evidenti dell’accordo è che il principale fattore di instabilità regionale non è parte dell’intesa. Israele non è vincolato dai suoi termini. Se le dichiarazioni di Katz riflettono una linea strategica destinata a consolidarsi, siamo di fronte a una realtà che va nella direzione opposta rispetto alla narrativa della pacificazione regionale. L’accordo potrebbe quindi stabilizzare un fronte senza incidere sugli altri.

Anche sul versante iraniano l’immagine di una trattativa lineare appare fuorviante. I cosiddetti “falchi” non rappresentano una corrente politica, ma una componente strutturale dell’architettura di potere della Repubblica islamica. Parlare di “falchi” come se si trattasse di una deviazione interna semplifica una realtà più complessa.

Se questa categoria viene ammessa per l’Iran, dovrebbe essere applicata con coerenza anche ad altri contesti, incluso quello israeliano, dove il governo si fonda su componenti messianiche, ultranazionaliste e a forte impronta teologico-politica, al punto che in questi giorni la Highway 60 è stata ribattezzata “Biblical Highway”, un gesto che intreccia infrastrutture e teologia fino a rendere il paesaggio una dichiarazione politico-identitaria.

Questa asimmetria nel linguaggio e nella costruzione delle notizie non è neutra: contribuisce a costruire una narrazione distorta del conflitto. Ne deriva un quadro analitico semplificato, che rende ogni previsione fragile e spesso fuorviante.

Myron Taylor parla alla Conferenza internazionale sui rifugiati a Evian-les-Bains.

Évian e la memoria delle crisi irrisolte

Nessuno ci ha fatto caso, perché la storia non è più maestra né compagna, ma non è irrilevante che il G7 si sia riunito a Évian. Nel 1938 la città ospitò la conferenza internazionale convocata per affrontare la crisi dei rifugiati ebrei in fuga dalla Germania nazista. La maggior parte degli Stati presenti riconobbe l’esistenza del problema, ma non riuscì a trasformarlo in una risposta condivisa.

Nel 1962 la stessa città diede il nome agli accordi che posero fine alla guerra d’Algeria, uno dei conflitti coloniali più sanguinosi del Novecento. Questa volta Évian divenne il simbolo opposto: la dimostrazione che anche una guerra apparentemente senza uscita può trovare una soluzione politica.

Due memorie opposte: l’impotenza politica di fronte a una crisi umanitaria e la capacità di chiudere un conflitto coloniale.

Oggi il nome Évian torna sullo sfondo di una nuova crisi internazionale. Nel 1938 il problema non fu l’ignoranza dei fatti. Fu l’incapacità di trasformare la consapevolezza in azione politica: gli Stati non riuscirono a mettersi d’accordo sulle quote di accoglienza. Oggi invece faticano a trovare una posizione comune su sanzioni, pressioni diplomatiche e strumenti di intervento. La differenza non è l’assenza di potere, ma la sua frammentazione.

Il problema delle analisi istantanee

Forse la lezione più importante di questi giorni riguarda il nostro modo di raccontare la politica internazionale: troppo spesso si cerca di leggere ogni sviluppo come se fosse definitivo. Una dichiarazione diventa una svolta; un incontro una soluzione; un rinvio un fallimento. Ma le crisi contemporanee non funzionano così. Sono sistemi complessi, attraversati da attori molteplici, interessi divergenti e livelli di conflitto sovrapposti.

Pretendere di descriverle minuto per minuto con la sicurezza di una cronaca sportiva significa alimentare la polarizzazione e produrre l’illusione della comprensione. Più aumenta il volume delle analisi istantanee, meno comprendiamo ciò che accade davvero. L’attenzione si concentra sull’evento che potrebbe accadere domani, mentre passa in secondo piano ciò che sta accadendo oggi.

È qui che la geopolitica rischia di trasformarsi in un dispositivo diverso dall’analisi: in una forma di pornografia geopolitica, dove la crisi viene continuamente riorganizzata come sequenza di suspense, attese e svolte che orientano lo sguardo più che la comprensione.

L’opacità non riguarda soltanto il contenuto dell’accordo. Riguarda il suo oggetto. Se una presunta de-escalation tra Washington e Teheran procede mentre il Libano continua a essere bombardato, Gaza continua a contare morti e la Cisgiordania conosce nuove incursioni e violenze, la domanda non è quanto sia solido l’accordo, ma quale conflitto stia davvero cercando di fermare.

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