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22 Giugno 2026 Salvatore Toscano
Senza soldi non c’è giustizia sociale. Con queste parole, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha presentato una delle riforme più corpose della storia dell’isola, che mette in discussione alcuni dei pilastri del socialismo castrista per provare a sopravvivere di fronte alle crescenti pressioni statunitensi. Prima il Comitato centrale del partito comunista e poi il Parlamento hanno approvato il piano da 176 riforme proveniente dal governo, concordando su una convergenza pragmatica.
L’obiettivo principale dell’intervento è un’inedita apertura ai mercati e agli investimenti privati, così da raccogliere quanti più soldi possibili nel breve termine e rilanciare l’economia dell’isola, strangolata da Washington e dai suoi alleati, Europa inclusa.
Agli Stati Uniti sono servite minacce militari quotidiane, un’inesistente propensione al dialogo e l’azzeramento delle forniture di petrolio per portare la Cuba socialista a mettere in discussione alcuni dei suoi pilastri, concedendo aperture inedite al mercato. Le massime autorità dell’isola — dal presidente Miguel Díaz-Canel al Comitato centrale del partito comunista — si sono ritrovate a fare i conti con una scelta obbligata.
Dopo aver dichiarato di non avere più nemmeno una goccia di petrolio e constatato il collasso dell’economia, accompagnato da proteste crescenti, il governo ha presentato un massiccio piano di riforme. La materia è principalmente economica ma punta anche a dei riallineamenti politici, in nome di una decentralizzazione che dovrebbe favorire i municipi e dunque i delegati eletti localmente.
Il livello comunale avrà maggiori compiti e poteri decisionali. In materia economica potranno ad esempio attrarre degli investimenti esteri e raggiungere intese per l’esportazione di beni e servizi.
Attrarre capitale dall’estero è il principale obiettivo della riforma. Al di là degli accordi municipali, la legge n. 117/2026 introduce tutta una serie di aperture al settore privato e agli investitori stranieri. Le mipymes, le microimprese private di Cuba, potranno superare l’attuale limite di 100 dipendenti.
Cade anche il divieto del possedimento di una sola microimpresa, dando il via libera alle multiproprietà private.
Vengono poi ufficializzate le aperture emergenziali degli ultimi mesi relative alla possibilità, per i privati, di importare e vendere il carburante — fino a questo momento prerogativa dello Stato. Anche le sue imprese potranno attrarre capitale privato e straniero, trasformandosi in società per azioni.
Viene comunque sottolineata la volontà di mantenere la maggior parte delle quote nei settori considerati strategici.
Alcuni capitoli della riforma sono dedicati agli investimenti in campo bancario e turistico. Per le banche viene previsto l’ampliamento del settore privato, accompagnato dall’apertura alle criptovalute. Agli investitori stranieri sarà invece data la possibilità di acquistare immobili e sviluppare dei progetti turistici.
Gli interventi di apertura al mercato continuano lungo il solco tracciato da Raul Castro, che in un videomessaggio inviato al Comitato centrale del partito ha dato il suo beneplacito al piano di riforme. Il 95enne, ex presidente e fratello di Fidel, vive sotto scorta in una località segreta a seguito dell’incriminazione negli Stati Uniti.
Quando lo Stato cubano implementerà il piano di riforme verrà gradualmente smantellato il sistema dei sussidi generalizzati, libreta compresa. L’egualitarismo introdotto da Fidel lascerà spazio a una politica assistenziale destinata alle «persone vulnerabili», come i pensionati. Tra le prime misure che le autorità cubane si aspettano di implementare con l’arrivo dei capitali privati e stranieri è l’aumento del salario minimo, oggi svuotato del suo potere d’acquisto.
Le cessioni di Cuba al suo impianto socialista giungono in una fase di isolamento internazionale, segnato dai continui attacchi statunitensi e da una sostanziale inazione della comunità internazionale. Pochi giorni fa il Parlamento europeo ha scaricato l’Avana, sostenendo che «l’emergenza umanitaria non è il prodotto di alcun embargo esterno, ma la diretta conseguenza del modello e dei fallimenti del regime stesso».

Salvatore Toscano
Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.