Esami cinesi, soft power coreano

Dal blog https://substack.com

12 giugno 2026

Toc toc, il gaokao non apre più tutte le porte (di Sabrina Fasano)

Studia, resisti e spera che il mercato non cambi prima di te. Ma forse, dopo decenni, gli studenti cinesi e le loro famiglie hanno capito che non vale più la pena sacrificare la salute mentale per un futuro incerto.

Introdotto nel 1952 e ripristinato nel 1976 dopo la sospensione durante la Rivoluzione Culturale, il gaokao, letteralmente “esame superiore”, è la prova annuale che determina l’accesso alle università d’élite cinesi. La sua rilevanza culturale è enorme, non a caso è considerato una delle prove più difficili al mondo, e per anni ha portato con sé un peso altrettanto grande in termini di salute mentale, con un aumento di casi di depressione e ansia tra gli studenti.

Superarlo significa garantirsi un posto in università prestigiose come la Peking o la Tsinghua, e quindi, almeno in teoria, un lavoro migliore.

Quest’anno sono stati 12,9 milioni gli studenti registrati all’esame, 450 mila in meno rispetto ai 13,35 milioni del 2025. A contribuire al calo degli iscritti sono le prospettive, tanto incerte, sul futuro.

Secondo i dati delle istituzioni cinesi, ad aprile il tasso di disoccupazione urbana tra i giovani tra 16 e 24 anni ha toccato il 16,3%. Quella promessa di un posto sicuro e ben retribuito dopo l’università è messa in crisi.

Previsione tasso di disoccupazione giovanile in Cina nei prossimi mesi

In passato, per molti, non superare il gaokao ha rappresentato un fallimento. «Chi non va bene allo Zhongkao o al Gaokao ha una vita piuttosto difficile», scrive un utente su Reddit. Un altro racconta di cugini costretti a trasferirsi in un’altra città pur di trovare un’università disposta ad accettare il loro punteggio. «Eppure nei media cinesi è romanticizzato in drama e sitcom come se non fosse un grosso problema».

A Little Reunion, serie cinese del 2019 che affronta il tema del Gaokao

I numeri parlano chiaro. La prossima generazione di cinesi potrebbe essere la prima a costruirsi un futuro senza passare per il temuto gaokao, perché le porte che si prometteva di aprire sono sempre più blindate.

Dimmi cosa produci e ti dirò che power sei (di Chiara Servino)

Ogni volta che un Paese produce qualcosa di culturalmente rilevante, il genio della geopolitica di turno tira fuori il termine “soft power”.

Gli Stati Uniti hanno Hollywood? Soft power.

La Gran Bretagna ha i Beatles? Soft power.

La Corea del Sud ha BTS, Parasite e Squid Game? Soft power, naturalmente.

Eppure la storia dell’Hallyu, la celebre “onda coreana”, è più interessante di così.

La Corea del Sud ha poco più di 50 milioni di abitanti, è schiacciata tra Cina, Giappone e Corea del Nord, ma oggi è il quinto mercato cinematografico del mondo.

Principali mercati cinematografici per incassi al botteghino (fonte)

Non perché qualche funzionario a Seoul abbia deciso di conquistare il pianeta con i nerd appassionati di cinema e le ragazzine appassionate di K-Pop, ma perché dagli anni Novanta, dopo la fine della dittatura e della censura, è emersa una generazione di autori capace di raccontare una Corea più moderna, più ricca e soprattutto più inquieta.

Se Hollywood vende il sogno americano, il cinema sudcoreano mostra spesso cosa succede quando quel sogno si rompe. Parasite parla di disuguaglianza, Snowpiercer di lotta di classe, Squid Game di persone disperate che si massacrano per soldi. Old Boy è il genere di film che ti fa rivalutare un documentario su come muoiono i cuccioli di foca.

Dietro questi successi c’è la storia di un Paese che in pochi decenni è passato dalla povertà alla leadership tecnologica globale grazie a colossi come Samsung, Hyundai e LG. Una crescita impressionante, ma accompagnata da tensioni sociali che il cinema ha trasformato in materia narrativa.

Guadagni dei film sudcoreani in Sud Corea

Poi arriva Squid Game. Netflix investe, la serie esplode e Netflix investe ancora di più. Le produzioni coreane diventano il sogno di ogni piattaforma globale: profondamente locali ma comprensibili ovunque.

Quanto ha ammontato lo share dei K-Drama su Netflix in Asia e la costa pacifica (verde), Europa Medio Oriente e Africa (blu), America latina (giallo), Stati Uniti e Canada (rosso).

Qui però arriva il punto. Per anni si è raccontato che questa popolarità avrebbe trasformato la Corea del Sud in una potenza diplomatica. Eppure nel 2023 Busan ha perso la corsa per ospitare l’Expo 2030 nonostante una campagna sostenuta anche dai BTS.

Perché guardare Squid Game e votare una candidatura internazionale sono due cose diverse.

L’Hallyu è senza dubbio un successo: porta turisti, esportazioni e prestigio. Ma forse ha costruito soprattutto uno dei brand nazionali più forti del pianeta, non una nuova superpotenza geopolitica.

Perché puoi adorare Parasite, ascoltare i BTS e comprare cosmetici coreani senza sapere praticamente nulla della politica estera di Seoul.

Ed è proprio questo che rende la storia così interessante: un Paese relativamente piccolo è riuscito a entrare nell’immaginario collettivo globale non attraverso carri armati o trattati, ma attraverso una famiglia che vive in un seminterrato, una canzone impossibile da togliersi dalla testa e centinaia di persone in tuta verde che giocano a “Un, due, tre, stella”.

Per oggi abbiamo finito. Se ti sono piaciute le nostre storie sottotraccia scrivici!

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