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10-07-2026 – di: Livio Pepino
L’espressione “razza padrona”, utilizzata come titolo per un fortunato libro di Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani edito da Feltrinelli nell’ormai lontano 1974, era stata coniata per indicare l’insieme dei manager e dirigenti delle grandi aziende pubbliche nominati dalla politica e attenti, in genere, più ad interessi di parte che alle esigenze delle imprese amministrate.
Nel tempo, poi, essa si è estesa, come per gemmazione, sino a comprendere settori influenti della politica e imprenditori privati, accomunati da due caratteristiche peculiari: il perseguimento di guadagni sempre più elevati e l’insofferenza nei confronti di regole e controlli. Non tutto il mondo imprenditoriale è così ma figure come Adriano Olivetti sono da tempo scomparse, sul versante pubblico come su quello provato.
Quanto ai guadagni, non è necessario evocare il divario tra gli immensamente ricchi e gli altrettanto immensamente poveri. Basta ricordare che, nel 2017, l’ex amministratore delegato di Fiat e poi Fca, Sergio Marchionne, percepiva un un compenso complessivo annuo (stipendio base e bonus) di 9,7 milioni di euro, integrato con premi e conversioni in azioni, che lo portavano fino a 46,3 milioni di euro (cioè a oltre 2000 volte quello di un suo operaio).
O che l’amministratore delegato di Tim, Flavio Cattaneo, lasciò l’azienda, guidata per un anno e quattro mesi, percependo una buonuscita di 25 milioni di euro.
O ancora che quando, nel 2014, il Governo propose, per i manager pubblici, un compenso correlato agli emolumenti del presidente della Repubblica e determinato in 240mila euro l’anno, l’allora amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, ingaggiò una vera e propria battaglia (alla fine vinta) per conservare le sue prebende annue di 873mila euro.
Retribuzioni così elevate vengono giustificate – si fa per dire – con l’assunzione di responsabilità elevatissime per la gestione aziendale, incomparabili con quelle dei comuni mortali. Ma, come si è detto, la realtà è assai diversa e la prassi, per la razza padrona, è quella di considerare i controlli e l’eventuale sottoposizione a procedimenti penali o amministrativi come prevaricazioni intollerabili o, addirittura, attentati all’economia nazionale (sic!).
Partiamo dal caso più recente. Il 25 giugno scorso si è concluso, dopo 17 anni, il processo per il disastro ferroviario avvenuto la sera del 29 giugno 2009 a Viareggio, quando, a causa del deragliamento di un treno merci e della conseguente fuoriuscita di gas da una cisterna contenente GPL perforatasi nell’urto, scoppiò un incendio che provocò la morte di 32 persone, lesioni gravi e gravissime ai danni di numerose altre e ingenti danni a veicoli ed edifici adiacenti la locale stazione.
All’esito di un processo durato tre lustri e comprensivo di due passaggi in Cassazione, 11 dirigenti delle Ferrovie dello Stato e di ditte collegate sono stati definitivamente condannati per il delitto di disastro ferroviario colposo (essendo prescritti tutti gli altri reati, a cominciare dagli omicidi colposi). Tra i dirigenti condannati l’allora amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, il sunnominato Mauro Moretti, ritenuto responsabile – come precisato dalla Corte di Cassazione già nella sentenza 8 gennaio 2021 – perché, per scelte economiche, aveva «omesso di adottare misure di controllo nonostante i più volte menzionati segnali di allarme in merito all’inefficacia dei sistemi di manutenzione» dei vagoni destinati al trasporto di merci pericolose, affidati a ditte estranee all’amministrazione delle Ferrovie dello Stato.
Moretti è stato condannato alla pena di cinque anni di reclusione e, il giorno successivo, si è costituito nel carcere di Orvieto dove si trova tuttora.
La notorietà del condannato eccellente, il suo ruolo nel mondo imprenditoriale italiano e la sua stessa età (72 anni) hanno provocato una notevole risonanza mediatica a cui ha fatto seguito un documento-appello di sostegno nei suoi confronti, sottoscritto da esponenti del mondo delle imprese e da alcune personalità politiche (come l’ex presidente della Camera Luciano Violane) e pubblicato dal Sole24 Ore e da Repubblica su una pagina acquistata dal Gruppo Webuild (ex Salini Impregilo, capofila del Consorzio cui è stata affidata la costruzione del ponte di Messina).
Nel documento, dal titolo “La responsabilità penale è personale”, si afferma tra l’altro: «La responsabilità penale è personale. Così stabilisce la Costituzione. Essa non può coincidere con la posizione ricoperta, né derivare automaticamente dal ruolo di vertice esercitato in organizzazioni complesse. Nelle grandi imprese, pubbliche e private, le decisioni sono affidate a strutture articolate, competenze specialistiche, procedure, controlli e responsabilità distribuite.
Per questo l’accertamento della responsabilità individuale deve fondarsi sempre sui fatti, sulle condotte concretamente poste in essere, sui poteri effettivamente esercitati, e sul nesso causale, mai sulla sola funzione ricoperta». Affermazioni apodittiche che non si misurano minimamente con la motivazione della condanna, fondata – come si è detto – sulla esistenza di specifiche azioni ed omissioni.
Non è la prima iniziativa di questo tipo. Al contrario, iniziative analoghe si sono sviluppate assai spesso quando i processi hanno lambito esponenti della imprenditoria nazionale, fin dal lontano 1908, allorché il senatore Giovanni Agnelli, fondatore della Fiat, venne indagato per falso in bilancio e aggiotaggio e il ministro della Giustizia Vittorio Emanuele Orlando (che, un anno dopo ne avrebbe assunto la difesa tecnica) si premurò di scrivere al Procuratore generale di Torino per segnalargli che «l’importanza degli enti e la gravità delle accuse formulate contro i loro amministratori, non può che influire in modo sinistro sulle sorti di industrie locali, che sono pure elementi notevoli dell’industria nazionale».
Basti ricordare, per tutte, la lettera del 17 aprile 1997, pubblicata sempre su Il Sole24ore, con cui – dieci giorni dopo la sentenza di condanna in primo grado di Cesare Romiti (ex amministratore delegato della Fiat) per falso in bilancio, finanziamento illecito a partiti e frode fiscale – 45 imprenditori e banchieri non si limitarono ad esprimergli solidarietà (sottolineandone «l’impegno personale, la dirittura morale e l’ortodossia di comportamento») ma ritennero di dover denunciare che «la magistratura italiana ritiene opportuno di seguire criteri rigoristici, anche se essi possono portare a riflessi negativi, essi sì sproporzionati all’importanza dei fatti, sulla vita delle imprese e sulla serenità della loro conduzione». E ciò anche a tacere di comportamenti inqualificabili come l’ovazione riservata il 7 maggio 2011, in un’assise di Confindustria, a Harald Espenhahn, il manager ThyssenKrupp condannato il mese precedente dalla Corte d’assise di Torino alla pena di 13 anni e 6 mesi di reclusione per il rogo dell’impianto torinese della società che, nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007, aveva provocato la morte di 7 operai, ovazione accompagnata dall’affermazione dell’allora presidente dell’organizzazione imprenditoriale, Emma Marcegaglia, secondo cui «la condanna dei dirigenti (Thyssen) è un unicum in Europa».
Eppure tutto si può dire meno che ci siano, nel nostro Paese, atteggiamenti giudiziari persecutori nei confronti del mondo imprenditoriale.
È vero piuttosto il contrario come si evince dal fatto che i detenuti per reati economici, fiscali e contro la pubblica amministrazione non hanno mai superato, negli ultimi anni, le 300 unità su un totale di circa 60.000.
Illuminante poi – a titolo di esempio – è una rilevazione empirica effettuata negli anni scorsi in Toscana dalla quale risulta che solo nel 15-20% dei casi di infortunio mortale sul lavoro il processo penale arriva alla fase del dibattimento e solo nel 2-3% dei casi si conclude con l’accertamento della responsabilità e la condanna dei responsabili…
Evidente, dunque, la pretesa della razza padrona: la previsione, ancor più di quanto già oggi accade, due distinti codici: uno per i “briganti” e uno per i “galantuomini” (cioè le persone giudicate, in base al censo e comunque per bene…), destinati, il primo, a segnare la vita e i corpi delle persone e, il secondo, a garantire l’impunità o, nella peggiore delle ipotesi, a misurare l’attesa che il tempo si sostituisca al giudice nel definire i processi per prescrizione.
Ai guasti diretti da ciò introdotti nel nostro sistema se ne affiancano altri: indiretti, ma egualmente gravi. Nel sostenere questa posizione, infatti, vengono richiamati – dagli interessati e dalla schiera di giuristi che li sostengono – istituti giuridici fondamentali, che, a seguito di tale strumentalizzazione, perdono di credibilità e di efficacia evocativa.
Mi riferisco al garantismo e alle alternative al carcere.
Il primo è la regola prima del processo penale, senza la quale lo stesso si trasforma in esercizio di pura forza e di vendetta sociale: proporne una versione selettiva che ne gradua l’applicazione in base allo status sociale dell’imputato (galantuomo, brigante, o anche solo immigrato…) significa negarne la stessa essenza, ché le garanzie o sono veicolo di uguaglianza o si degradano a strumento di sopraffazione e privilegio.
Lo stesso vale per le alternative alla detenzione. Il carcere non serve per Moretti come non serve per almeno la metà degli attuali ospiti di istituti penitenziari; ma segnalarlo solo per lui, mentre aumentano invivibilità carceraria e suicidi e 1.300 detenuti sono over 70 anni e con patologie croniche, anziché promuovere un indulto generalizzato e diverse politiche penitenziarie, significa solo confermare l’esistente, nella certezza che per lo sfortunato potente si troverà presto una soluzione individuale (favorita anche dal battage pubblicitario).