Dal blog https://www.remocontro.it
12 Luglio 2026 Ennio Remondino
Prima o poi dovrò scriverne, ma ancora non mi sento. Sto parlando del caso Ricucci. Un collega, un amico. Ma anche amico di tale Lavitola, che non può essere anche amico mio. Intanto il nemico schierato dubbi non ne ha. Lo schema è sempre lo stesso. Prima si isola. Poi si delegittima. Infine si trasforma la vittima in colpevole. Il fango non è un effetto collaterale della violenza. Memoria dell’Addaura 1989: si insinuò che Giovanni Falcone si fosse piazzato l’esplosivo da solo, per farsi pubblicità. O di Peppino Impastato ucciso il 1978 a Cinisi come un terrorista saltato in aria con la sua stessa bomba. Amare similitudini su cui debbo riflettere. Torniamo ora al più facile argomento delle guerre classiche.
Già 20 anni fa
Non ho ben capito se siano in aumento le guerre o i reporter che di guerre si occupano. Ogni tanto uno di noi muore, o viene rapito, e l’alone d’eroismo prevale per un attimo sul vituperio che solitamente è riservato alla categoria dei giornalisti. Non amo i ciclici riconoscimenti che giungono post mortem. Credo di aver già detto di essere finito ad occuparmi di guerre per puro caso. Sempre per caso e a tempo professionale quasi scaduto, mi sono ritrovato nuovamente in guerra nel 2006. Di guerra ho già parlato troppo. E’ di ciò che si muove attorno alle guerre che vorrei occuparmi ora. Guerre giornalistiche attorno alle guerre vere, e gli “effetti collaterali” che ne conseguono.
Parole ordigno
Le guerre sono pericolose e le parole che si muovono attorno alle guerre lo sono altrettanto. Politica la chiamano, per indicare gli interessi che si muovono attorno alle diverse guerre. Alla fin fine sono le parole che vestono le guerre. Le parole usate dai governi che decidono di fare una guerra o di parteciparvi e le parole di chi le dovrebbe semplicemente raccontare. Parole gradite o parole sgradite. Il racconto di guerra ha un suo preciso livello di rischio. Dipende dai protagonisti in campo. Dipende dall’esistenza e dal riconoscimento di un cattivo condiviso. Se ti discosti dal coro nell’individuazione del cattivo, se osservi e rilevi dettagli imbarazzanti, se ti ostini a raccontarli, sono guai. Gli esempi possibili sono infiniti. Essendo uno specialista nel cercarmi guai, sono autorizzato a stabilire una classifica.
Le guerre razziali unanimi
Le guerre innocue (il loro racconto) sono quelle tribali e civili interne a popoli o nazioni nei cui confronti si esercita una tacita ma trasversale prevenzione razziale. Quando gli interessi in campo sono occidentali, già la soglia di pericolosità giornalistica sale. Prima la Nato, poi gli Stati Uniti che è alla fin fine la stessa cosa. Noi e Loro. Può accadere, di avere assieme la Nato, gli Stati Uniti e l’Italia, come accaduto nella Jugoslavia di Milosevic. In quel caso il rischio fu quello di finire sotto processo mediatico per Alto Tradimento. Carognate caserecce. Il pericolo vero, il peggio che può capitarti nelle trincee delle guerre giornalistiche, è di trovarti a raccontare una guerra in cui sia coinvolto lo stato d’Israele. Non applaudendola, ovviamente.
Fuoco amico
Ferragosto 2006. Da Tiro, al centro della guerra in Libano dove mi trovo da più di un mese, la guerra combattuta sta per finire. E’ l’avvio di altre battaglie. Fuoco amico e sempre alle spalle, ovviamente. Semplice raccolta di ritagli stampa. Telefonate preoccupate da Roma per segnalarmi di essere finito al centro di una polemica. Tanto per cambiare. Apprendo: 1) Che Furio Colombo, sull’Unità, denuncia, senza fare nomi, la “disinformazione antisraeliana dei telegiornali Rai”. 2) Che il Consigliere di amministrazione Rai Sandro Curzi, per difenderli, faceva i nomi dei due imputati: Neliana Tersigni ed Ennio Remondino, accusati di essere dei “disinformatori”. 3) Che il direttore del Tg3 Antonio Di Bella, coraggiosamente ammetteva, “Il problema c’è”. Il suo di problema. Erano comunque le avvisaglie.
Destra o sinistra e le vittime utili
Il 13 agosto spara la sua bordata isolata (e contestata) l’Unità. Il giorno dopo replica e conferma la linea il giorno dopo è il sito Internet “Informazionecorretta” a spiegare la strategia la linea. Titolo: Ennio Remondino a caccia di “cluster bomb” in Libano. Sceneggiata antisraeliana dopo il cessate il fuoco. “Il TG1 delle 13 del 14 agosto 2006 ha presentato un servizio dal Libano di Ennio Remondino. Vi veniva presentato un paese distrutto dai bombardamenti israeliani, in realtà circoscritti alle zone controllate da Hezbollah e alle vie di comunicazione utilizzate per il rifornimento di armi. Abbondavano immagini sapientemente costruite, con orsacchiotti e pupazzi abbandonati nelle strade delle città bombardate e ripresi in primo piano”.
“Concludendo il servizio, Remondino ha commentato l’inquadratura del bossolo vuoto di un proiettile, affermando che era una cluster bomb inesplosa, vietata dalla convenzione di Ginevra. Un’identificazione della quale il giornalista non ha fornito nessuna prova, e che ricorda da vicino le “denunce” di Arafat, il quale, quando ancora era il raìs palestinese, usava mostrare alle troupe televisive proiettili che definiva, d’autorità, all’uranio impoverito”. Un esempio insomma, di propaganda antisraeliana, di disinformazione e di demonizzazione. In tutto il telegiornale, non un servizio è stato dedicato agli effetti della guerra in Israele”. Il seguito è semplice rassegna stampa.
‘Cluster Bomb’, l’Onu e Israele
Da La Repubblica, 31 agosto 2006. Cluster-bomb, Annan contro Israele. ”In Libano usate armi non convenzionali”.
SHUNE (GIORDANIA) – Kofi Annan punta il dito contro Israele: nel Libano del sud sono state usate bombe a grappolo. Armi che, ha detto il segretario generale dell’Onu, “non dovrebbero essere usate in zone abitate”. Ma Israele replica: “Abbiamo usato bombe conformi alle convenzioni” Ma l’Onu rincara la dose: Tsahal avrebbe disseminato intere aree del Libano di ‘cluster-bombs’, ordigni che disseminano sull’obbiettivo decine di mini-bombe che esplodono in un secondo tempo. “Dal cessate il fuoco del 14 agosto secondo l’esercito libanese, 11 persone sono state uccise e 50 ferite da ordigni inesplosi, per la maggior parte bombe a grappolo”, fa sapere in una nota, l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr).
“Anche in guerra la popolazione civile deve essere rispettata”, ha detto Annan nel corso della conferenza stampa seguita all’incontro re Abdullah di Giordania. “E’ scioccante, e completamente immorale, che il 90 per cento delle bombe a grappolo siano state disseminate da Israele nelle ultime 72 ore del conflitto, quanto sapevamo che la guerra sarebbe finita”, aveva detto, poche ore prima il responsabile dell’intervento umanitario dell’Onu, nonché suo braccio destro al Palazzo di vetro, Jan Egeland, spiegando che gli ordigni inesplosi in Libano sarebbero oltre 100mila, sparsi su 359 siti da bonificare.